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Novità oppure continuità?

di Don Giulio Cirignano

Abbiamo già toccato il tema della novità in relazione alla figura di Papa Francesco parlando del suo discorso a Strasburgo e della sua visita in Turchia. Può essere opportuno oltre che utile riprendere l’argomento per approfondirlo.
Riguardo a Papa Francesco, osservavo, non può sfuggire un atteggiamento alquanto pericoloso anche se, per la verità, non molto diffuso. Tuttavia da prendere in considerazione perché pare si alimenti all’alto tasso di clericalismo che ancora imprigiona la comunità ecclesiale, in particolare quella italiana, impedendole di aprirsi ai doni dello Spirito.
A cosa intendevo riferirmi? All’ostinata volontà, sia in basso che in alto, di non prendere atto che con il pontificato di Papa Bergoglio si è chiusa una stagione. Quale?
La risposta a questa domanda aiuta a comprendere con sufficiente chiarezza sia l’atteggiamento, per me incomprensibile. che si continua a registrare in alcuni laici, sacerdoti vescovi e cardinali, sia il carattere di novità che la comunità ecclesiale sta vivendo. Dobbiamo dire in premessa che questo discorso non comporta una valutazione sui predecessori di Papa Francesco né su i successori. Ognuno di essi è portatore di qualità e limiti, che solo il Signore è in grado di vedere, come è di ogni essere umano.
Dunque, quale stagione, con l’avvento di Papa Francesco, si è chiusa? In termini cronologici possiamo indicarla come la stagione postconciliare, insomma gli ultimi cinquanta anni. Stagione per molti versi caratterizzata anche da aspetti positivi, ma che proprio l’evento conciliare ci obbliga a vedere anche nelle sue incompiutezze. Nessuno deve meravigliarsi troppo di ciò: i tempi di Dio non sono i tempi dell’uomo e, pertanto, nella sua volontà, oltre che nei nostri limiti, sono racchiusi i ritmi del nostro camminare..
Possiamo, per semplicità, definire questi anni postconciliari come un periodo di percorsi interrotti. Solo se si ha lucida coscienza di ciò possiamo apprezzare la novità che lo Spirito ha predisposto per la sua Chiesa. Non farlo significa esporsi ad una vera e propria situazione di peccato contro lo Spirito..
Quali, allora, i più importanti percorsi interrotti?
Inizierei da quello stupendamente riassunto nel decreto conciliare Dei Verbum. La Parola di Dio, dopo secoli di emarginazione a causa delle polemiche con la Riforma fu rimessa dall’evento conciliare al centro della vita cristiana, della sua teologia, della sua liturgia. Fu il punto di arrivo di un tormentato e glorioso percorso durato più di cento anni. Ma finalmente una autostrada era stata riaperta per andare al cuore della proposta cristiana. Ma quello fu solo un punto di arrivo. Da lì doveva continuare il cammino di immersione nella contemplazione della Parola.
Qualcosa è stato fatto, certamente, e non può essere ignorato. Sono nati gruppi biblici, frutto di un intenso apostolato biblico condiviso da laici e sacerdoti, si è tentata una nuova formazione cristiana incentrata sulla Parola. Tutto ciò deve essere rivendicato con forza. Tuttavia dobbiamo riconosce che è stato un cammino di una larga minoranza. Dopo pochi anni è spuntato il Catechismo della Chiesa Cattolica. Forse strumento utile, anche se bisognoso di una accorta mediazione. Ma in ogni caso una scorciatoia rispetto alla autostrada. Una scorciatoia umana, con tutti i limiti di un’opera fatta dall’uomo e quindi facilmente minacciata dallo scorrere del tempo. Mentre la Parola di Dio rimane in eterno.
Nel popolo cristiano allora, soprattutto nell’area italiana, permangono ancora più o meno sottili strati di fondamentalismo in relazione anche ad aspetti importanti della fede. Chi ha pratica pastorale conosce bene questo infantilismo biblico per il quale nulla o quasi si sa circa i generi letterari e sul delicato rapporto tra fede e storia. Ancora, tanto per fare un esempio, si continua a leggere il libro della Genesi come un libro di cronaca, pochissimo si conosce dalla maggior parte del popolo di Dio delle vicende inerenti la Prima Alleanza, i Vangeli vengono ancora accostati come racconti di cronaca e non come testi pieni di senso teologico pur radicato saldamente nella storia. Le lettere di Paolo, che sono il documento più fresco delle origini cristiane, il più rivelativo dell’evento Cristo, sono un patrimonio pressoché sconosciuto da gran parte delle persone che ancora frequentano la vita della comunità cristiana. L’elenco potrebbe continuare.
A tale riguardo, l’intensa lezione sull’omelia contenuta nel capitolo terzo della Evangelii Gaudium non dovrebbe essere riconosciuta come una prospettiva di novità per coltivare con attenzione una delle ultime risorse che abbiamo a disposizione e provocare percorsi di studio in tutte le diocesi?
Un secondo prezioso percorso interrotto è quello che aveva trovato inizio con la Lumen Gentium. Si ridisegnava non solo una nuova immagine teologica di Chiesa ma anche una preziosa geografia interna nella affermazione della pari dignità di tutti i battezzati, nel riconoscimento della importanza del laicato, nella riaffermazione della bellezza del sacerdozio comune, nel ricollocare perfino la devozione a Maria in un quadro più equilibrato, teologicamente parlando. Ma anche in questo caso occorre parlare di punto di arrivo e nello stesso tempo di partenza. Sogno stupendo di Chiesa!
Che cosa invece dobbiamo registrare? Oltre al riemergere impetuoso di devozioni ( che in sé esse sono cosa buona se tenute con sobrietà altrimenti rischiano di configurarsi come una religione parallela, facile perché in linea con le paure ed i bisogni dell’uomo), l’incentivarsi di un clericalismo ed un maschilismo non più sopportabili. Ma riusciremo mai a seguire la semplicità di Papa Francesco, il suo sogno do una Chiesa fraterna, libera da tutta quella inguardabile serie di orpelli che ne fanno una galassia ridicola di piccole, inutili monarchie? Papa Francesco non porta con sé nulla di nuovo? Solo chi ha vissuto questi anni senza aspettare l’alba non è in grado di rendersene conto.
C’è poi da considerare la preziosa riforma liturgica, preparata anch’essa da un cammino di oltre cento anni: cosa ne abbiamo fatto in questi decenni anni che avrebbero dovuto essere vissuti all’insegna di un coinvolgimento sempre più profondo del popolo di Dio? Quante incertezze, quante inutili nostalgie, quanti freni! Eppure dovevamo far crescere la nostra gente nella gioia di sentirsi parte attiva e non semplici spettatori domenicali del grande mistero eucaristico. Siamo riusciti a rendere i nostri cristiani interlocutori convinti della Parola? Siamo riusciti a renderli appassionati cultori della loro vocazione regale, sacerdotale e profetica? Poco, dobbiamo dire. Poco abbiamo fatto per fare dell’appuntamento domenicale la festa della vita, l’occasione per scoprire la bellezza del cammino cristiano. Il gaudio evangelico non ha abitato nelle nostre comunità, spesso massacrate da un moralismo senza cuore, da una ossessiva ripetizione di dogmatismi senza anima. Nulla di nuovo dunque con Papa Francesco?
Per completare l’elenco dei percorsi interrotti più significativi, che dire di quella maniera nuova di stabilire i rapporti ad extra da parte della comunità cristiana consegnata nella gloriosa quanto dimenticata Gaudium et spes? Questo, forse è l’ambito più amorevolmente toccato da Papa Francesco. Nella sua esortazione sul gaudio evangelico come pure nei richiami più feriali vi sono una quantità grande di affermazioni belle e nello stesso tempo coraggiose. Affezionati cultori della continuità andate a rileggere il capitolo secondo sulla trasformazione missionaria della Chiesa, i paragrafi sulla Chiesa in uscita, sulla pastorale in conversione, leggete con amore il capitolo secondo e il discorso sulle sfide del mondo attuale e le tentazioni degli operatori pastorali, i paragrafi sulla mondanità spirituale, il paragrafo sulla conversione del Papato, sul modo di pensare il ministero ordinato. Leggete con attenzione e forse l’idea di novità comincerà a spuntare nella vostra mente. Meditate, amici del comodo assestamento della continuità lo strepitoso capitolo quarto con il discorso circa la inclusione sociale dei poveri e quello sul bene comune e la pace sociale. Sì, è vero, della pace se ne è parlato spesso. Non è un tema particolare di Papa Francesco. Ma quanto era che non si sentiva parlare dei poveri e soprattutto in quel modo? Non si scherza con lo Spirito, non si gioca con lui al comodo criterio di “nulla di nuovo sotto il sole” e del “si è sempre fatto così”.
A questo punto dobbiamo aggiungere che la novità di Papa Francesco non si misura solo a partire dai percorsi interrotti, ma più in generale dalle sue scelte, quelle più piccole come quelle più coraggiose. Cultori della continuità avete dimenticato, per caso, quel gesto semplice e magnifico con il patriarca Atenagora che ha polverizzato quindici secoli di mancanza di dialogo?
E’ assai facile lasciarsi prendere dall’entusiasmo e dall’emozione. E’ bene, anche in questo caso restare sobri. Ma non dobbiamo dimenticare un elemento di grande valore: le parole ed i gesti che ci entusiasmano, in primo luogo sono per noi non un motivo di vanto bensì un pressante motivo di impegno. Diciamolo con forza: nel nostro consapevole entusiasmo siamo lontani mille miglia dal vecchio vizio cattolico della papalatria, per grazia di Dio.

17 dicembre 2014