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Il Pescatore nella Segale. Storia di un classico che non tramonta.
di Maria Teresa Luongo

Ma come sarebbe stato possibile non amare un ragazzino che sogna di fare l’acchiappatore nella segale? “Che cosa?”, vi chiederete straniti. E se davvero ve lo state chiedendo allora sicuramente non avete letto questo piccolo gioiello narrativo che accompagna generazioni di giovani scapestrati, di adulti che non hanno mai smesso di chiedersi dove vanno le anatre quando è inverno e il lago è ghiacciato, di persone che, dal 1951 ad oggi, si sono fatte accompagnare per un tratto di vita da un sedicenne dai capelli grigi, un berrettino calato per bene in testa, e un caratterino indimenticabile, di nome Holden Caulfield.

Quale modo migliore di festeggiare il centenario della nascita di J. D. Salinger (1° gennaio 1919) se non quello di ricordarlo con la sua opera maggiore “Il giovane Holden”?

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Si diceva di un acchiappatore nella segale perché il titolo originale di questo romanzo breve è proprio “The Catcher in the Rye”, un intraducibile gioco di parole che inevitabilmente perderebbe il suo fascino nella traduzione in italiano: è un riferimento ad una vecchia canzone scozzese che Holden sente cantare da un bambino per la strada. Ma il protagonista non ricordando bene il primo verso lo riporta storpiato. “If a body catch a body coming through the rye”, dice. Cioè “se una persona afferra una persona che viene attraverso la segale”.

Proprio in questa storpiatura, e nell’immagine dolce che questo verso mal riportato evoca nella mente del giovane protagonista, risiede il fascino intramontabile dell’opera. Holden associa le parole della popolare canzone alla visione di una frotta di bambini che giocano in un campo di segale, sull’orlo di un dirupo; quando un bambino sta per cadere nel dirupo c’è qualcuno che lo acchiappa al volo: ecco chi è l’acchiappatore nella segale. E alla sorellina Phoebe, che gli chiede cosa voglia fare da grande, lui risponde questo: colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano dal burrone, mentre giocano in un campo di segale.

Ma c’è anche un altro significato. Catcher è chiamato nel baseball il “prenditore”, il giocatore munito di guantone, corazza e maschera che vediamo dietro al battitore. E il nome rye indica comunemente il whisky-rye, ottenuto appunto dalla fermentazione della segale. Quindi, come semplice accostamento di parole, suonerebbe come “il prenditore nel whisky”. Questo il motivo che ha spinto l’editore italiano a scegliere un titolo che semplicemente richiamasse il nome del giovane protagonista.

Considerato come uno dei più importanti romanzi di formazione, amatissimo soprattutto dai giovani studenti americani, Il giovane Holden ha avuto e continua ad avere tutt’ora un impatto fortissimo nella cultura moderna. Da taluni considerata invero come sopravvalutata (ma neanche Tolstoj sarebbe capace di mettere tutti d’accordo, sic!), l’opera di Salinger è comunque riuscita a conquistarsi una notorietà tale da invadere ogni campo artistico, da quello letterario a quello musicale. L’atteggiamento scanzonato, l’indifferenza (finta) verso tutto, la fragilità e sensibilità di questo ragazzotto alto e magro come un chiodo, sono caratteristiche che – a dispetto di tutto- fanno di Holden un personaggio romantico difficile da dimenticare.

Opere più recenti devono molto a questo piccolo gioiello di Salinger. Penso a “Un giorno questo dolore ti sarà utile” (romanzo del 2007 di Peter Cameron) dove conosciamo James Sveck, un meraviglioso Holden moderno. O al romanzo epistolare “Ragazzo da parete” di Stephen Chbosky (la prima edizione originale del romanzo è del 1999), un libro molto contestato per le tematiche delicate affrontate, il cui protagonista ha molto di Holden Caulfield: è impopolare, anticonvenzionale, diverso. Questa diversità, che è il tratto comune tra Charlie (il “ragazzo da parete”), James e Holden, è anche il motivo del successo di questi romanzi: la capacità di arrivare a quanti non riescono ad omologarsi, di quei tanti giovani che attraversano una fase di misantropia prima di approdare a quella maturità che fa accettare il proprio io in rapporto agli altri, senza più odiare nessuno.

Il pescatore nella segale insomma è entrato nel nostro DNA culturale. Ha ispirato e continuerà ad ispirare per lungo tempo ancora.

Napoli, 14 gennaio 2019