mar 25 SETTEMBRE 2018 ore 14.12
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Tutti i giornali ne hanno parlato
di don Giulio Cirignano*

I mezzi di comunicazione seria ne hanno dato, con grande evidenza, notizia. Mi riferisco alla storica decisione relativa ai rapporti tra Stati Uniti e Cuba. I due presidenti non hanno fatto mistero del ruolo positivo di Papa Francesco. Notizia bellissima in sé e che ci riempie di gioia per il ruolo positivo avuto sia da Papa Francesco che dai suoi predecessori. Quest’anno il Natale avrà anche il sapore di questo fatto di pace.
Ma non è di questo che voglio parlare. Neppure voglio commentare la decisione, molto meno importante anche se non priva di un qualche significato, di destinare parte della residenza estiva di Castelgandolfo a museo per chi desidera conoscere la storia del papato attraverso una ampia galleria di ritratti. Papa Francesco non si smentisce.
E’ opportuno, piuttosto, puntare l’attenzione su qualcosa di ancora più decisivo . Riguarda l’ideale evangelico a cui la comunità cristiana è chiamata a conformarsi. L “Evangeliigaudium” ha già detto molto circa il cammino futuro della Chiesa. Chi non se ne fosse accorto può andare a rileggersi, tra l’altro, i paragrafi dedicati alla mondanità spirituale. Non sono gli unici a mettere in mostra grande coraggio ma, certamente, colpiscono aspetti che non possiamo più far finta di non vedere.
Ma è in particolare al n.104 che intendo fare riferimento dove si parla del sacerdozio che “può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere…..La configurazione del sacerdote con Cristo Capo non implica una esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto. Nella Chiesa le funzioni non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri”.
Tra pochi giorni sarà Natale: è mai possibile celebrare il dramma di Dio che si fa carne, si fa bambino, profezia e premessa del suo farsi servo dell’uomo fino alla morte di croce e nello stesso tempo continuare proprio l’esercizio del sacerdozio ministeriale in un contesto di titoli, segni privilegi tipici del potere mondano? Questo è argomento delicato e, in un certo senso, spinoso. Il sacerdozio ministeriale da sempre ha un ruolo preminente nella storia della Chiesa. Ma ora è venuto il momento di rendersi conto del fatto che, soprattutto nel suo gradino più alto, l’episcopato, appare in stridente contraddizione con il cuore del Vangelo.
L’affermazione è grave e va ben spiegata. Quì non sono in questione le qualità personali dei singoli. Il giudizio sulle persone appartiene a Dio e a lui solo. Conosciamo persone degnissime, da molti punti di vista. Ma non è questo il punto. E’ in gioco, purtroppo, il profilarsi di una casta. Una casta di “arrivati”. Circolava qualche tempo fa una felice battuta circa la scarsità delle vocazioni sacerdotali in contrasto con una visibile effervescenza di vocazioni episcopali. Era una battuta ma colpiva nel segno.
Definire che cosa sia una casta non è facile. Non ci sono elementi concreti che possano favorire la definizione. E’ un modo di percepirsi, un modo di considerarsi rispetto a tutti gli altri. Certo ci sono elemento oggettivi connessi con tutto ciò: segni, titoli, privilegi più o meno materiali, azioni. Ma non è questo l’aspetto più importante in relazione alla casta di cui stiamo parlando. E’ il percepirsi, singolarmente o in gruppo, portatori e depositari di speciali capacità e conoscenze. In tutti o quasi i settori del sapere teologico, morale e pastorale! Ma, come diceva don Milani, lo Spirito Santo illumina i vescovi, non li informa!
Su questa questione il Nuovo Testamento è chiarissimo: ogni tentativo di emergere nella comunità determina l’abbassamento della fraternità. Di conseguenza, costituirsi in casta significa rischiare fortemente di restare fuori dell’orizzonte del vangelo.
A questo punto una domanda : come gestire l’autorità nella Chiesa, che è un dono prezioso, senza che essa diventi un ostacolo alla fraternità ed alla comunione? Anche su ciò l’insegnamento di Gesù è stato chiarissimo. L’autorità non deve servire per fare da padroni sul gregge ma per servire la gioia. Deve essere esercitata “en kurìo”, essere sua trasparenza. Essendo il gradino più alto del sacerdozio ministeriale, più alto deve essere il grado di assimilazione al ” servo”. Non può essere ambita come una promozione, come una specie di cavalierato da agognare. Come si può agognare la croce?
Accanto all’esercizio del sacerdozio ministeriale si è poi aggiunta l’istituzione del cardinalato che è andata ad aumentare il tasso di estraneità rispetto alla logica evangelica. Sia chiaro: i cardinali sono una istituzione totalmente diversa dal ministero sacerdotale. Di fatto però, alcuni soggetti del sacramento dell’ordine sono anche cardinali. Per cardinalato si potrebbe parlare di abolizione, per la mentalità castale, invece, occorre ricorrere alla parola conversione.
Questa mentalità castale è vissuta in gradi diversi delle persone, tuttavia come polvere velenosa si posa con facilità. E’ come una gabbia che imprigiona.
Una seconda domanda allora appare inevitabile: come mai nessun appartenete alla casta denunzia la ridicolezza di questa appartenenza, che celebra i suoi trionfi nelle vesti più o meno variopinte,nella incomprensibile riverenza a prescindere, nella pervicace continuazione della logica clericale e maschilista che la caratterizza? La risposta non è difficile: nel cuore umano alberga, camuffandosi con pretesti fantasiosi, la insopprimibile voglia di emergere, di essere riconosciuti, lodati e applauditi. Appartenere ad una casta prevede molti privilegi ai quali è difficile rinunciare.
Può essere utile tornare a leggere quanto Papa Celestino scriveva ai vescovi delle province Viennese e Narbonese(26 luglio 428): “ Noi dobbiamo distinguerci dal popolo e da tutti gli altri per la dottrina non per la veste, per la condotta non per la foggia del vestire, per la purezza della mente non per il modo esteriore di vivere” (Papa Celestino, Epistolario, Collana testi patristici, Città Nuova Editrice, Roma 1996, pg.61)
La conoscenza con il pastore valdese Paolo Ricca mi ha fatto vedere come sia possibile coniugare insieme responsabilità ecclesiale con stile evangelico.Gli sono grato non solo per le cose che ha detto, peraltro non diverse da quelle che si possono sentire da molti dei nostri pastori e confratelli, ma per il modo con cui le ha dette, soprattutto per lo stile con cui è stato tra noi. Come un essere normale, camicia e cravatta, profonda passione e semplicità, senza quel ridicolo corredo di moda ecclesiastica che taluni portano con ostinata compiacenza.
Per questo vorremmo che Papa Francesco desse attuazione a quel sogno che ha avuto il coraggio di esprimere. Perché non lo fa? Ogni minuto di ritardo può essere esiziale. In questo non può essere lasciato solo. La preghiera di tutto il popolo di Dio deve accompagnarlo. Ma non solo la preghiera. Ogni battezzato può essere la goccia di un’onda gigantesca di Vangelo, in grado di portarlo in alto.
Senza questo difficile passaggio di morte e resurrezione dell’episcopato appare problematica una vera ripartenza della comunità cristiana. Morte in relazione al modo di incarnarsi secondo un lascito storico che viene da lontano, resurrezione nella  logica del Vangelo e nella forza dello Spirito.

* biblista

Napoli, 22 dicembre 2014