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Le Terre di Mezzo
di Luigi Antonio Gambuti

C’era una volta un paese in cui si votava sapendo bene per cosa e per chi votare. E perché era necessario ed importante partecipare attivamente alla campagna elettorale,  possibilmente a fucilate dai balconi, quando non si riusciva a farsi spazio nella ressa dei candidati o quando si trattava di difendere l’onore della fronte vigliaccamente messo alla berlina e al ludibrio della pubblica opinione. C’erano due blocchi contrapposti: il blocco bianco con lo scudo crociato e il Vaticano alle spalle e il blocco rosso con i marxisti agguerriti dietro il simbolo storico della falce e del martello. Il nero era stato cancellato dagli eventi nefasti della guerra appena perduta e tanti altri colori di minore intensità, balenavano sullo scenario di un paese ridotto alla fame e alla miseria.

Poi vennero gli anni della ricostruzione e dello sviluppo industriale e della prima “coscientizzazione” delle masse popolari, dovuta alla diffusione del mezzo televisivo che rappresentò, e lo rappresenta tuttora, anche se in senso non sempre positivo, il più potente canale di formazione-comunicazione e il più nefasto mezzo di condizionamento quando non pratica la virtù dell’onestà e della trasparenza perché asservita agli interessi di parte, di solito messi in campo da chi ne controlla e ne dirige il sistema.

E qui non serve fare riferimenti.

I due grandi partiti storici si attestarono su sponde contrapposte e, trovandosi ad affrontare questioni che la modernità prorompente metteva continuamente in discussione, furono interessati da proposte di avvicinamento, sostenendo, comunque, non soltanto e con fermezza ideologica le loro tesi; quanto l’impegno per trasformarle in progetto di governo a servizio di una comunità che sempre più si apriva alle proposte di modernizzazione che il progresso scientifico e tecnologico industriale lanciava ai territori. Fu l’avvento della stagione del compromesso storico, delle convergenze parallele, delle mitigazioni ideologiche dei partiti storici che avevano “fondato” l’assetto politico–istituzionale della Repubblica, della nascita dei cosiddetti partiti di mezzo, la socialdemocrazia che rappresentava la democrazia cristiana “socializzata” e il socialcomunismo che rappresentava la nicchia in cui si esprimevano coloro i quali si ritenevano a destra del partito comunista. C’erano,  con scarso peso elettorale, i partiti minori, quei partiti storici che coprivano spazi ideologici particolari, vale a dire i monarchici, i repubblicani, i liberali, i radicali per dire dei più visibili e dei più vitali, alcuni dei quali facevano del populismo la propria marca distintiva. Del resto già nella seconda metà degli anni quaranta l’esperienza dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini rappresentò un momento di denuncia più folkloristica che reale e che sfumò subito perché non aveva alcun radicamento se non nella protesta velleitaria delle masse popolari. Senza forzature storiche e con le dovute prese di distanza quel populismo esasperato di allora può essere rinvenuto in alcune tesi dei partiti odierni, che giocano una partita consistente sullo scenario politico del Paese.

Perché, allora, questa incursione nella storia, fatta senza pretese, senza riferimenti a persone, date, eventi e  “torsioni” istituzionali? Cosa hanno determinato quei movimenti di pensiero, quei provvedimenti governativi, quelle soluzioni di problemi alla luce delle vicende attuali?

Decretata la “morte delle ideologie”, si è realizzata la necessità di aggregazioni una volta improponibili per le caratteristiche identitarie di ogni componente, senza patria, senza statuto né regole, se non quelle dettate dal feudatario di turno.

Ciò che prima cementava i partiti, il senso di appartenenza, la stessa radice socio-culturale, la stessa visione del mondo, è stato sostituito, irreversibilmente, da interessi contingenti, ricercati e riproposti alla giornata, fondati sovente non più su aspetti collettivi, quanto su interessi di persone, gruppi e categorie.

Su interessi di sistema.

E, quel che è fatto grave, queste “aggregazioni” acquisiscono continuamente pezzi di potere, determinando di fatto l’orizzonte politico del paese, orientandone le scelte e contribuendo, nel momento in cui sono chiamate a decidere, perché la loro partecipazione alla decisione “pesa”, a realizzare l’assetto istituzionale sia sotto l’aspetto dell’ esecutivo, sia sotto quello del profilo legislativo.

Questo succede oggi.

Nella realistica constatazione di un bipolarismo mai realizzato, indeboliti i partiti tradizionali, col PD nato da un matrimonio mal riuscito, allo stato spaccato dalla rottamazione renziana, con la destra scomposta in tanti rivoli, ci troviamo a considerare le presenze con le relative pretese, di aggregazioni di diversi colori e di diversi indirizzi culturali tese a soddisfare esigenze particolari espresse da individui, gruppi ed apparati che “organizzano”  la politica per sistemare i fatti propri e non altro che questi.

Si rilevano, così, passaggi di bandiera (sic!),  salti della quaglia; tradimenti ed omissioni, dannosissimi per le comunità quanto preziosi e ben pesati da coloro i quali “scendono” in politica per motivi tutt’altro che di interesse collettivo. O si presentano all’elettorato con proposte dirompenti che puntano sulla destabilizzazione del sistema senza offrire vie alternative a quelle che pesantemente contestano. Vie credibili e praticabili, si sottolinea, perché di demagogia e di creatività sono padroni, sostenuti da una deriva che nella “liquidità” dell’assetto socio-culturale, trova la sua legittimazione.

Perché questa seriosa tiritera?

Per dire e sottolineare che quando si perde – o si distrugge-  la cornice storico-filosofico-valoriale in cui inquadrare l’esperienza umana, necessaria per interpretare il ruolo di servitore della comunità di riferimento, può succedere di tutto poiché si è come i cani sciolti che abbaiano alla luna con la speranza che qualcuno gli di l’osso, pur di non averli tra i piedi, con il fastidio e il danno che vanno facendo.

Terre di mezzo dunque, non più terra di virtù, calcata per mediare e realizzare sinergie tra gli opposti poli ma terra di scambio, di conquista e di presidio del potere.

DEDICATO AL BAMBINO CHE CULLATO DALLE ONDE DEL MARE SCONTA IL PECCATO DI ESSERE NATO.

Napoli, 30 ottobre 2016