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Felicità e manualità: la corrente calda del lavoro
di Martino Ariano

 

“La vita può essere condotta con la maestria che designa un impulso umano
fondamentale e sempre vivo: il desiderio di svolgere bene un lavoro per sé stesso”.
Richard Sennet

 

Madrid. 6 febbraio 2022. “Non se ne può più! Le cose vanno sempre peggio! Abbiamo passato ogni limite!”.333Alla continua ricerca di successo e visibilità seguiamo tutte le piste possibili, come schegge impazzite. Ma, pensate davvero che la flessibilità, l’instabilità e la velocità siano gli ingredienti del successo?

Pensate al lavoro, i turbo capitalisti sempre a caccia di sciami consumisti, ci dicono che la produzione di massa e standardizzata è la panacea di tutte le storture sociali.

Che la conoscenza astratta possa essere disgiunta dai saperi del fare.

E smettetela!

L’ossessione della competenza,

porta ad un vero e proprio prototipo di

narcisista ed esperto, incapace di relazionalità:

il Solitario della qualità totale.

Nel 2008, all’inizio della crisi economica, il sociologo americano Richard Sennett pubblicava “L’uomo artigiano”.

L’autore ipotizza che il lavoro deve avere a che fare con l’intensità emotiva del far bene, tale da produrre, una relazionalità sociale, un cammino di cittadinanza solidale.

Uso Sennet perché voglio evidenziare che attraverso il lavoro svolto bene, si mette in atto una logica non orientata a trattenere, bensì a offrire per crescere.

Attraverso il lavoro quotidiano vivo il limite non in maniera passiva, ma come opportunità per testimoniare che solo facendo bene, appunto come un artigiano, lotto per un mondo migliore.

In modo ossessivo mi viene ripetuto che le risorse del pianeta sono limitate e destinate inevitabilmente ad esaurirsi, se non si abbraccia uno stile di vita improntato al risparmio.

La stessa cosa mi viene detta a proposito di come conduco l’esistenza nel quotidiano dove, essendo sempre più evidente che ci troviamo in una società competitiva, il messaggio è di agire in modo economico.

3333In un periodo in cui, per qualità e quantità, il lavoro è sotto pressione, non sarebbe male se imparando da artigiani orgogliosi, pazienti e capaci di concentrarsi su problemi concreti si potessero avere società e istituzioni capaci di evolvere, di affrontare i problemi e le limitazioni della crisi globale, di ricercare vitalità, qualità sociale ed un diverso senso del tempo.

Chiarisco che artigiani non sono solamente coloro che facevano parte delle corporazioni medievali, con il loro sistema strutturato e ritualizzato di formazione e apprendimento dei giovani che diventano maestri dopo sette anni di apprendistato.

Non sono un nostalgico francescano, voglio analizzare e parlare di cose più importanti.

Nella società della comunicazione e dei servizi è possibile un sussulto collettivo, Sennett usa il termine organico, di riapertura alla vocazione professionale in tutti i luoghi produttivi?

È possibile essere produttori eccellenti di manufatti, sia in attuali e antiche botteghe oppure nelle disseminate realtà sociali degli uffici pubblici?

Ancora peggio se la ricerca di qualità

è perseguita con standard assoluti

che non considerano il sapere tacito,

l’esperienza, il valore della pratica,

il conflitto divergente tra sapere tacito e sapere esplicito.

Troppo a lungo il capitale ha puntato a ridurre il ruolo del lavoro, sino a dichiarare il non lavoro sociale come felicità.

Il sicuro e sostenibile percorso è nelle attività supertecnologiche attuali, svolte con talento artigianale, dove a trionfare è la capacità di mettere in relazione la conoscenza teorica con quella pratica, la testa con le mani.

Un-lavoro-ben-fattoL’uomo artigiano di Sennet, deve saper fare bene le cose per il proprio piacere, perché chi sa governare sé stesso non solo saprà costruire un meraviglioso violino, ma sarà anche un cittadino giusto.

Scrive Sennet: “Il fatto di imparare a svolgere bene un lavoro mette gli individui in grado di governarsi e dunque di diventare bravi cittadini… Il lavoro ben fatto è quindi anche un modello di cittadinanza consapevole. L’attitudine al fare, comune a tutti gli uomini, insegna a governare noi stessi e a entrare in relazione con altri cittadini su questo terreno comune”.

Non voglio salire sulla macchina del capetto di turno per non perdere posizioni utili alla carriera.

Di contro, voglio essere sensibile al perché, è l’unico destriero che mi porta fuori dal campo minato della banalizzazione. 

Ma allora, perché ho scritto queste cose?

Perché, invito i moderni artigiani a lavorare alla costruzione di una società decontaminata dalle menzogne dell’arricchirsi facile e che viaggia insicura e senza protezione a una velocità umanamente insostenibile.

Dio salvi il guidatore ubriaco!

Madrid, 6 febbraio 2023