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Fai ciò che ti piace e sarai ricompensato. La classe agiata di Thorstein Veblen

di Martina Tafuro

 “Il consumo vistoso di beni ricercati è un mezzo di rispettabilità per il gentiluomo agiato. Come la ricchezza gli si accumula nelle mani, egli non riuscirà da solo, con questo metodo, per quanto si sforzi, a mettere sufficientemente a mostra la sua opulenza. Si ricorre perciò all’aiuto di amici e competitori con l’espediente di offrire regali di valore, feste e trattenimenti dispendiosi. Egli consuma per conto del suo ospite e intanto è testimone del consumo di quella sovrabbondanza di beni che l’ospite non potrebbe consumare da solo, ed è pure fatto testimone della compitezza cerimoniale di quest’ultimo. Il consumo diventa un investimento in vista di un aumento di reputazione”. Thorstein Veblen

 Viviamo l’epoca in cui i beni di lusso sono sempre di più alla portata della cosiddetta classe media, è l’effetto della democratizzazione del lusso!

Infatti, siamo tutti lì a riflettere di quanto sia cool andare a cena in un all you can eat (tutto quello che puoi mangiare), di quanto sia fashion mangiare nell’hamburgheria nobilitata, di quanto sia trend partecipare al brunch domenicale nel bar in piazza.

Queste sono tutte quelle operazioni economiche e poco alienanti, che caratterizzano i comportamenti delle nuove élite, le quali sono alla ricerca incessante di nuove strade per esibire prove del proprio status sociale.

Pensandoci bene, però, il concetto di status symbol è antico quasi quanto l’uomo.

Tanto per citare un esempio, nell’antica Roma quando i plebei divennero abbastanza ricchi iniziarono a decorare le loro case, allora l’élite iniziò a riempire di mosaici le proprie ville per sottolineare di nuovo la propria superiorità.

Insomma, da sempre, l’ostentazione consumistica dei beni di lusso, è stato il segno evidenziatore dell’ appartenza alla classe più abbiente di una civiltà.

Tesi descritta, già, dal sociologo americano, Thorstein Veblen, nel 1899, attraverso il concetto di consumo ostentativo. Teoria esposta in: “La Teoria della Classe Agiata”, in cui si collegano le decisioni di consumo alla dimostrazione della propria appartenenza a una classe sociale.

Veblen analizza la società americana di fine 800, sostenendo che le attività economiche, nella società moderna, non abbiano motivazioni utilitaristiche. La classe agiata, per distinguersi dalle classi sociali più basse, realizza un consumo superfluo dei beni, vistoso. In questo modo, la classe agiata provoca l’imitazione delle classi inferiori che lo seguono come un modello ideale di vita.

Per Veblen, è dunque il confronto antagonistico e la competizione che spinge a superare gli altri contendenti, presenti nella scena sociale, con cui possiamo classificarci.

Quindi, non troviamo consumatori che appagano in modo razionale i propri desideri, ma consumatori che dipendono dal giudizio degli altri cercando di ottenere riconoscimento in una continua gara per raggiungere uno status sociale più elevato.

Veblen scrive ad esempio che, la ragione principale per cui si indossavano, all’epoca, scarpe col tacco o un cappello a cilindro era per dimostrare il fatto che non si facevano lavori manuali.

Trasportato questo pensiero nel nostro tempo, potremmo dire che il modo migliore per inseguire la ricchezza non sia tanto dedicarsi alle cose pratiche, bensì investire in ciò che riguarda l’intelletto e la creatività.

Un esempio di questa dinamica è l’istruzione, infatti per raggiungere la vetta della piramide sociale non serve impegnarsi da piccolo per imparare un mestiere, ma passare quanto più tempo possibile a studiare.

Il tempo passato sui libri è direttamente proporzionale al tenore di vita che si avrà una volta entrati nel mercato del lavoro. Questa è la grande promessa e il grande paradosso dal liberismo: “fai ciò che più ti piace, fai si che le tue idee che valgano e sarai ricompensato nel migliore dei modi senza dover mai sporcarti le mani”. Veblen descriveva la classe superiore, come quella che dedica più tempo alle cose superflue e non è direttamente coinvolta nel processo produttivo e la sua supremazia è giustificata dal significato sottinteso indegno e degradante che il lavoro produttivo ha assunto nell’epoca moderna.

La ricchezza ha una caratteristica positiva, poiché  è indispensabile per ottenere rispetto ed ammirazione.

Le persone ricche, in virtù della loro ricchezza sono qualitativamente superiori moralmente, fanno lavori intellettualmente interessanti e possono dedicare il loro tempo a cose senza un’utilità pratica. La ricchezza è quindi, condizione e conseguenza dell’astensione da occupazioni manuali e tecniche.

In conclusione, Veblen ha teorizzato il comportamento consumistico come elemento fondante della struttura sociale, al di là delle necessità naturali, poiché il prestigio finanziario è caratteristica peculiare dell’esperienza umana, è il suo abito mentale.

In virtù di tale connotazione tende ad influenzare indirettamente anche gli aspetti non propriamente economici del comportamento e interviene a modificare la morale, la religiosità, il gusto estetico e persino la moda. Riletta in chiave moderna la lezione di Veblen sta lì a dirci che c’è bisogno di rianimare la mobilità sociale, ridestando quella rete partecipata dalle parti sociali che metta insieme tutti gli attori al fine di ottenere e offrire tutti quei servizi di cui il territorio socio/economico ha bisogno.

C’è bisogno di arginare questa deriva consumistica tipica di coloro che vivono di speculazione, senza produrre beni e lucrando sul lavoro di altri.

Napoli, 22 giugno 2018