sab 26 MAGGIO 2018 ore 18.49
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Le due Ragioni della Partecipazione
di Luigi Antonio Gambuti

Vero è che nella gestione del potere l’esercizio del diritto rappresenta un rischio non indifferente; vero è che muoversi tra leggi costituzionali, leggi ordinarie, decreti,regolamenti, ordinanze e circolari non è sempre agevole, specialmente per i meno informati nell’applicazione “pratica”della ragione del diritto. Vero è che l’incertezza della norma , talvolta le sue contraddizioni, interpretate spesso con disinvolta velatura politica-non immune da nessi e interessi di natura partitica- comportano il rischio di finire negli ingranaggi complessi e misteriosi della macchina giudiziaria. Vero è che tutto questo è pane quotidiano dei talk show, dei dibattiti parlamentari e degli editorialisti di ogni orientamento e fazione politica; vero è che il rischio che si corre è fertile nutrimento della cronaca quotidiana dei giornali che mette alla berlina personaggi noti e meno noti di ogni schieramento. Vero è che, una volta saliti alla ribalta della cronaca, si rischia di perdere la propria intimità; di essere rovesciati ed indagati per scoprire pregi e difetti sui quali montare paginate che niente hanno a che vedere con la funzione di un amministratore della cosa pubblica. Vero è che si rischia di essere travolti da domande, petizioni, lusinghe, minacce e ritorsioni, sino a compromettere l’armonia con se stessi e quella relativa ai rapporti parentali.

Ebbene, se tutto questo è vero, come è vero; se tutto questo è materia di sconvolgimento dell’esistente per rappresentare un domani che dell’incertezza si nutre ad ogni piè sospinto, non si comprende, non si riesce fino in fondo a capire del perché la grande corsa di migliaia di persone che s’affannano e s’attrezzano per sedersi su uno scranno del pubblico servizio –della pubblica rappresentanza- per gestirne il potere e mettere a repentaglio la propria dignità e, talvolta, il prestigio e la libertà personale. Visti i tempi che corrono, vista l’aria che tira, non sempre disposta a considerare “benevolmente” la fatica di coloro i quali sono a servizio della comunità, c’è qualcosa di misterioso, allora, in questo ragionamento, qualcosa che ci induce a fare qualche riflessione e a rischiare, come mi ha contestato il mio amabile direttore, di entrare nel recinto delle cose già dette, delle cose più ovvie e risapute. Partiamo da un dato di realtà. Non passa giorno, non passa ora, che non si arresta o non si rinvia a giudizio un pubblico amministratore; non passa giorno che non venga fuori uno scandalo, una furberia, una cordata di malfattori che antepongono il proprio interesse personale al più vasto interesse generale, che dovrebbe essere l’obiettivo della funzione della quale sono stati incaricati. Agli “incidenti” di percorso, cosi come ci piace definirli, qualcuno giustificandoli per la macchinosità delle procedure e per le incertezze del diritto, si risponde con una più sagace ed agguerrita partecipazione al rischio,visto che, allo stato, è l’elemento fondativo di ogni scelta tesa a partecipare alla gestione della cosa pubblica. Come a dire: più la posta in gioco è dura da affrontare, più interessante e perspicace si fa l’impegno a partecipare.

E’ questo il motivo per il quale migliaia e migliaia di aspiranti consiglieri circoscrizionali, consiglieri comunali e decine di aspiranti sindaci sono scesi in campo per competere nella gara per servire ed amministrare il destino di centinaia di migliaia di persone? Cos’è che muove tanta gente a metter in gioco la libertà personale, pezzi della propria storia familiare, momenti di vita riservata, preziosi per la loro intimità; cos’è che muove tante persone per bene -o presunte tali- a correre il rischio di incappare nelle maglie giudiziarie, per una telefonata di troppo, per qualche confidenza ad un amico, per un approccio inconsapevolmente avvertito verso qualcosa o qualcuno da cui tenersi lontano? Sempre se si è in buona fede e con le mani pulite? Cos’è che spinge migliaia di persone a mettersi in gara per correre il rischio di essere inquisiti per “abuso di ufficio”- lo stanno finalmente derubricando delle sue pericolosità- o per altri incidenti di percorso facilmente possibili nell’intricato viaggio che si apprestano ad affrontare?

Tracciamo due vie di risposta a questo ricorrente interrogativo.

Una, riguarda coloro i quali si mettono in gioco – e ne sono migliaia, si presume- per passione, per esercitare, concretamente, quella virtù che Paolo VI definì la “migliore forma di carità”, vale a dire praticare una servitù politica adulta, seria, come forma tangibile di esercizio del potere, per costruire, nella città dell’uomo, il cosiddetto bene comune. Non proponiamo esempi di virtù, così descritta, tra i protagonisti della scena politica attuale, perché, ne siamo convinti, parecchio olio dovrebbe bruciare nella lanterna di Diogene per trovarne uno. Non possiamo dimenticare, d’altronde, che la storia ci ha regalato personaggi come don Sturzo, Lazzati , Dossetti, La Pira, De Nicola e Pertini che del pubblico servizio sono stati servitori attenti e irreprensibili. Non possiamo non additare questi epigoni di onestà intellettuale e di profonda fede nella giustizia e nella libertà, a coloro i quali, l’abbiamo scritto prima, si mettono in gara per passione, per vocazione, a servire la comunità, forti delle proprie convinzioni ideali e progettuali.

La seconda via, quella che non si dice, quella che darà lo spunto per sorrisi ed ironie, è quella che, spudoratamente, va di moda. Chi la percorre, la seconda via? Questi signori, scesi a migliaia nelle strade, appiccicati sui tabelloni elettorali, “santinizzati”per le tasche dei compari, sono scesi in campo, non tanto e non solo per perseguire il bene comune (e che cos’è, per costoro?) ma anche e soprattutto per garantire a se stessi, al proprio entourage di appartenenza, al gruppo di potere che li sostiene, opportunità, privilegi e altre utilità che la gestione del potere consente se fatta in maniera adeguata alle esigenze del sistema. In chiaro, farsi i fatti propri, dare spazio alle proprie presunzioni, dare voce alle proprie brame di potere, alle proprie alterigie e dare dimostrazione di saperci fare se, accanto a tutto, si porta a casa pure qualche pietanza per la cena..cosi succede, e del partito che li ha presentati, e che incautamente li ha sostenuti tra guerre e guerriglie- anche in quella sede non si finisce mai di litigare- non resta che uno spiacevole ricordo, se non una vera specie di padrino cui fare riferimento nell’incidente di percorso che potrebbe capitare. Giunti a questo punto, con l’auspicio che nella prossima tornata elettorale prevalga la ragione “paolina” sulla ragione contraria (qui non si fanno nomi perché si consumerebbe tutto il giornale!) consentitemi di tratteggiare quanto ha detto papa Francesco alla Conferenza Episcopale Italiana qualche giorno addietro. Si rivolgeva ai vescovi, il Papa, e indicava il ruolo del sacerdote, come ministro al servizio dei fedeli e dei loro bisogni spirituali. A me piace immaginare il politico, l’amministratore pubblico, nella veste di un sacerdote laico che si fa carico dei bisogni materiali dei suoi amministrati.

Ma ascoltiamo il papa:  “E’ scalzo il nostro prete.. è distante dalla freddezza del rigorista.. si fa prossimo di ognuno, attento a condividere l’abbandono e la sofferenza.. non ha un’agenda da difendere, ma consegna ogni mattina al Signore il suo tempo per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro… Non è un burocrate o un anonimo funzionario delle istituzioni.. non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici.. servo della vita, cammina con il passo dei poveri, è reso ricco dalla loro frequentazione. E’ un uomo di pace e di riconciliazione. E, per finire, uno che si gioca fino in fondo, si offre con gratuità, umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene, anche quando intuisce che, umanamente forse, nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura..”

Così, senza misura,vorremmo che i nostri amministratori, attuali e quelli da venire, si mettessero a servizio dei loro amministrati.

DEDICATO AL PORCO CHE CON LA CODA E QUATTRO ZAMPE GRUFOLA NEL TRUOGOLO COL MUSO. A RISARCIMENTO DEL DANNO RICEVUTO PER I RICORRENTI IRRIVERENTI ACCOSTAMENTI.

Napoli, 22 maggio 2016