mar 6 DICEMBRE 2022 ore 20.58
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L’urlo di Skin è una conquista di libertà
di Emanuela Cristo

Donna, nera, bisessuale, di origini afrocaraibiche, “troppo magra”, nata e cresciuta nella working class di Brixton. Quanti ostacoli ha dovuto superare Deborah Anne Dyer per diventare Skin? Quanti muri ha dovuto scalare, quanti cliché ha dovuto disintegrare uno dopo l’altro? Oggi si dice felice di essere esattamente dov’è e di non essere altro che sé stessa. Ma questa serenità se l’è dovuta sudare, come racconta nella sua recente autobiografia It Takes Blood and Guts (ci vuole sangue e fegato). E la sua lotta per la libertà è iniziata con un urlo.

Non ti aspetti che sia facile, soprattutto se sei una donna nera o se sei omosessuale, ma devi andare avanti e continuare a combattere per ciò che vuoi essere. Una lotta continua, non senza fatica, ma non l’avrei fatto in nessun altro modo “.

Skin è ormai una vera e propria icona rock, regina indiscussa e carismatica degli Skunk Anansie e grintosa e affascinante solista nei suoi progetti paralleli. Tuttavia, nella sua biografia non troveremo toccanti descrizioni del momento esatto in cui ha deciso di diventare una cantante rock, né della prima chitarra ricevuta in tenera età. La sua infanzia l’ha trascorsa nel quartiere proletario di Brixton in una famiglia di origini jamaicane molto religiosa. Per i primi anni della sua vita ha ascoltato soprattutto musica tipica della cultura nera, il raggae, il blues e l’R&B.

Quella musica mi piaceva e mi interessava ma non era la musica che volevo fare, perché sapevo che non ero io, preferivo realizzare qualcosa di più interessante, più tagliente, più pungente e più politico e non così morbido e simpatico. Per me il mondo della musica è stato un viaggio di scoperta, ho iniziato per tentativi sperimentando per scoprire chi ero e cosa volevo fare, e come volevo farlo. Dovevo solo provare e riprovare, finché ho trovato la strada giusta

Top of The Pops le fece ascoltare la prima canzone rock: Whole Lotta Love dei Led Zeppellin, utilizzata per la sigla. Debbie Harry dei Blondie, una donna alla guida di una band di uomini, fu un’illuminante ispirazione. Poi ad inizio anni ’90 arrivarono i Nirvana e niente fu più come prima.

Nel ’94 nacquero gli Skunk Anansie (Anansi è un dio-ragno dell’Africa occidentale, Skunk significa “moffetta”), che pubblicarono tre album prima di prendersi una pausa di circa nove anni e poi ricongiungersi nel 2009. Il loro heavy metal si mischiava al punk rock, al funk, all’hip hop ma anche al raggae e al blues coi quali Skin era cresciuta. Il tutto veicolava messaggi di protesta, rabbiosi, dal sapore politico, antirazzista e femminista.

L’album di maggior successo della band fu Post Orgasmic Chill del ’99. Nel primo lavoro, invece, Paranoid & Sunburnt, è contenuta It Takes Blood and Guts to Be this Cool but I’m Still Just a Cliche, alla quale fa riferimento il titolo dell’autobiografia della cantante. Skin ha definito il libro come “una narrativa alternativa all’era Britpop”, sottolineando il fatto che band come gli Skunk Anansie hanno dovuto faticare duramente per portare la propria musica all’attenzione del pubblico, in particolare quello britannico, in un’epoca dominata dai vari Oasis, Blur e The Verve, con un mercato musicale gestito da bianchi tendenzialmente maschilisti.

Negli anni delle sue esperienze soliste, l’artista ha pubblicato due album e la sua musica l’ha spesso portata anche in Italia, paese col quale ha ormai un forte legame. Ha suonato al Concerto del Primo Maggio nel 2006, ha cantato Tear Down These Houses, per la colonna sonora di Parlami d’Amore di Muccino e nel 2015 è stata giudice di X Factor. Ha, inoltre, preso parte ad alcuni film e spesso affianca alla musica rock anche l’attività di modella e di dj.

“Dopo tutta la lotta che ho sostenuto, posso essere quello che ho sempre voluto”

Eh si, perché quella che oggi tutti conosciamo come una delle performer rock più grintose e viscerali, ha dovuto vincere i pregiudizi del mondo intorno a sé ma anche le sue stesse insicurezze. Per molto tempo lo specchio fu un avversario perché rifletteva l’immagine di una ragazza magrissima, che per questo tutti chiamavano skinny (pelleossa), e che cercava quindi di nascondersi tuffandosi in vestiti extralarge. La prima volta che si piacque, trasformando lo specchio in un amico, fu quando si rasò i capelli. La giovane Deborah era consapevole che quel gesto avrebbe attirato l’attenzione su di sé e l’avrebbe costretta a vincere la propria timidezza, tirando fuori la spavalderia e liberando la sua vera natura.

Ma ciò che le cambiò letteralmente la vita fu un urlo. Quello di Judi Dench che recitò Macbeth nella sua scuola, che squarciò il silenzio, partendo direttamente dalle viscere dell’attrice per liberarsi senza pudore. In quell’istante Deborah capì che voleva essere esattamente così. E fu proprio con un urlo che riuscì a conquistare la propria libertà.

Era stata aggredita ed aveva denunciato il suo molestatore, che però non fu condannato e continuò a stalkerarla. Fino al giorno in cui, esasperata, in mezzo alla gente, lei si voltò e gridò tutta la propria rabbia al suo persecutore, il quale non osò mai più farsi vivo. Quello fu l’inizio della ribellione di Deborah, fu il momento esatto in cui conquistò la propria libertà e si trasformò in sé stessa, in Skin.

Trovare sé stessa, facendo nascere la crisalide Skin dal bruco Deborah, rappresentò il punto di partenza fondamentale per raccogliere la forza di inseguire i propri sogni e imporre, senza timore, la propria diversità ad una società piccoloborghese e bigotta che sembrava respingerla. Ed è quello che la cantante continua a fare ogni volta che sale sul palco e con la sua voce pazzesca urla al mondo che lei c’è ed è esattamente dove vuole essere.

Un faro di riferimento per chiunque faccia fatica a trovare il proprio posto, sentendosi sempre inadeguato, e voglia, invece, scoprire la propria vera strada, artistica e personale. In un mondo ancora troppo perbenista e ipocrita, con l’urgenza di incasellare ed etichettare chiunque, nell’epoca dei social che sparano a raffica giudizi spietati e superficiali, lanciano mode e stroncano percorsi professionali con un click, in tutta questa confusione, per non perdersi e ritrovare il filo delle cose, bisogna saper riconoscere il richiamo di ciò che ha davvero valore artistico e soprattutto umano.

Bisogna, in tutto questo caos assordante, riuscire a riconoscere l’urlo di Skin.

Napoli, 20 marzo 2022