lun 19 FEBBRAIO 2018 ore 21.00
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I nuovi chef
di Giulia Di Nola

Non sono un’esperta di culinaria; essendo, poi, affetta da ipotiroidismo e da diabete mellito 2 è bene ch’io mi tenga molto alla larga, se voglio vivere un tantino in più, da zuccheri e grassi tutti.

Il mio allontanamento da pentole e fornelli è andato, mio malgrado, consolidandosi negli anni fino a rasentare la sitofobia; ogni ricettario pubblicato, promosso o sponsorizzato, ogni programma televisivo scatenavano in me una forte rabbia quale conseguenza del rigore dietetico cui sono sottoposta.

Ultimamente, però, ho voluto concedermi una tregua che ha iniziato a regnare nella mia esistenza non improvvisamente ma seguendo, per caso, due programmi televisivi molto fortunati e diversi dalle solite imposizioni di metà mattinata da dove falsità e ipocrisia trapelano anche all’occhio distratto dei telespettatori.

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Alessandro Borghese

Programmi, come dicevo, condotti da Alessandro Borghese e Antonino Cannavacciuolo; due persone dal carattere diametralmente opposto: il primo, chef de “I quattro ristoranti”, il secondo, chef di “Cucine da incubo”. Il primo, elegante e cortese nel redarguire, recensire o giudicare un tipo di ristorazione; il secondo, più rustico e dalla forte tempra, inflessibile e scorbutico nei suoi impegnativi giudizi.

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Antonino Cannavacciuolo

Ma entrambi i personaggi, nei gesti e nel modo stesso di porgere le loro idee e considerazioni, parteggiano per un tipo di filosofia culinaria semplice e genuina, antica, familiare, affatto sconvolgente, rispettosa e che affonda, per l’appunto, le radici nell’amore per la tradizione.

Certo in cucina la fisica, la chimica e la matematica sono strumenti poetici desiderosi di trasmettere al pubblico o alla clientela una cucina che si muove a tempo di valzer e che, lenta e aggraziata, s’avvia ai cuori, risollevandoli di tutti quei gestori che per motivazioni svariate, mostrano segni di fiacchezza e di scontento.

Ma la speranza, il sorriso dei due chef, Cannavacciuolo e Borghese, la dolcezza dello sguardo, la compostezza delle parole ma pure la trasgressione di queste ultime, la grinta che esse contengono, riescono a far risplendere la speranza come il sole dopo la tempesta.

Napoli, 3 febbraio 2017