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FESTA DI PENTECOSTE

di Don Giulio Cirignano biblista

Quest’anno 2016 la festa di Pentecoste ci è venuta incontro con due grandi segni di futuro. Il primo è la esortazione “Amoris laetitia” con cui Papa Francesco rinnova profondamente il modo di pensare e parlare dell’esperienza sponsale. Senza rinunciare in nulla alla dottrina tradizionale il suo sguardo sul matrimonio è profondamente consapevole della realtà in cui versa la situazione familiare. Per questo, uno sguardo pieno di amore e misericordia.

Dopo aver esaminato recentemente il capitolo quarto del documento sull’amore sponsale conviene fare una piccola sosta per dedicarsi all’altro segno di futuro con cui Papa Francesco ha voluto sorprenderci: la istituzione di una commissione per studiare la possibilità di conferire il diaconato alle donne. Annuncio decisamente strepitoso. Il Card. Casper, notoriamente vicino alle posizioni di Papa Francesco non ha esitato ad affermare in proposito che ci aspetta una battaglia feroce. Personalmente la prospettiva aperta dalla iniziativa papale mi ha riempito di gioia.

Non sappiamo a cosa approderà la commissione incaricata di studiare la questione. Certamente si apre per la donna nella Chiesa una pagina nuova. Lo Spirito accompagna con amore e pazienza e così niente sarà più come prima. Come minimo si comincerà a prevedere una valorizzazione del “genio” femminile la dove si prendono decisioni importanti per la vita della Chiesa.

Tre considerazioni possono essere subito esplicitate. La prima è relativa al ruolo della donna nella comunità cristiana primitiva. La seconda è invece inerente al completo superamento dell’atteggiamento svalutativo della donna, residuo di una mentalità sacrale vetero-giudaica che vedeva nella costituzione della donna elementi di impurità che la rendevano inadatta a ruoli di responsabilità, intorno all’altare. Infine, ultimo elemento macroscopico, che è sotto gli occhi di tutti, il cammino compiuto negli ultimi due secoli dalle rivendicazioni femministe che hanno posto la donna su un piano di parità con il maschio. Questi ultimi due aspetti sono di così solare evidenza che non merita soffermarvisi. Più interessante è invece il discorso circa il ruolo della donna nel cristianesimo delle origini.

In relazione a ciò vale la pena affermare con forza in prima battuta che non sarebbe necessario, di per sé, andare a spulciare i preziosi accenni che troviamo nelle lettere paoline. Ci sono e non sono di poco conto. Fra tutti basterà soffermarsi sulla pagina conclusiva della lettera ai Romani. Ma questi trovano forza e legittimazione da tutto il comportamento del Signore Gesù verso le donne. Come testimonia Luca, facevano parte del gruppo dei discepoli che accompagnavano il maestro (Lc. 8, 1-2) e, soprattutto, come troviamo in tutti i vangeli, l’atteggiamento di Gesù verso la donna era senza complessi, pieno di tenerezza e premura: mamme, suocere, spose, malate o sane, peccatrici o devote, tutte guardate con occhi “divini” che non dovremmo mai dimenticare.

A tal punto l’atteggiamento di Gesù era stato controcorrente al riguardo che il Nuovo Testamento non prova alcun imbarazzo a fare della donna la prima testimone della resurrezione, con buona pace di Pietro e Giovanni! Detto questo possiamo solo fare un rapido accenno a quanto troviamo nella lettera ai Romani, tralasciando altre preziose indicazioni nelle altre lettere.

Nella lettera ai Romani, qualunque sia la soluzione circa l’appartenenza originaria del cap. 16 alla lettera, incontriamo Febe (16,1), probabilmente persona incaricata di recapitare la lettera. Paolo esorta ad accoglierla “ nel Signore, come si conviene”. Tale esortazione si spiega tenendo presente quanto viene detto di lei: “nostra sorella”, “diacono della Chiesa di Cencre”, “ha protetto (prostatis) molti ed anche me stesso”. Con il primo appellativo si indica la considerazione che Paolo ha per lei, con il secondo si precisa il suo ruolo istituzionale (non è bene tradurre con “diaconessa”), con il terzo la sua concreta attività. Gli ultimi due termini fanno discutere poiché non è facile cogliere con esattezza il loro significato. Tradurre sbrigativamente “diakonos” con “diaconessa” può far pensare all’istituzione nata posteriormente di cooperatrice laica la cui principale occupazione consisteva nell’aver cura dell’istruzione della gioventù o nell’impegno di carità. In realtà il termine ha una densità di significato ed una ricchezza diversa ricavabile dall’uso che l’Apostolo fa di questo titolo quando lo applica a sé o agli altri apostoli. Si può dire che Febe è raccomandata nella sua qualità di “insegnante” ufficiale nella Chiesa di Cencre.

Anche il vocabolo “prostatis” non si lascia decodificare con esattezza. Certamente descrive Febe come donna ricca e influente, capace sul fronte esterno, di prendere le difese ed il patrocinio della comunità e, sul fonte interno, sostenere quanti si fossero trovati in difficoltà. Da tutto il discorso, Febe appare persona di rilievo nella comunità, inserita nella attività missionaria di Paolo non solo per il contributo a livello economico, ma con un ruolo dirigenziale, difficile da precisare, ma senz’altro di una certa autorevolezza.

Nello stesso capitolo della lettera troviamo una coppia di sposi, Priscilla e Aquila (v.3) che hanno speso la loro vita nella collaborazione con l’Apostolo. I commentatori fanno notare che su sei diversi passi nei quali si accenna a questa coppia, in Atti e nell’epistolario, spesso il nome di Priscilla precede quello del marito. Anche Crisostomo aveva notato tale precedenza, segno del ruolo più importante di Prisca rispetto ad Aquila. I due sposi vengono chiamati “collaboratori” (sinergòi) e l’Apostolo ricorda che “hanno rischiato la loro testa” pur di salvargli la vita. Il titolo di” sinergòs” è dato da Paolo a chi lavora con lui in modo diretto e fedele. Riferito ad una donna è elemento considerevole.

Ancora una coppia viene menzionata poco sotto (v.7): Andronico e Giunia. Entrambi parenti di Paolo, compagni di prigionia, convertiti prima di lui e, soprattutto, indicati come “insigni tra gli apostoli”. Quest’ultima indicazione è veramente sorprendente al punto che, in passato, si è pensato che Giunia non fosse un nome di donna, ma un nome maschile( abbreviazione di Giuniano) . Fatica inutile. L’antico papiro Chester Beatty invece di Giunia legge Iulia, nome chiaramente femminile. Certo il termine “apostolo” va preso in senso largo di missionario, tuttavia anche in questo senso è assai indicativo del ruolo che esprime.

Se abbracciamo con uno sguardo di insieme questi appellativi, ci rendiamo conto che il linguaggio usato dall’Apostolo è indicativo di stima, affetto, intimità profonda. Se in epoche posteriori si è ritenuto di dover limitare l’intervento della donna nell’attività missionaria, la testimonianza dell’epistolario ci fa comprendere quanto sia difficile attribuirne la responsabilità a Paolo.

Questi rapidi riferimenti, insieme a quelli di altre lettere che non abbiamo esaminato, sembrano la migliore risposta a quanti si ostinano a pensare ad un Paolo prevenuto nei confronti della donna. E’, piuttosto, il testimone di una fase del cristianesimo primitivo in cui, forse per risonanze ancora vive del comportamento di Gesù stesso oltre che del suo insegnamento, la libertà e la dignità proposte dal Vangelo verso la donna non conoscevano davvero limitazioni di sorta.

L’iniziativa di Papa Francesco è la premessa per rimettere le cose a posto. Francamente, la vecchia diffusa situazione non era più sostenibile. Ora, le grandi risorse del pianeta donna saranno sempre più a disposizione di una evangelizzazione all’altezza dei tempi, con intelligenza e fantasia. Deo gratias!

Napoli, 22 maggio 2016