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Luce, splendore e grazia. La Trinità: un mistero d’amore.

di frate Valentino Parente

 

 

 

“Perciò in questa questione sulla Trinità
e la conoscenza di Dio dobbiamo principalmente
indagare che cosa sia il vero amore,o meglio,
che cosa sia l’amore, perché non c’è amore
degno di tal nome che quello vero”.
Agostino,“De Trinitate” 

 

 

Anno A – 7 giugno 2020 – Santissima Trinità.

Esodo 34, 4b-6.8-9. 2Corinti 13, 11-13. Giovanni 3, 16-18

 

2Terminato il tempo pasquale dei cinquanta giorni, che vanno da Pasqua a Pentecoste, questa domenica vuole essere una contemplazione del mistero divino delle Tre Persone che si sono rivelate all’umanità nel corso della storia della salvezza.

La prima lettura, tratta dall’Antico Testamento (=AT), non ci è molto di aiuto, perché nell’AT non si parla della Trinità, almeno non in modo chiaro ed esplicito.

Ci sono figure (una per tutte, la visita dei tre sconosciuti ad Abramo, raccontata in Genesi, cap 18,vv.1-3)  che potrebbero essere lette in chiave trinitaria.

Ma queste sono state scoperte solo dopo la rivelazione di Gesù Cristo, quando la Chiesa, rileggendo l’AT, alla luce della rivelazione di Gesù, si è accorta che quelle figure, prima incomprensibili, nascondevano un mistero più grande, il mistero trinitario di Dio.

La cosa importante di questo brano è la rivelazione della bontà e misericordia di Dio.

Alcuni versetti prima del nostro brano, Mosè aveva chiesto al Signore: “Mostrami la tua gloria” e il Signore gli concede di poter avere una esperienza profonda di Dio, anche se non potrà vederne il volto.

Mosè viene messo nell’incavo di una roccia e il Signore gli passa davanti, ponendo la Sua mano sull’amico, coprendolo con la sua presenza.

Mentre passa, il Signore stesso proclama il proprio nome: “il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.

È una formula molto importante perché è un po’ la carta di identità del Signore che rivela sé stesso pronunciando il proprio nome.

Il Signore è misericordioso e pietoso, è colui che fa grazia.

Il Signore è lento all’ira, non si arrabbia facilmente, in compenso è grande nell’amore e nella fedeltà.

Il Signore mantiene la parola, rimane fedele nonostante l’infedeltà del popolo.

Questo è il vero volto di Dio, di un Dio che volge verso l’uomo una faccia che dice misericordia, amore fedele, perdono, pazienza infinita…

Nella pienezza dei tempi, attraverso il suo insegnamento, Gesù mostra abbondantemente questa misericordia e fedeltà di Dio.

Il brano evangelico che ci è proposto è tratto dal cap. 3 di Giovanni, ed è inserito nel contesto dell’incontro con il fariseo Nicodemo, simbolo dell’uomo che cerca Dio con cuore sincero.

In questo dialogo, Gesù rivela a Nicodemo, il grande amore di Dio per l’uomo, un Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il4 Figlio, unigenito”.

Questo verbo del dono sarà ripreso alla fine del Vangelo per descrivere il darsi del Cristo nella morte di croce.

C’è, quindi, un dono del Padre e un dono del Cristo, ma entram­bi sono finalizzati alla liberazione dell’uomo dal male.

Quel Dio grande nell’amore, che si era rivelato a Mosè, viene ora rivelato da Gesù come un Padre che, sempre per amore degli uomini, non esita a dare lo stesso Figlio, perché “chiunque crede in lui non vada perduto ma abbia la vita eterna”.

Anche la seconda lettura, contiene un piccolo gioiello di rivelazione trinitaria, racchiuso nel saluto finale che l’apostolo Paolo rivolge ai cristiani di Corinto, al termine della seconda lettera che indirizza loro e che la Chiesa utilizza come saluto liturgico: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo, con tutti voi”.

Nell’originale greco manca il verbo.

Non c’è né il singolare, né il plurale, né il congiuntivo, né l’indicativo.

Con la comunità cristiana è la presenza di Dio.

Questa presenza è l’amore di Dio Padre, è la grazia del Signore Gesù, è la comunione dello Spirito Santo.

Le prime comunità cristiane avevano subito sco­perto che le tre Persone divine erano in piena armonia tra loro, capaci di amore e dedizione reciproca, e che avevano pre­so l’iniziativa di coinvolgere nel loro amore anche la creatura umana, cioè noi.

Dunque di ciascun credente possiamo dire, come disse San Paolo agli ateniesi: “In lui (cioè in Dio) viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28).

Gesù stesso ce lo ha assicurato: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. (Gv 14,23).

La Trinità è più intima a noi di quanto lo siamo noi a noi stessi, diceva sant’Agostino.

Camminiamo, dunque, con le tre persone divine, ma spesso camminiamo senza riconoscerle, come i discepoli di Emmaus che fecero tanta strada con Gesù, senza riconoscerlo.

Eppure nessuna persona è radicata in noi come queste tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Ma perché i cristiani credono nella Trinità? Non basta credere in un Dio unico?

I cristiani credono che Dio è trino, perché credono che Dio è amore.

E questa non è una invenzione umana, giusto per complicarci la vita, ma lo dice la Bibbia.

“Dio è amore” dice la Bibbia.

Ora è chiaro che se è amore, deve amare qualcuno.

Non c’è un amore a vuo­to, non diretto a nessuno.

Allora: Chi ama Dio per essere definito amore?

Ama gli uomini. Ma gli uomini esistono solo da pochi milioni di anni.

Prima di allora chi amava Dio? Prima di allora amava il cosmo, l’universo.

Ma anche l’universo esiste solo da alcuni miliardi di anni.

E prima chi amava Dio per potersi definire amo­re?

Non possiamo dire: amava sé stesso, perché amare se stessi non è amore, ma egoismo, narcisismo, secondo gli psicologi!

La rivelazione cristiana ci dice che Dio è amore in sé stes­so, prima del tempo, perché da sempre ha in sé stesso un Figlio, il Verbo, che ama di un amore infinito, cioè nello Spirito Santo.

Ora, in ogni amore, ci sono sempre tre Soggetti: uno che ama, uno che è amato e l’amo­re che il unisce.

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Il Dio cristiano è Uno e Trino perché è questa comunione d’amore tra il Padre che ama, il Figlio che è amato e lo Spirito santo, che è l’Amore.

La Trinità ci accompagna lungo tutto il corso della vita.

C’è un piccolo segno che ci ricorda questa presenza ed è il segno della croce. Dobbiamo riscoprire la bellezza e l’efficacia di que­sto piccolo gesto.

Ogni volta che facciamo un bel Se­gno di croce, con calma e dignità, non come uno scarabocchio disegnato sul volto, quasi vergognandoci, noi ci affidiamo alla Trinità, invochiamo la sua protezione, ravviviamo la nostra fede.

Quanti mi­racoli sono avvenuti con il semplice segno della croce fatto con fede.

Re-impariamo a fare il Segno della croce, un segno bello, visibile, un segno che dice la nostra fede, non che la mette in ridicolo!

Napoli, 5 giugno 2020