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La nuova Auschwitz

di Giulia Di Nola

Il corpo, per i Greci, era una costrizione dalla quale liberarsi e così dare la possibilità, allo spirito, di andare incontro al suo ultimo destino: la reincarnazione in altri corpi o in altri elementi naturali.

Ne seguiva che seppellire i defunti, per il popolo pagano, non significava altro che seppellire prigioni dell’anima, ovvero corpi già morti, totalmente antipodali all’io.

Con l’avvento del cristianesimo il corpo, tempio dello Spirito Santo ci dice S. Paolo, non fu più visto come qualcosa di esterno all’io ma come l’io stesso, nella sua completezza e sacralità. La morte segna, quindi, la Resurrezione non dal corpo, ma del corpo. Anche il seppellire i morti assunse nuovo senso: non si trattava più, infatti, di seppellire una tomba ma di accompagnare l’io nell’aldilà e ricordarlo attraverso pratiche religiose e preghiere.

Questo sino a mezzo secolo fa quando la questione “cremazione” non si poneva in quanto considerata una pratica completamente vietata dal cristianesimo e dalla Chiesa tutta; Chiesa che, oggi, tenendo conto della libertà umana, si mostra più tollerante, ma non favorevole, di fronte a una simile scelta o richiesta da parte del soggetto. Sempre a patto che non s’infrangano determinate condizioni: le ceneri non possono essere disperse in nessun luogo e non possono essere conservate in casa onde evitare divengano oggetto di idolatria.

E’ difficile accettare la morte, è difficile accettare la perdita dei nostri cari, è difficile accettare il deterioramento corporale.

Ma, per me, è ancor più difficile accettare Auschwitz!

Napoli, 7 gennaio 2017