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Può la tecnologia entrare nei meccanismi di creazione di un’opera d’arte?
di Martino Ariano

 

Dipingo ciò che non posso fotografare.
Fotografo ciò che non voglio dipingere.
Dipingo l’invisibile.
Fotografo il visibile.
Man Ray

 

Siamo stati abituati a nozioni, definizioni, concetti ben definiti.

Prodotti dalla storia, che ha visto un susseguirsi di sperimentazioni, innovazioni, ricerche, prove, confutazioni e dibattiti.

Si è portati a pensare che il mondo umanistico non possa essere relazionato al mondo scientifico.

Dalla forma mentis[1] al modus operandi[2], siamo costantemente chiamati a contrapporli.

Ma nel XXI secolo, parlare ancora di categorie, in generale ma soprattutto nel mondo culturale, è anacronistico quanto estremamente demenziale. 

È infatti dal 1956 – precisamente con un gruppo di ricercatori del Dartmouth College – che l’intelligenza umana ha sviluppato una sua versione in laboratorio: l’Intelligenza Artificiale (IA).IA

L’IA è estremamente complessa da definire, inquadrare e soprattutto realizzare.

Infatti oltre alle difficoltà nel definirla e nel distinguerla correttamente dall’intelligenza umana, permane ancora un forte gap tra teoria e applicazioni pratiche e tra ambiti di attuazione e diffusione su larga scala.

Ad incidere, non ultimi, sono fattori giuridici, morali ed etici.

È dagli anni ‘80 che l’IA inizia a diffondersi, in quanto passa dall’ambito prettamente accademico a quello industriale.

La svolta decisiva è dovuta soprattutto all’avvento del web, che ha portato l’uomo ad essere circondato dall’IA anche nella sua vita quotidiana.

Nell’ambito propriamente artistico, pensando all’IA ci si pone moltissimi interrogativi, come:

L’opera d’arte non è frutto di espressioni, stati d’animo e vissuti di persone umane?

Può la tecnologia entrare nei meccanismi di creazione di un’opera d’arte?

Non può esistere un’opera d’arte artificiale, è una sciocchezza!

Premettendo che gli sviluppi scientifici e tecnologici, influenzando la società, incidono anche sull’arte, divenendo quest’ultima una delle sue principali manifestazioni.

Oggi, senza neanche rendercene conto, ci ritroviamo spesso sia a creare che ad osservare opere nate dalla tecnologia.

Prime e forti rivoluzioni tecnologiche in tal senso avvennero nel 1839 con la nascita della fotografia e nel 1895 con l’avvento del cinema.

La fotografia fu in principio considerata come mero prodotto di una macchina e per questo fortemente disprezzata e criticata.

Nonostante ciò ispirò molti movimenti artistici, come il Dadaismo, il Surrealismo e lo Spazialismo.

La parola tecnologia deriva dal greco techne: arte, il saper fare, e logia, discorso, trattato.
È l’etimo stesso del termine tecnologia a definire l’ intreccio del suo rapporto con l’arte.

L’arte, si può paragonare facilmente alla tecnologia, perché entrambe, seppur con mezzi e modi differenti, conducono verso linguaggi nuovi e costantemente si e ci spingono ad andare oltre, a superare sempre nuove sfide.

Alla domanda:

Può la tecnologia entrare nei meccanismi di creazione di un’opera d’arte?

e all’affermazione “Non può esistere un’opera d’arte artificiale, è una sciocchezza!” rispondo con un’opera d’arte, avente un rapporto molto stretto con l’IA.

Edmond De Belamy, 2018, Inchiostro su tela, 70x70 cm

Edmond De Belamy, 2018, Inchiostro su tela, 70×70 cm

L’opera in questione, ad un primo sguardo, può sembrare, nella sua stesura non precisa, quasi evanescente, priva di un disegno ben delineato, un’opera impressionista, ma ciò non è.

Spesso, soprattutto gli addetti ai lavori, per avere conferma della paternità di un’opera, oltre a riconoscere la stesura, il tratto e lo stile, si concentrano sulla firma dell’autore.

Anche in questo caso può aiutarci la firma.

firma
Immagino le vostre facce, meravigliate perché dinanzi vi trovate non una classica firma, ma una formula algebrica, precisamente un algoritmo.

Ebbene si, è proprio un algoritmo l’autore dell’opera.

Edmond Belamy, così è intitolata l’opera, è un ritratto di un uomo ottocentesco, e fu battuto all’asta da Christie’s a New York il 25 ottobre 2018 per 432.500 dollari (circa 380.200 €).

Superando di gran lunga il suo prezzo di stima (7.000-10.000 dollari).

Il ritratto è opera del collettivo francese Obvious e fa parte di un ciclo di undici ritratti, intitolato “La Famiglia Belamy”.

A produrre il quadro, quindi, non è stato l’uomo, ma l’IA, mediante un algoritmo di deep learning, la GAN (Generative Adversarial Networks).

Precisamente ad essere utilizzati sono ben due algoritmi:

- il primo, chiamato generatore, utilizza un database preimpostato per creare delle immagini nuove.

In questo caso il database era formato da 15.000 ritratti dipinti tra il XIV e il XX secolo.

- Il secondo, chiamato discriminatore, classifica e controlla i risultati creati dal primo, escludendo quelli che hanno qualche somiglianza con i dati del database.

Ogni volta che il discriminatore rifiuta ciò che gli viene sottoposto, il lavoro ricomincia e il generatore è spinto a migliorarsi.

Il processo termina quando il discriminatore non è più in grado di distinguere gli esempi presenti nel database dai risultati ottenuti.

Ebbene sì, un’opera d’arte può essere creata anche da una macchina!

Si griderebbe allo scandalo, si invocherebbero tutte le teorie e i concetti di questo mondo, si presenterebbero tantissime prove per confutare tale processo.

Vi rammento il caso, prima citato, della fotografia, che oggigiorno utilizziamo con disinvoltura, non solo in un’ottica professionale, ma anche amatoriale, grazie ai nostri smartphone.

E inoltre vi faccio notare come gli algoritmi o i database su cui si basano, vengano creati e programmati dall’uomo.

L’IA non è l’artista, non sostituisce l’uomo, ma lo aiuta e ne diviene un ennesimo strumento nelle sue mani.

Perché giocare di morale, di etica quando un qualcosa, come l’IA, risulta essere un grande passo evolutivo, un ennesimo nuovo strumento nelle mani dell’uomo, per ideare, progettare, creare ed utilizzare nuovi mezzi e strumenti, atti a migliorare e facilitare la vita tanto professionale quanto quotidiana?

Con ciò non si vuole accantonare, dimenticare o eliminare la storia o i metodi classici, ma si vuole solo sfruttare e usare il frutto della nuova vita 3.0.

Prima il martello e lo scalpello, ora la stampante 3D

Prima il pennello, ora un robot

Prima una tela, ora uno schermo

Prima un disegno preparatorio, ora degli algoritmi

Prima influenze e viaggi culturali, ora database interconnessi.

Prima un uomo artigiano ora un uomo tecnologico.

Marzano di Nola, 16 novembre 2020


[1] Forma mentis è una locuzione latina e significa letteralmente “forma, idea, impostazione della mente”: ciò che apprendiamo, le esperienze e gli stimoli che viviamo ci portano allo sviluppo di una forma mentis tutta nostra, ovvero di una identità mentale che andrà a sua volta a condizionare e determinare le nostre azioni future.

[2] Modus operandi è una locuzione latina, traducibile approssimativamente come modo di operare o modalità operativa. Il termine viene utilizzato in numerosissimi contesti, in particolare lavorativi, per indicare delle specifiche modalità operative relative a procedure o a generiche operazioni di lavoro, oppure a modi di agire.