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La rivoluzione termoindustriale progenitrice di omologazione e globalizzazione

di Martina Tafuro

 

“Il fatto di imparare a
svolgere bene un lavoro
mette gli individui in grado
di governarsi e dunque di
diventare bravi cittadini.
L’uomo pratico è in grado di
giudicare se lo Stato è ben
costruito, perché comprende
le regole della costruzione. Il
lavoro ben fatto è quindi
anche un modello di cittadinanza
consapevole. L’attitudine
al fare, comune a tutti
gli uomini, insegna a governare
noi stessi e a entrare in
relazione con altri cittadini
su questo terreno comune”

Richard Sennett

 

La relazione tra uomo e ambiente non più indirizzata alla sostenibilità, produce continui saccheggi dei territori, con le costanti opere di pianificazione produttiva, concependo zonizzazioni omogenee agli insediamenti industriali, piuttosto che luoghi dove sperimentare e creare comunità locali.

Per definire questa realtà, Jacques Grinevald, parla di “rivoluzione termoindustriale”, il cui inizio è da collocare nei primi decenni del XIX secolo.

Grinevald, con questo neologismo, indica l’inizio dell’uso industriale delle energie fossili, a seguito dell’ideazione della macchina a vapore.

Mi piace qui ricordare che Grinevald era amico e discepolo di Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della Bioeconomia, colui che ha coniato il termine “decrescita”.

La macchina a vapore, ha da prima ridotto le distanze e ha poi codificato modi e tempi di produzione, ponendo le basi per omologazione e globalizzazione.

Il risultato, del perseguimento dissennato di tale sistema produttivo è ben evidente nei cambiamenti climatici.

  

 Nel corso dei decenni abbiamo assistito alla riduzione della qualità dell’ambiente e della vita, a guerre per il controllo del petrolio, all’inquinamento diffuso, al consumo del suolo, all’ampliamento della distanza tra popoli del nord ricco e del sud sempre più povero.

Tutte queste distopie hanno orientato il dibattito pubblico e privato sulla necessità, oltreché sull’opportunità di ristabilire (o stabilire) un nuovo rapporto tra uomo e ambiente, che sia latore di nuovi strumenti da adottare a salvaguardia dell’ambiente e a protezione del tessuto socio-economico, sempre più complesso e multiforme.

Utilizzare a modello, del proprio stile di vita, la sostenibilità vuol dire porre al centro dell’azione lo sviluppo economico da realizzarsi nel rispetto dell’equità socio-culturale e degli andamenti dell’ecosistema.

In questo quadro è importante allora analizzare in profondità il tema della conflittualità socio-ambientale, perché il processo di cambiamento, innanzitutto di mentalità, porta con se  i concetti di scontrarsi/incontrarsi, dovendosi confrontarsi con una varietà di soggetti portatori di vision diverse e tra loro in antitesi totale o parziale.

E’ quanto meno vitale, sin dalla fase progettuale che qualsiasi azione orientata al cambiamento porti con sé delle fonti di conflittualità socio/ambientale.

La strada maestra, da seguire, è quella di predisporre una sorta di “carrello degli attrezzi” da usare nel passaggio dalla teoria alla pratica. Tali strumenti devono essere in grado di implementare i cosiddetti meccanismi di di-gestione delle tensioni, perché così la direzione dei conflitti diventa costruttiva e fattiva, qualora il numero degli attori e della posta in gioco diventasse non più gestibile.

In particolare, nelle scelte di politica ambientale, la comunicazione è uno strumento determinante e decisivo per determinare l’efficacia delle azioni da operare sul territorio.

Altro “attrezzo” non più rinviabile è il diritto alla partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche, che non si esaurisce nel momento del voto, ma trova spazio nelle fasi successive in cui si articola il processo decisionale.
 

 Particolare attenzione, merita la Convenzione di Aarhus, sottoscritta nel 1998 dalla Comunità europea e dai suoi Stati membri, definisce un nuovo modello di gestione delle problematiche ambientali, fondato su tre pilastri:

a)      l’accesso all’informazione ambientale;

b)      la partecipazione del pubblico ai processi decisionali;

c)      l’accesso alla giustizia in materia ambientale.

I cittadini devono essere coinvolti, innanzitutto, attraverso la conoscenza delle scelte che devono essere effettuate. Devono conoscere e gestire gli elementi di valutazione delle stesse in termini di impatto ambientale, sanitario, economico e sociale. La Convenzione parla di “informazione ambientale” assumendo una nozione assai ampia, garantendo l’accesso secondo due modalità:tramite un ruolo passivo della Pubblica Amministrazione, consistente nel rispondere alle richieste dei cittadini;

tramite un ruolo attivo, consistente nel raccogliere e divulgare l’informazione ambientale.

Premesso che, l’intera umanità è circondata da risorse ambientali, gioco forza sono molteplici le situazioni che possono generare conflittualità socio-ambientale. 

Cercando di tracciare un’approssimativa lista di elementi scatenanti, possiamo dire che i fattori sono:

  1. i valori, che le parti coinvolte mettono a fondamento delle loro azioni;
  2. gli interessi economici, sia di gruppi sia ad personam;
  3. gli usi, che le parti interessate considerano opportuni/preferibili per le risorse coinvolte;
  4. il rapporto/comunicazione, ovvero le relazioni interpersonali nonché i canali e i linguaggi/lessici comunicativi che possono innescare conflittualità, prima sociali che ambientali;
  5. la conoscenza, ovvero il difforme bagaglio di conoscenze in possesso degli attori coinvolti che hanno quindi vision diverse della medesima situazione;
  6. il processo decisionale, in grado di veicolare tensioni per la molteplicità dei livelli decisionali.

Troppo a lungo il capitale ha puntato a ridurre il ruolo del lavoro di relazione, sino a dichiarare il non lavoro sociale come felicità. Il mio vuole essere un invito a pensare ad una società decontaminata dalle menzogne dell’arricchirsi facile e che viaggia sicura e protetta a una velocità umanamente sostenibile. Il sicuro e sostenibile percorso è nelle attività supertecnologiche attuali, svolte con talento artigianale, dove a trionfare è la capacità di mettere in relazione la conoscenza teorica con quella pratica, la testa con le mani.

Tale è l’homo artifex, di Sennet, che persegue per sé e per la propria personale soddisfazione la ricerca dell'opera quasi perfetta, del buon lavoro fatto con arte, intelligenza, sapienza manuale e conoscenza. Insomma una regola di vita semplice: saper fare bene le cose per il proprio piacere, perché chi sa governare se stesso non solo saprà costruire un meraviglioso violino, ma sarà anche un cittadino giusto.

Non mi sento parte di una macchina, di una squadra, di un pool indifferente e anonimo, sempre a chiedersi come, insensibile al perché.

Il vero radicalismo della nostra epoca, sta nel riconoscere che il bene comune è il bene che, superando l’appetito individuale, libera e unisce tutti.

La posta in gioco non è il guadagno di alcuni, ma il futuro che costruiremo insieme.

Napoli, 4 febbraio 2019

 

 

 

 

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