mar 12 DICEMBRE 2017 ore 19.00
Home Politica Vinca uno ma festeggino in tre per la Democrazia

Vinca uno ma festeggino in tre per la Democrazia
di Luigi Antonio Gambuti

Venti di guerra spirano su questa palla tagliata in lungo e in largo da meridiani e paralleli.

Dall’altra parte della faccia della terra, quella in cui l’alba s’affaccia quando qui tramonta il sole, due soggetti si sfidano seminando grumi di paura. E terrorizzando coloro i quali loro malgrado dovessero essere coinvolti nel macabro spettacolo.

Il giovane panciuto dittatore nordcoreano esibisce muscoli protetti dalla forza nucleare. Di fronte, il fronzuto capo ultrà del Nuovo Continente-si chiamava così tanto tempo fa- che minaccia lo schiaffo per schiacciare il moscerino e mettere a tacere le sue goffe esibizioni. Arbitro, suo malgrado, la sterminata Cina, per molti aspetti interessata a che il conflitto non esploda, ma che la tensione non si allenti, per lucrare gli esiti derivanti dalla sua mediazione. Sì che il chihuahua dagli occhi a mandorla abbaia e mostra i denti al mastino americano e al mondo non resta che assistere alle parate di terra dell’uno e di mare dell’altro, sempre più guardiano di un mondo che ha perso da tempo l’armonia faticosamente conquistata.

Qui, nella “vecchia Europa”, vanno sgretolandosi storie e capitali, rapporti nuovi soppiantano vecchie vicinanze, s’ergono barriere e si sfilacciano legami, sì che la storia dell’Unione voluta da Spinelli e da Pertini pare vada ramenga avvolta nelle spire di rigurgitinazionalistici mai del tutto scongiurati.

E’ tempo di forti cambiamenti nel vecchio continente. Decretata nel tempo la “morte” delle ideologie; emersi e/o rigenerati rigurgiti nazionalistici alimentati da nuove povertà e da paure dettate dalla grandemigrazione, l’Europa si trova a fronteggiare movimenti popolari che, soppiantati i vecchi sistemi di partito, premono per arrivare ad occupare le sedi del potere. Generando movimenti trasversali tra le scorie dei vecchi partiti,fortemente ridimensionati, dando vita a rivendicazioni non sempre reclamate e supportate da istanze democratiche.

Al punto che populisti di ogni genere, ce ne sono tanti, ne decretano la fine, cominciata da non molto tempo, allorquando si è incrinata la struttura della sua egemonia.

Si ritroveranno alle urne alcuni popoli europei in questi mesi. Ha cominciato la Francia, dando ragione alle tesi di Emmanuel Macron,un giovane tecnocrate che si pone al centro, tra la destra e la sinistra; seguirà Theresa May che, forte della sua popolarità, ha convocato la tornata elettorale per le elezioni anticipata al fine di lucrare la scia del successo appena conseguito. A settembre ci proverà la Germania che affronterà le “imprevedibili” elezioni politiche anticipate, per assegnare il potere tra la Merkel e Martin Schulz; ci proverà l’Italia, nel 2018 o ancor prima, tutto dipende dagli esiti della consultazione di domani 30 aprile, dalla quale Matteo Renzi si aspetta di essere ri-legittimato alla guida del Paese. Sarà tutto un ribollire di movimenti e di consultazioni per dar forma ad un ‘Europa nuova, più compatta e più coesa, più forte nel contesto politico strategico internazionale.

Più libera da populismi e sovranismi, più legittimata a far sentire la sua voce nelle questioni che riguardano l’assetto socio politico economico mondiale.

E in Italia, oggi , che succede?

Domani mattina, gli iscritti al partito democratico e coloro i quali ne condividono tesi e proposte, sono chiamati alla scelta del nuovo segretario del Partito.

Come a dire, il soggetto nelle cui mani vanno consegnate le linee guida del futuro politico del Paese, visto che il PD è l’unica forza politica organizzata e riconosciuta, anche a livello internazionale, come interlocutore dotato di cultura ed esperienza democratiche.

La scelta che spetta agli elettori non è difficile, vista la diffusa e conclamata esposizione mediatica dei tre competitori. Le culture di provenienza; la posizione occupata nella sempre più altalenante linea del partito; gli incarichi istituzionali sinora ricoperti , sono elementi che dichiarano, senza dubbio alcuno, le capacità di ognuno; la sua coerenza, il suo carisma, la validità delle sue proposte e , quel che di più conta, la capacità reale di perseguire risultati funzionali alla crescita del bene collettivo e alla rivalutazione del prestigio del paese.

Renzi, Orlando ed Emiliano sono nomi e personaggi di prestigio, ognuno dei quali merita di essere considerato all’altezza della conduzione del partito e,quindi, si presume, alla guida del Paese.

Allo stato, a leggere i sondaggi e ad esplorare all’interno delle dichiarazioni di voto utili agli stessi, si evince che Matteo Renzi guida di gran lunga la partita, con un distacco che difficilmente potrà essere colmato dal suo più vicino “inseguitore”.

Per non parlare del terzo, distanziato così lontano, che difficilmente si vedrà sulla linea di arrivo della corsa.

Che succederà all’indomani dell’esito elettorale, a partire da lunedì mattina?

Passata la festa, gabbato lo santo, bisognerà organizzarsi per gestire al meglio la domanda elettorale.

Cos’hanno chiesto gli elettori? Come fare fronte alle loro aspettative?

E qui, per concludere questa nota, mi sia consentito di proporre qualche consiglio ai contendenti, tutti e tre considerati capaci di assumere delle responsabilità di fronte ai problemi del paese.

In un contesto difficile quale quello attuale; in un contesto di crisi della democrazia-vedi quanto populismo arieggia nelle contrade italiane e non solo!-in uno scenario internazionale sollecitato spesso da movimenti che ne mettono a rischio stabilità e prospettive, il nostro paese ha fortemente bisogno di una guida forte, certa e sicura. Una guida che non sia accreditata nelle mani dell’uomo solo al comando, ma che, condivisa e responsabilmente diffusa, sia nelle mani di un gruppo di potere che, legittimando il capo per il carico di visibilità e di responsabilità che gli compete,  lo aiuti a svolgere il suo compito e ne condivida vittorie e sconfitte come esiti di una sola mano e di una sola volontà.

C’è bisogno di unità, non di divisioni; c’è bisogno di collegialità, informata di sicuro rispetto per le posizioni dei singoli, ma attenta ad approvare e sostenere le decisioni comuni.

C’è bisogno di umiltà e di voglia di fare, per costruire, qualsiasi sia il ruolo dei costruttori,  senza più fratture, uniti per rifondare le sorti di un Paese alla corde che aspetta di essere rilegittimato per la storia dei suoi valori.

Napoli, 1 maggio 2017