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L’AUTORITA’ NELLA CHIESA (IX)

di Don Giulio Cirignano

         Il sacerdozio ministeriale trova in Gesù la sua fonte ed il suo modello. Lui è l’unico vero sommo sacerdote della nostra fede. Ha necessità di attuarsi nella storia mediante l’esercizio del sacerdozio ministeriale. Ma, qui viene il bello, ciò deve realizzarsi secondo una logica di abbassamento, non di esaltazione. Ammettiamo pure che i tre gradi della sua esplicitazione, diaconato, presbiterato, episcopato possano essere ricondotti alla volontà del Signore, è fuor di dubbio che essi debbano seguire la linea dell’abbassamento. Proprio perché di natura divina, si legge in Filippesi, di una natura divina così fantastica e impensabile umanamente da non considerare un privilegio neppure essere alla pari con Dio, Gesù umiliò se stesso facendosi servo, fino alla morte e alla morte di Croce.

     Questa è la direzione scelta dal Signore. La nostra mente si perde nella riflessione grata e stupita. Veramente, non ci sono parole umane per dire l’indicibile. Come mai allora la comunità che si rifà a lui si è così riempita di eccellenze ed eminenze? Non è solo questione di nome. Siamo in presenza di una dimensione castale che pare adagiarsi con compiaciuta soddisfazione in un ruolo che, in teoria, dovrebbe essere pieno di spine. Come mai? Come mai nessuno che avverta la contraddizione?

     Questo è un punto da trattare senza reticenze. Siamo davanti ad una contro testimonianza vera e propria. Come può essere credibile una chiesa del Crocifisso che fa spazio ad una deformazione così vistosa? Per fare un esempio è come se in una famiglia si prestasse accoglienza all’amante di uno dei due coniugi. Che famiglia sarebbe? La presenza dell’amante ucciderebbe l’idea stessa di famiglia, l’idea stessa di amore. Così la modalità di attuazione del sacerdozio ministeriale, quando si esprime in termini di superiorità, ucciderebbe ogni speranza di fraternità.

     Conviene passare la parola direttamente a Papa Francesco: “ La configurazione del sacerdote con Cristo capo- vale a dite come fonte principale della Grazia- non implica una esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto. Nella Chiesa le funzioni non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri”(Ev.G. n.104). Se non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri vuol dire che occorre ripristinare la parità. Soprattutto nel modo di trattarsi reciprocamente. Come è possibile se continuiamo a riverirci a base di eccellenza ed eminenza?Si può iniziare percependo la ridicolezza, poi potrà fare il suo ingresso anche la serietà. Al n. 271di Ev. G, poi troviamo ancora qualcosa di interessante in proposito. Il numero dovrebbe essere citato e meditato nella sua interezza. Ci accontentiamo della conclusione, dove dopo aver ricordato le parole della lettera ai Filippesi (‘ senza pretendere di apparire superiori’ ma considerando gli altri superiori a se stessi’ ed aver affermato che di fatto gli Apostoli del Signore godevano il favore di tutto il popolo) dice: ” Resta chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo. Questa non è l’opinione di un Papa né un’opzione pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni che toglierebbero ad esse forza interpellante. Viviamole sine glossa, senza commenti. In tal modo sperimenteremo la gioia missionaria di condividere la vita con il popolo fedele a Dio cercando di accendere il fuoco nel cuore del mondo”. Interessante l’affermazione che ‘non sono opinione di un Papa’. Come si accomoderanno la coscienza quanti non si decidono a prendere sul serio la parola del Signore in una questione, tutto sommato, così semplice? Una questione di moda ecclesiastica! Il ridicolo talvolta è peggiore del malvagio, perché se non altro, il malvagio, come si afferma, talvolta riposa.

      Con questo, dovremmo rinunciare ad ogni idea di autorità nella Chiesa? No certamente. Dovremmo solo puntare sul conferimento della autorità basandosi sulla qualità. Con tutti i rischi e limiti che ciò può comportare. La qualità non si desume dal conferimento della autorità, ma al contrario, è dalla verificataqualità che si può progettare l’autorità. Non mi pare questione irrealizzabile. A volte basterebbe solo un po’ di buon senso.

        A questo proposito si fa notare che nella realtà è molto diffusa tra i pastori la consapevolezza di umiltà e semplicità. Probabilmente è proprio così ma, come già detto, noi non possiamo giudicare l’interno. Visti dall’esterno, soprattutto quando sono insieme con tutti i loro segni di distinzione, si vede benissimo che i nostri Pastori con difficoltà nascondono la soddisfazione di essere degli arrivati. Al di là delle intenzioni poi, nella pratica quotidiana si esercita l’autorità con modalità che suscitano malumore, invidia, adulazione e così via. Sarà forse l’esercizio non pienamene evangelico della autorità che ha in sé quel veleno sottile che la trasforma in potere?

        Bisognerà cominciare a pensare che non esistono solo i peccati legati ai complessi dinamismi della sessualità. Ce ne sono di più gravi. Quello sgonnellìo di talari più o meno colorate non rendono un buon servizio alla evangelizzazione. A cinque secoli dalla Riforma siamo ancora lì. Che fare, allora? Due cose essenzialmente. La prima: salvare l’esercizio della autorità dal tarlo dell‘autoritarismo puntando fortemente, come già detto, sulla qualità. La seconda: favorire una nuova coscienza del popolo di Dio così da metterlo in grado di manifestare solennemente e soprattutto vivere la più profonda indifferenza verso ogni forma di clericalismo e maschilismo. Ma al riguardo abbiamo già detto quanto basta. Punto.

        Papa Francesco, da parte sua, ha già indicato quanto serve. Non si tratta di sognare una Chiesa senza preti e senza vescovi, per non parlare di cardinali. Il sacerdozio ministeriale, trasparenza del sacerdozio celeste del Signore è un dono grande. Più semplicemente si tratta solo di sognare una Chiesa senza questa modalità di attuazione del sacerdozio ministeriale. E’ in gioco solo la modalità. Ma il Papa da solo non può farcela. Tutto il popolo di Dio con chiara coscienza deve far comprendere che questa modalità non interessa più, non è più disposto ad ascoltarla.

       Vedremmo allora i preti fare i preti nel servizio della Parola, della eucarestia, della riconciliazione, senza altro potere che quello di rimettere i peccati e ridonare la gioia. Vedremmo vescovi da amare per la paterna premura nell’ aiutare le comunità ad attraversare questo tempo difficile.

       Conversione è tutto ciò, da chiedere nella preghiera, nella umiltà, nella gioiosa sequela del Vangelo. In questo siamo tutti alla pari, bisognosi di aiuto e misericordia. Forti di questa equilibrata posizione interiore possiamo riprendere e approfondire il discorso su alcuni degli aspetti telegraficamente prima indicati.

Napoli, 7 luglio 2018