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La paura del coraggio e il coraggio della paura

di Luigi Antonio Gambuti

E’, questo, il tempo di praticare quanto questi due ossimori domandano ai nostri comportamenti.
Avere paura del coraggio significa avere ben chiari i limiti entro i quali si può osare ; avere coraggio della paura significa se non la stessa cosa, un’alternativa alla stessa.
Significa affrontare consapevolmente ciò che ci aspetta, essere avvertiti, saperne leggere i messaggi ed agire con prudenziali aspettative di riuscire a raggiungere gli obiettivi programmati.
Significa, nell’un caso e nell’altro, riconoscere le proprie potenzialità, per evitare di arrecare danno a se stessi e nello stesso tempo dare più forza al destinatario dell’azione.
In special modo se questo si classifica come interlocutore di contrasto, come “nemico”, perché intende in modo diverso un determinato punto di vista.
Avere paura, così intesa, è salutare perché oggi più che mai bisogna essere capaci di affrontare gli eventi che la realtà ci propone in maniera sempre più incessante, restando nei confini delle nostre possibilità, una maniera giusta per praticare e vivere una avveduta sobrietà come ultima frontiera per agire consapevolmente nella difficile convivenza in cui la globalizzazione ci ha scagliato.
In chiaro, agire per il bene nostro e degli altri con i quali si condivide l’esperienza quotidiana ed essere pronti ad affrontare gli eventi in qualsiasi maniera essi si presentino.
A cominciare da ciò che è successo a Parigi, là dove si è aperta una ferita profonda che, ce lo auguriamo fortemente, non si ponga come l’inizio di un processo che una volta messo in campo non si sa davvero dove potrebbe sfociare.
Si tratta forse di una scintilla della paventata e non dichiarata terza guerra mondiale?
Di un suo tristissimo prologo?
Della messa in mora della libertà di pensiero e di espressione, frutto di lotte e di rivoluzioni ?
Di tutte queste cose si è scritto e s’è parlato tanto.
Si sono schierate moltitudini di intellettuali per analizzare il fenomeno terroristico che sta uscendo dalle segrete del nascondimento, per aggredire ciò che più di ogni altra cosa può arrecargli danno: la libertà di avere coraggio con la consapevolezza che questa libertà porta con sé l’esigenza ineludibile di mettere in conto la paura che la pratica di quel coraggio comporta.
E’ questo il dramma che s’è giocato nella capitale d’Europa. Quei morti ci richiamano ad essere consapevoli che niente più può essere dimensionato nelle categorie del bene e del male; che niente più può essere dogmaticamente restituito alle certezze delle risposte per domande di senso, che niente più è definibile come si faceva una volta.
Non per niente siamo immessi in una società liquida, con un pensiero debole, nella pratica dell’inconcludenza diffusa nell’agire quotidiano, sino a ritrovarci – è l’ultima definizione – nella società dell’interruzione, là dove le nostre vite sono diventate un “eterno intervallo” tra gli intervalli, riducendo la nostra attenzione a pura percezione.
Sinanche il Papa, questo coraggioso Francesco venuto da lontano, ha riportato il discorso dell’eccidio sul piano umano più carnale, facendosi interprete della convinzione comune che ad ogni azione corrisponde una reazione, scatenando l’ira e la condanna dei benpensanti di mestiere.
Ha avuto il coraggio di non avere paura nel dire quelle cose – avrei dato un pugno a chi avesse parlato male di mia madre e dato un calcio nel sedere a ladri e corruttori – ed ha riportato tutti a rendersi conto dei limiti che non sono elisione della libertà, bensì rappresentano i confini nei quali questa facoltà tipicamente umana può e deve prudentemente esercitarsi.
Così ha fatto il Presidente Napolitano.
Ha avuto il coraggio delle dimissioni – cosa rarissima nei tempi che corrono – dando al mondo intero una lezione che dovrebbe rappresentare il tessuto su cui ricamare i nostri comportamenti quotidiani. Non ha avuto paura di avere il coraggio di lasciare la scena.
Lo ha fatto consapevolmente, come è stato sempre nelle sue iniziative, e se lo ha fatto, è stato per dare al Paese una lezione di altissima dignità istituzionale.
E, per significare la sua coraggiosa fragilità, ha teneramente detto che “è contento di tornare a casa”, precisando, comunque, come ultimo segnale della sua signorile sobrietà che “qui si sta bene, è tutto molto bello, ma insomma si sta un po’ chiusi, un po’ come in prigione e si esce poco”.
Sta tutta qui la “bellezza” del Presidente Napolitano e noi gli auguriamo tutto il bene possibile nella “sua” casa.
Che dire in chiusura di questa “strana” riflessione?
Non abbiamo scritto di Pino Daniele, chè se ne sono scritte e dette tante da rappresentare una sorta di pornografia dell’elogio che gli ha fatto più male che bene; non scriviamo di Francesco Rosi, uomo e intellettuale di grandissimo livello umano e culturale; non scriviamo degli eccidi quotidiani che sconvolgono famiglie già sconvolte dalla crisi e dalla fame; non scriviamo di Anitona, icona dei giochi cinque a uno degli scugnizzi di cui ai Banchi Nuovi, copyright di Marco sodale e capofila; non scriviamo della manina sul decreto fiscale, dei compromessi di cui al Nazzareno, della probabile farlocca legge elettorale e dell’irresponsabile terremoto istituzionale , delle eterne spaccature di un partito – quello democratico – che fa finta di partire e poi ritorna più scassato di prima; dei forzaitalioti blasfemi e traditori; del fantomatico centro moderato; dei tre milioni e mezzo di scoraggiati che come zombi vagano tra le nostre contrade; di tante cose brutte perchè, per davvero, di cose belle ce ne sono poche.
E della paura che ci sollecita al coraggio per cambiare le cose che non vanno e del coraggio di avere paura, senza nascondimento, perché ci fa più forti per affrontare da vincenti le difficoltà del nostro agire quotidiano.

Napoli, 24 gennaio 2015

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