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Esiste la Donna? Ricordo Oblio Verità
di Andrea Tafuro

Papa Francesco ha detto: “Per capire una donna è necessario sognarla, prima; non la si può capire come tutti gli altri viventi: è una cosa differente, è una cosa diversa”.  Proprio “così Dio l’ha fatta: per essere sognata, prima”.

Mnemosyne nella mitologia greca era colei che teneva attiva la memoria negli uomini, facendo loro ricordare ciò che ella voleva.

All’attività opposta si dedicava Lethe, la fonte o il fiume della dimenticanza. Qui, voglio parlare dell’ arte dello scordare nella sua declinazione più praticata, cioè quella di dimenticare le donne. In ogni epoca, in ogni società il contributo decisivo e stimolante di tante voci femminili è stato occultato, dimenticato, perso. Questo vuole essere un timido tentativo di scongelarle e richiamarle in vita perché possano iniziare a rendere fertili le nostre esistenze.

Nel 1996, il World Science Report dell’Unesco evidenzia che il percorso delle donne nella carriera scientifica può essere comparato ad un tubo forato. Un aumento del numero di giovani donne diplomate in discipline scientifiche non è sufficiente a garantire l’effetto naturale di una loro diffusione omogenea nella carriera. Dopo la tappa fatidica del diploma, le donne incontrano spesso ostacoli nella carriera scientifica, che si traducono in un tasso di sottooccupazione importante per quanto concerne le scienziate. Gli ostacoli si situano lungo tutto l’arco della carriera. Taluni sono specifici alla carriera scientifica, altri derivano dalla situazione più generale delle donne sul mercato dell’occupazione.

Ma, esiste la donna? Prima di affrontare il tema, mi chiedo in che cosa consiste la specificità femminile.

Non voglio proporvi la solita pippa sulla maternità nelle sue accezioni sociali, non solo biologiche, come la capacità di cura o la forza di riconciliazione, al contrario mi chiedo in cosa consista la differenza femminile. Esiste una diversità antropologico-culturale, creata da millenni di emarginazione delle donne nella sfera privata, ma che ha affinato caratteristiche di certo non spregevoli e che costituiscono un importante valore sociale e spirituale. Vorrei parlare di un femminismo che non cancelli queste specificità, ma che al contrario le valorizzi e le renda desiderabili e praticabili anche per la parte maschile dell’umanità. Penso cioè che le donne non debbano percorrere la strada dell’uguaglianza diventando uomini come gli altri, ma che possano arricchire le caratteristiche femminili con le qualità finora ritenute maschili, ma anche che lo stesso accada per gli uomini. Insomma lotto perché l’uguaglianza non sia una mutilazione, ma un arricchimento. La foto in alto raffigura tutti gli scienziati che parteciparono al Congresso Solvy del 1927, c’è una sola donna Madame Curie!

Napoli, 10 marzo 2017

8 ottobre 2016. Lucía Pérez, una studentessa argentina di sedici anni, è morta per le orribili ferite interne dopo esser stata drogata, violentata e poi impalata con un pezzo di legno da tre uomini.

Il terribile delitto è avvenuto a Mar del Plata, in Argentina. “In tutta la mia carriera non ho mai visto una cosa del genere”, ha detto il pubblico ministero María Sánchez. “Sono mamma di una bambina, e non riesco a dormirci la notte”. Ogni trenta ore nel paese sudamericano una donna viene uccisa da un uomo. Tra gli effetti del brutale omicidio vi è stato anche quello di coalizzare le argentine in una reazione unanime nel tentativo di reagire all’ondata di violenza contro le donne.
Così, per un’ora, negli uffici, a scuola, nei negozi, nei tribunali e nelle fabbriche, le donne si sono fermate il 19 ottobre per dire basta alla violenza maschilista con uno sciopero lanciato dall’associazione Ni Una Menos (“Nemmeno Una Meno”)

Quando a Cincinnati, nel 1972, l’ebrea riformata Sally Priesand fu ordinata rabbino dall’Hebrew Union College, fu considerata la prima donna rabbino della storia. Così la presentarono i media e tale lei stessa si riteneva. In realtà era soltanto la seconda, ce ne era già stata una ma era
stata dimenticata, nessuno ricordava il suo nome né il suo percorso.

Si chiamava Regina Jonas, ed era nata a Berlino nel 1902. All’epoca la sua vicenda aveva fatto un certo rumore, ma poi Regina Jonas era stata completamente dimenticata. La sua figura riemerse dall’oblio solo dopo la caduta del muro di Berlino, all’inizio degli anni Novanta, quando una studiosa, Katharina  von Kellenbach, trovò in un archivio della Germania orientale una busta con alcuni suoi documenti, tra cui il certificato dell’ordinazione rabbinica. Era di famiglia modesta e tradizionalista, tanto suo padre che sua madre erano nati in Germania, suo padre era un piccolo commerciante morto precocemente. Dopo la sua morte la famiglia aveva preso a frequentare la sinagoga di Rykerstrasse, inaugurata nel 1904, una sinagoga mista in cui il culto era prevalentemente tradizionalista ma con aperture al cambiamento. Insomma, un mondo complesso di intrecci tra richiami alla tradizione e innovazione che Regina modulerà a suo modo. Nel 1924, Regina si diploma e viene assunta alla scuola religiosa di Annenstrasse diretta dal rabbino Bleichrode, anch’egli piuttosto vicino ai tradizionalisti ma non senza aperture soprattutto in campo educativo. L’anno successivo, Regina si iscrive alla Hochschule für die Wissenschaft
des Judentums. Era il seminario di studi rabbinici fondato a Berlino nel 1872 da Abraham Geiger, una scuola nata nell’onda del movimento di riforma. La sua tesi di laurea fu intitolata: “Possono le donne officiare come rabbini?”.

"Sono io il transgender che tanto vi fa paura"

si legge su un cartello mostrato da Rebekah durante una manifestazione contro la disposizione di annullare la decisione di consentire agli studenti transgender di utilizzare il bagno del sesso a cui sentono di appartenere. La mamma della bambina Jamie ha raccontato che la figlia ha iniziato ad esprimere la sua vera identità sessuale all'età di 8 anni. Prima aveva sofferto di depressione a causa dell'assegnazione al sesso maschile all'atto della nascita e con l'aiuto di alcuni specialisti sia Rebekah che la famiglia sono riusciti a capire ed accettare che in realtà apparteneva al sesso femminile. Ora Rebekah partecipa a varie manifestazioni, per raccontare la sua storia e aiutare altri bambini transgender ad accettarsi e a trasformare il dolore in risorsa. "Mia figlia è stata fortunata" spiega Rebekah alla stampa. "Però esistono tanti altri bambini nella sua stessa situazione che non lo sono. I bambini transgender sono molto soggetti alla depressione, ad un'ansia incontrollata e addirittura a rischio di suicidio". "E questo non perché ci sia qualcosa di sbagliato in loro, ma perché c'è qualcosa di sbagliato nella nostra società" continua poi Jamie. "Ogni bambino merita di vivere con dignità la propria condizione, così come di avere accesso all'educazione. I diritti dei transgender sono i diritti di ogni uomo".

Napoli, 10 marzo 2017