mar 24 APRILE 2018 ore 17.04
Home Cultura Donne che lottano per la giustizia climatica

Amazzoni ambientali ai tempi di internet

di Martina Tafuro

Mary Robinson, mettere le persone al centro delle politiche

Giurista e politica irlandese, nonchè prima donna ad essere stata eletta Presidente della Repubblica d’Irlanda (1990-1997), ha dedicato gran parte della sua vita e della sua carriera alla difesa dei diritti umani e dell’equità di genere mettendo al centro delle politiche il contrasto agli impatti del cambiamento climatico. Nel 2002 fonda l’organizzazione Realizing Rights, con la quale si avvicina alla questione del cambiamento climatico evidenziandone le conseguenze negative già in atto e che stavano subendo innanzitutto le popolazioni e in particolare le donne dei paesi meno sviluppati. Nel 2010, da vita alla Mary Robinson Foundation - Climate Justice, con lo scopo di diventare un punto di riferimento per l’educazione e l’advocacy nel campo della giustizia climatica, poichè il rispetto dei diritti umani e dell’equità di genere sono elementi indispensabili per affrontare gli impatti del cambiamento climatico. La Fondazione, attraverso azioni di networking e leadership, opera per far sì che donne leader di alto livello lavorino in sinergia con donne leader della società civile. Secondo Mary Robinson, la giustizia climatica è un tema morale per due motivi principali. Innanzitutto, perché ci costringe a capire quali siano i problemi e le sfide delle popolazioni più vulnerabili, portando così avanti un’azione climatica rapida e ambiziosa. Infine, perché ci informa su come dovremmo combattere contro il cambiamento climatico, cioè agendo in solidarietà.

Hindou Oumarou Ibrahim, spendere la propria vita per il proprio popolo

Ha dedicato la sua vita alla salvaguardia del popolo Mbororo, comunità pastorale nomade di circa 250.000 persone che vivono nella zona del Sahel, coinvolgendo le popolazioni indigene della regione nel programma governativo per le risorse ambientali del Ciad, utilizzando la conoscenza tradizionale per far fronte alle conseguenze del cambiamento climatico.

È la coordinatrice dell’Associazione delle Donne e Popolazioni Indigene del Chad (AFPAT) ed è stata scelta come rappresentante della società civile alla cerimonia d’apertura per la firma dell’Accordo di Parigi del 2015, in occasione della COP 21. Nel suo discorso ai leader mondiali presenti ha ricordato l’effetto che questo fenomeno ha sulle comunità indigene come la sua.

Infatti gli Mbororo dipendono, per il loro sostentamento, dall’ecosistema del lago Ciad, bacino idrico che sta scomparendo, prospettando per i membri di questa comunità un futuro da migranti climatici. Ibrahim possiede una solida formazione sui diritti delle popolazioni indigene e sulla protezione ambientale, affermandosi negli anni come una delle maggiori esperte di mitigazione e adattamento climatico. Una parte significativa di questo impegno è focalizzata sull’importanza della conoscenza tradizionale delle popolazioni indigene. Il profondo legame che queste comunità hanno con il territorio è una risorsa che non può essere esclusa dalla ricerca scientifica per la protezione ambientale. Forte di questo bagaglio di conoscenze, nel 2012, ha collaborato allo sviluppo di un progetto di mappatura tridimensionale partecipativa per la gestione delle risorse ambientali del Ciad. Partecipativa, perché il processo consultivo ha coinvolto le popolazioni indigene della regione, integrando per la prima volta la loro conoscenza tradizionale nel programma di adattamento ambientale del governo.

Il progetto ha coinvolto le donne del popolo Mbororo evidenziando il loro ruolo nella protezione delle risorse ambientali, in qualità di responsabili del rifornimento alimentare per le loro famiglie, detengono gran parte della conoscenza su come adattarsi alle situazioni di emergenza, per esempio dove trovare l’acqua durante le siccità e come conservarla. In conclusione, è indispensabile capire come le comunità locali sono organizzate, così da utilizzare la conoscenza accumulata nel corso delle generazioni per fronteggiare le conseguenze del cambiamento climatico.

Zakia Naznin, migrazioni ambientali Vs. giustizia climatica

Questa coraggiosa antropologa bengalese ha posto la prospettiva di genere al centro del suo lavoro, analizzando le cause che rendono vulnerabile chi non può emigrare dalle zone rurali in cui vive. L’innalzamento delle temperature e l’aumento di fenomeni ambientali disastrosi sta costringendo sempre più persone nel mondo a emigrare per sopravvivere.

Non tutti gli individui esposti ai rischi del cambiamento climatico possono, però, emigrare, donne, bambini e anziani sono spesso costretti a rimanere e lottare per la loro sopravvivenza.

È su questi gruppi vulnerabili che si concentra il lavoro di Zakia Naznin, ricercatrice del Bangladesh.

Dal suo lavoro emerge come la prospettiva di genere sia fondamentale per trovare la causa della condizione di vulnerabilità in cui si trovano determinati gruppi di individui. Le donne in Bangladesh, come nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, sono spesso responsabili della gestione delle risorse naturali per garantire la sicurezza alimentare alle loro famiglie. Le norme socio-culturali che le relegano a compiti di natura domestica e di assistenza diventano barriere insormontabili davanti alla necessità di trovare nuovi mezzi di sostentamento per sopravvivere al cambiamento climatico. La situazione delle donne del Bangladesh è uno dei tanti esempi di mancata realizzazione della giustizia climatica, ovvero di conseguenze del cambiamento ambientale a carico di persone che non hanno mezzi per porvi rimedio.

Nel 2014 Naznin, affiancata da un gruppo di ricercatori del Bangladesh Center for Advanced Studies (Bcas), ha iniziato a collaborare con Un women a un progetto di mitigazione ambientale delle comunità rurali del Bangladesh: “Riduzione della vulnerabilità delle donne colpite dai cambiamenti climatici attraverso opzioni di sostentamento alternative”. In questo quadro le donne di cinque distretti a rischio di disastro ambientale hanno seguito dei corsi di formazione per la conservazione delle risorse, la gestione delle emergenze e la diversificazione delle loro forme di reddito.

Il progetto ha fornito l’occasione a Naznin per osservare le conseguenze delle migrazioni indotte dal cambiamento climatico, Naznin ha detto: “Quando si parla di migrazioni non ci si può focalizzare solo sugli uomini che emigrano, ma bisogna considerare anche le donne che vengono lasciate nelle comunità di origine. Le migrazioni hanno un impatto importante sulla loro vita in termini di lavoro, mobilità e relazioni interne alla comunità”.

Nei villaggi del Bangladesh che hanno visto l’attuazione del progetto di Un women c’è stato un miglioramento della resilienza ambientale e delle condizioni di vita della popolazione. In conclusione, bisogna sostenere chi è nell’impossibilità di lasciare la propria comunità di origine in modo da trasformare un problema complesso e spesso tragico in un’opportunità di cambiamento.

Napoli, 30 marzo 2018