gio 15 NOVEMBRE 2018 ore 13.10
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Per uscire dalla crisi più Umanesimo,  meno Liberismo
di Luigi Antonio Gambuti

Come una chiocciola che al primo urto si rintana.
Così per noi, stanchi di essere urtati e calpestati, pedine inermi manovrate da una mano che sullo scacchiere tratta di politica e della politica fa mestiere arrogante e incompetente non aderente alle esigenze della gente.
Non è un ritornello, questo. E’ l’amara riflessione di un cittadino contribuente e titolare di diritti positivi, di un cittadino che si guarda intorno e incrocia persone di ogni ceto e ogni condizione che, nell’insieme, sono un crocevia di problemi, lagnanze, povertà e miseria che mai prima s’erano sentite.
Prima della crisi, si capisce.
Il “ritorno alla tana”, nel calore protetto degli affetti familiari (là dove sono rimasti!) rappresenta per molti l’unica ancora di salvezza, in una realtà controversa e sempre più sfuggente .
Recuperare e valorizzare le nostre piccole cose di ogni giorno; dare importanza e significato ai piccoli gesti della vita quotidiana, dà fiducia e spinge a sperare di potere, ancora una volta, credere nelle possibilità di superare questo momento particolarmente difficile.
La nostra riflessione non è una resa. Tutt’altro.
Non ci siamo rintanati per pigrizia, né per eccesso di paura.
Se lo facciamo, o lo abbiamo fatto, non è stato per rifiutare i rischi e i danni di una battaglia consapevolmente persa in partenza.
E’ stato per fare il punto della situazione, per guardarci dentro e recuperare quel tesoro che ognuno di noi possiede e che nessuno, nemmeno il governante più sbadato, potrà mai sottrarci: la voglia di vivere la vita, comunque si trascorra, la voglia di scommettere per vincere e mettere alle corde le miserie del momento e rilanciare la speranza che dei momenti migliori ci rimettano in cammino.
L’ha scritto, di recente , Jurgen Habermas, un ascoltato filosofo tedesco.
Lo studioso, puntuale e critico analista della realtà europea, ha paventato il rischio di una retrocessione-vale a dire un ritorno alle origini nel recinto familiare, per i motivi appena accennati.
Che, per lui, è un fatto da non sottovalutare.
“Quando le crescenti sperequazioni sociali fanno montare l’angoscia e il senso d’insicurezza nella popolazione, sorge la tentazione di un ripiegamento all’interno dei confini familiari, in cui si crede di poter confidare e la voglia di aggrapparsi a ciò che è nativo, la nazione, la storia ereditata o anche acquisita.”
E’, questo, uno straordinario specchio della situazione , che riflette la condizione umana di milioni di persone, tradite nelle aspettative e riportate a “rintanarsi” per ritrovare sicurezza e calore che sono il nutrimento della quotidianità e delle speranze di futuro.
Giunge allora il momento della riflessione. Nel frastuono della politica gridata, annunciata e non criticamente riflessa su se stessa per farsi, almeno una volta, domanda di senso e di valore, per valutare ciò che ha fatto e ciò che ha in mente di fare alla luce della realtà e del momento e non delle illusorie proposte di un cambiamento a tutti i costi, il ritorno in se stessi, la disponibilità al confronto con la propria storia e con tutto ciò di cui si compone, rappresenta il punto di partenza per ripensare un nuovo modo di essere testimoni di un tempo difficile e protagonisti di una vicenda umana che sta mettendo in discussione certezze e sicurezze ritenute acquisite una volta per tutte.
E’ tempo, allora, di “vagliare ogni cosa e di tenere ciò che è buono”, così come scrive San Paolo nella lettera ai Tessalonicesi.
Ma perché si è giunti a tanto?
Chi e cosa ha determinato questo tempo d’incertezze e di miseria, che ha impoverito e messo in ginocchio milioni di persone?
Che ha messo e mette in pericolo la coesione sociale del Paese?
Una risposta l’ha data, tempo fa, premonitrice e saggia, il Papa Santo di recente, quel Giovanni Paolo II che ha tracciato indelebilmente i sentieri della Storia.
“I sistemi che considerano la realtà economica quale fattore unico e determinante del tessuto sociale sono condannati, dalla propria logica interna, a ritorcersi contro l’uomo”.
Profetico, non c’è che dire.
Così è stato e sta accadendo, Santo Padre, voce inascoltata soffocata dagli interessi degli oziosi, dagli assatanati del potere, da coloro che commerciano denaro e che inariditi, mai si sono trovati nel calore di un abbraccio profumato dagli affetti più sinceri.
Si è ridotto l’uomo a res, a cosa, come profetizzava Sartre; l’uomo cosa a servizio dell’impresa; strumento di lavoro per conseguire ricchezze e privilegi. Come uscirne?
Rispondiamo, chiudendo questa riflessione, atipica per i nostri contributi, con quanto ha scritto Tzvetan Todorov, filosofo contemporaneo che fa scuola e quasi sempre a scolari disattenti, in merito alla crisi che tormenta la realtà comunitaria europea e che consente a chi scrive, di consolidare la tesi sostenuta in precedenza.
“La soluzione, per la fragile Europa, è di ritornare alle radici umanistiche, recuperare la sovranità, approfondire le strutture comuni e trovare una voce unica contro la trionfante dottrina neoliberale che protegge il potere delle élite economiche senza occuparsi del bene comune”.
Ecco, dunque, le risposte date alle domande di soccorso urlate da milioni di persone ridotte alla fame. Ritornare alle origini, vagliare e valorizzare le buone cose della lettera paolina, ri-progettare il cammino e recuperare quel tasso di umanità perduta nei meccanismi perversi e torbidi che muovono risorse e capitali a favore del bene dei pochi e a danno del bene comune.

Napoli, 22 dicembre 2014