gio 12 DICEMBRE 2019 ore 02.18
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Il valore del titolo di studio. Voglio narrare una storia.

di Tina Pollice

Voglio narrare su questo giornale, creato da mio padre con l’aiuto dei suoi amici incontrati nel corso dell’esistenza, il magistrato Antonio Panico ed il giornalista Luigi Antonio Gambuti, una storia. E voglio pubblicarla proprio qua, nella categoria Politica.

Come intitolarla? Il  valore del titolo di studio.

Chi scrive è una Donna di 60 anni che a seguito di accidenti che capitano a tutti gli umani si è trovata ad entrare in quella che è la giungla lavorativa, lavoro legalizzato e non, in età avanzata.

Perché allo stato attuale, oggi come allora, chi cerca lavoro a 33 anni è vecchio, anche se nel frattempo ha provveduto a regalare a “questo paese” martoriato due forza lavoro che son dovuti emigrare al nord, e  fortunata? ad averli ancora in Italia.

Ebbene, consapevole dei tanti ostacoli che si frapponevano nella ricerca del lavoro: l’età, l’essere madre, l’essere una cittadina cui l’istruzione ha abituato a pensare con la propria testa ed il pensare d’essere una persona “libera”, ritenni opportuno ed anche più fattibile cominciare la ricerca concreta del lavoro cercando lavori più umili.

E fu così che mi ritrovai ad essere assunta in un’azienda di servizi la Samir che aveva vinto un appalto con, udite, udite l’ARPAC. Agenzia Regionale Protezione Ambientale Campania. Per sempre grata alla Samir e successivamente anche all’ARPAC perché avevano consentito, a me nucleo monogenitoriale con due figli, di sopravvivere.

Però….. che duro risveglio per una idealista che pensava di vivere in una socialdemocrazia del nord europa….macchéééééé io ero napoletana e vivevo a Napoli  e sempre con la consapevolezza che bisognasse seguire una gerarchia di “crescita” ho sempre lavorato pensando, per dirla alla Pino Daniele, “qualcosa arriverà”.

Ma come dire non arrivava mai niente e stufa di questo immobilismo lavorativo,  preso il mio bel curriculum  richiesi un appuntamento al Dirigente per la Comunicazione ARPAC. Sì perché sono giornalista da 16 anni e da brava napoletana amo leggere e scrivere.

La mia domanda allora come oggi, dopo aver fatto 13 anni di lavoro umile, era ed è: ma, il titolo di studio supportato da capacità lavorativa, disciplina e rispetto leale verso l’azienda ha qualche valore?

Grazie a quel Dirigente, cui sono grata, mi fu “concesso” di operare nell’ambito della comunicazione e nella fattispecie comunicazione istituzionale dove penso di aver lavorato egregiamente ed all’altezza di quanto mi fosse richiesto. Ed adesso il discorso diventa politico.

A tutta sta bella storia non ha mai fatto seguito, pur essendo da me più volte richiesto, l’adeguamento contrattuale in virtù del titolo di studio e delle mansioni svolte per opera e virtù di un prete laico (il mio dirigente).

Ritorno a fare la custode, a’guardaport.

Come nei film americani, domani mi presenterò con il mio scatolone ove riporrò tutti gli utensili di lavoro: destinazione guardaport con tutta la dignità che questa funzione riveste.

Per chi è figlio di nessuno, orfano di organizzazioni politiche e sindacali,  a chi reclamare giustizia?

E si meravigliano che i 5 Stelle trovano consensi?

Donna, madre e senior, un ordine di servizio che considero un affronto personale.

E’ questa la classe “dirigente” di un ente pubblico”?

E si meravigliano che i più deboli, gli ultimi votano 5 stelle?

I 5 Stelle: coloro che, con tutte le imperfezioni di origine e di inesperienza, hanno restituito un briciolo di fiducia e speranza che “nun s’pò sempre arrubbà”.

Meditate gente, meditate!

Napoli, 17 novembre 2019