sab 25 NOVEMBRE 2017 ore 10.30
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Il Valore del Rifiuto nella Costruzione Sociale della Questione Ambientale

A vent’anni dal decreto Ronchi il passaggio da merce a rifiuto e da rifiuto a risorsa a che punto è?

di Andrea Tafuro

La carta si butta nel bidone a sinistra, il vetro in quella più al centro, la plastica accanto. L’umido? In un altro contenitore ancora. Gesti semplici e quotidiani con cui il creativo popolo italico ha imparato a convivere, eppure sino a vent’anni fa non era affatto la normalità, perché meno del nove per cento dei 21,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti veniva poi riciclato. Come il sol dell’avvenire, tutto è iniziato a cambiare. Correva l’anno 1997, sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica veniva pubblicato il D.Lgs. 22/97, noto come decreto Ronchi, che ha fortemente modificato i costumi sui rifiuti.

Secondo una recente indagine di Ipsos, promossa dal Consorzio nazionale imballaggi (Conai), il 93 per cento degli italiani considera la differenziata un’utile necessità e il 91 per cento la mette al primo posto tra i comportamenti anti spreco e tra le buone abitudini ambientali. Il 32 per cento poi è convinto che non rappresenti un problema, ma una risorsa. Il 58 per cento è più attento al riciclo dei materiali anche se il 68 per cento non nasconde la fatica di gestire una quantità sempre più crescente di rifiuti. Il rifiuto come problema è una preoccupazione dell’homo consumens, figura umana frutto dell’evoluzione della specie manifestatesi nell’odierna società moderna. Il sociologo Anthony Giddens, ci dice di analizzare il problema rifiuti come un prodotto dell’industrialismo, cioè della progressiva sostituzione delle fonti animate di energia con fonti inanimate. Ciò che resta di un prodotto, volendo applicare i parametri utilitaristico strumentali che tanto piacciono di questi tempi, è parte del servizio acquistato. Producete, a valanga, materiali ed energia da fonti inanimate e vi permettete, così, di sostituire operazioni proprie con pezzi di capitale naturale. Questa dimensione della modernità si identifica con l’industrialismo, che in associazione con il capitalismo, il militarismo e la sorveglianza hanno partorito l’odierna società del rischio. Categorie epistemologiche quali: rischio, razionalità, prevenzione e responsabilità, sono state demolite e sostituite con quelle di: incertezza, insicurezza, precauzione, globalizzazione che irrompono ancor prima che si riscontrino emergenze varie o disastri. In particolare il concetto del rischio ha reso obsoleto i paradigmi classici su cui si poggiava la teoria del conflitto: capitale/lavoro, aumentando la complessità sociale.

“L’inquinamento non si ferma davanti a casa del ricco”, è l’immarcescibile motto di Ulrich Beck, sociologo tedesco. Oggi l’uomo vive in una società in cui il processo di mercificazione e l’evoluzione nell’uso dei beni porta al mutamento del loro valore intrinseco, venendo sempre più dominata da quel demone tipico dei paesi a reddito elevato, il consumismo di massa. Questo vostro mondo favorisce l’aumento dei consumi per soddisfare i bisogni indotti dall’ibridazione del selfie e dal bisogno impellente dell’imitazione sociale. Gli economisti parlano di effetto Veblen quando anatomizzano quel fenomeno per cui i consumatori sono attratti da un manufatto quanto più è elevato il prezzo di tale prodotto che dunque proprio per questo fattore assume dei significati di prestigio. Questo modello di vita ovviamente ha effetti devastanti sull’ambiente.

Il primo tentativo di mostrare che le società moderne dipendono dal loro ambiente naturale fu dello studioso sociale Riley Dunlap, contestando la prospettiva antropocentrica nota come “Human Exceptionalism Paradigm”, che si reggeva su quattro postulati: il riconoscimento degli esseri umani come creature uniche sulla terra in quanto generatori di cultura; la variabilità spazio temporale della cultura, che evolve molto più rapidamente delle caratteristiche biologiche; molte delle differenze umane sono indotte socialmente piuttosto che ereditate geneticamente.

Tali differenze sono dunque socialmente modificabili laddove risultano inconvenienti; accumulazione di cultura significa che il progresso può crescere senza limiti, rendendo tutti i problemi sociali alla fine risolvibili. Lo studioso in collaborazione con William R. Catton, Jr. propone di cogliere il rapporto uomo/ambiente attraverso tre assiomi: quella umana è solo una delle specie tra le tante esistenti sulla terra: tutte le specie partecipano in modo interdipendente alle comunità biotiche che informano la vita sociale; complesse trame di cause, effetti e feedback nella rete della natura producono molte conseguenze involontarie che differiscono dalle azioni intenzionali dell’uomo; il pianeta è finito, ovvero possiede limiti fisici e biologici costrittivi per la crescita economica, per il progresso e per altri fenomeni sociali.

Non è il ritorno al determinismo biologico, ma il riconoscimento dei fattori sociali e fisici come unitamente costituenti la realtà. Invece, nel nostro D.Lgs. 22/97, la principale novità introdotta è stato il concetto di gestione dei rifiuti, ogni singola fase, dalla raccolta, al trasporto, al recupero e allo smaltimento ha una propria identità. Altre significative innovazioni sono: tutti i soggetti coinvolti nel ciclo del rifiuto produttore, trasportatore, smaltitore o recuperatore, sono corresponsabili della corretta gestione anche in funzione di una elevata protezione dell’ambiente. Viene introdotto un ordine di priorità, il principio delle 4R, che vede al primo posto la riduzione della quantità di rifiuti prodotti e della loro pericolosità, quindi, il reimpiego, il riciclaggio ed il recupero di materia o di energia. D’altra parte il consumatore deve essere cosciente del suo ruolo primario nella tutela dell’ambiente e di quanto sia importante modificare le proprie abitudini. E’ indispensabile assumere, in prima persona, atteggiamenti ambientalmente corretti.

Napoli, 13 aprile 2017