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Difficoltà del tempo presente

di don Giulio Cirignano biblista

Mi è capitato di leggere un vecchio articolo di padre Balducci pubblicato nel 1987 dal titolo “La chiesa è dei poveri”. Racconta di un incontro con un giovane cappuccino impegnato con gli emarginati che gli aveva consegnato uno scritto che lì per lì non aveva suscitato in lui particolare interesse. Qualche tempo dopo, nelle mani si trovò un libro di Fausto Marinetti, il cappuccino di cui aveva perso le tracce. Il libro gli parve subito uno “sconvolgente messaggio lanciato dai bassifondi della storia”. Era la storia del giovane cappuccino impegnato in una delle zone più povere del Brasile. Nel concludere l’articolo Balducci affermava: “ Padre Fausto ama i suoi poveri senza paternalismo, anzi con riconoscenza, appunto perché essi lo hanno convertito rivelandogli risorse di autentica umanità”. A questo punto, il commento del padre scolopio mi ha fatto sobbalzare: “E’ da qui che bisognerà ripartire. Chi presume di evangelizzare deve lasciarsi evangelizzare dai poveri”. Questa espressione mi ha rimandato immediatamente alla “Evangelii gaudium” di Papa Francesco. Emozionante consonanza. Lo Spirito lavora lentamente ma con tenacia. Come padre Fausto Papa Francesco aveva imparato nel lungo tirocinio in Argentina che, come concludeva l’articolo padre Balducci ” Gesù non è nelle nostre università teologiche e nemmeno nelle ovattate stanze delle nostre curie,” egli vive oggi sotto forma di popolo, nei popoli calpestati e crocifissi dalla fame e dalla schiavitù”. L’espressione è citazione del libro di padre Fausto che così continua:” Dovremmo camminare in punta di piedi sulla terra sacra degli ‘empobrecidos’ ”. Gli impoveriti sono i nostri maestri. Mi sono congedato dall’articolo di padre Balducci con il cuore pieno di gioia serena. La misteriosa consonanza con l’insegnamento di Papa Francesco mi si presentava come un segno di speranza.

          Subito dopo ho acceso la TV. Il canale di ispirazione cattolica trasmetteva la coroncina della divina misericordia. Una serie infinita di litanie continuamente ripetute sotto la direzione di un giovane sacerdote molto compreso del suo compito. Tonaca e cotta, volto compunto ed un gruppo di fedeli che seguiva con evidente partecipazione. Ho seguito per qualche tempo quella funzione, per curiosità. Mi è sembrata una pratica assai distante dalla mia sensibilità. Vi ho visto i segni di una spiritualità troppo ricca di emotività e, soprattutto, chiusa in se stessa, tesa a strappare a Dio la sua attenzione ed i suoi favori. Non mi è sembrata la preghiera che ci ha insegnato Gesù, sobria, asciutta, fiduciosa nella capacità, da parte del Padre, di comprendere i profondi bisogni dell’animo umano. Insomma una preghiera tipica della spiritualità passata, la spiritualità della controriforma, totalmente vuota della Parola di Dio e, quindi, necessariamente colma di pratiche escogitate dall’uomo.

          Farsi poveri, farsi pii: questi i due poli distanti nei quali si può manifestare il credere. Forse è proprio questa distanza che spiega la difficoltà a mettersi in profonda e fattiva sintonia con il Concilio e con le prospettive indicate da papa Francesco. Si rimane stupiti nel constatare l’attaccamento a quella forma religiosa che per cinque secoli ha compaginato il nostro modo di vivere la fede. Eppure tutto è cambiato intorno a noi. Tutto meno la forma del vivere la sequela evangelica.

        Questo spiega perché i praticanti diventano sempre più esigua minoranza ed i credenti consapevoli una ancor più ristretta minoranza. Si confida ancora nell’istinto religioso, ma la vita di fede è un’altra cosa. L’istinto religioso tiene ancora legati alla pratica un certo numero di persone, ma quanti soni consapevoli della originalità della esperienza cristiana? Sarebbe interessante interrogare al termine di qualche funzione religiosa le persone circa gli aspetti di originalità della fede cristiana. Gran parte dei nostri adulti indossano ancora il vestito della prima comunione, non si sono mossi da lì, la conoscenza della parola di Dio una assoluta rarità, la preghiera totalmente carente di stupore e gratitudine, la pratica e la vita separate dalla fede.

           L’Italia cattolica annovera almeno quattro regioni prigioniere degli artigli della malavita organizzata che ha provveduto a esportare anche in altre regioni le stesse logiche perverse. La cattiva maestra che è la televisione sparge a piene mani una cultura da suburra. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, saporoso dono dei padri costituenti, ma quanto contribuisce a formare il modo di pensare secondo i suoi splendidi principi?

          Ma le cose stanno davvero così? Forse la realtà è più complessa. Intendo dire che ci sono molti fermenti positivi, esperienze di generosa solidarietà, luoghi di comunione e di passione per il prossimo. Forse la ricchezza umana del nostro popolo è superiore alla sua maturità religiosa e spirituale. Nel fondo l’ispirazione evangelica esercita un ruolo ed un fascino considerevole. Ma questo non ci esime dal perseguire anche sul piano della consapevolezza religiosa un livello più alto proprio per proteggere questo prezioso patrimonio di umanità. Non possiamo rinunciare ad essere onesti con noi stessi. Onesti e spietatamente sinceri. Vogliamo farci carico delle povertà del mondo con viva e fattiva coscienza oppure accontentarci di essere solo, banalmente pii? La domanda è retorica, la risposta impegnativa. Farsi poveri con i poveri richiede una gioiosa conversione. Può essere utile dettagliare, con umiltà, le tappe di tale gioiosa conversione.

         Al primo posto va collocata una vigorosa riconquista della identità credente alla luce della parola di Dio seguendo i magistrali percorsi indicati nel “Gaudio Evangelico”. Sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune, insieme, mano nella mano, alla scoperta della profetica densità del magistero di papa Francesco. Ancora troppo poco è stato fatto in questa direzione. Chi non ne ha voglia, abbia la bontà di togliere il disturbo. Chi non si è accorto che è cambiato il mondo confidi nella misericordia di Dio, un po’ meno nella pazienza dei fratelli!

         Al secondo posto si potrebbe collocare una coraggiosa scelta di povertà e di rinuncia ad ogni forma di potere ed ambizione. Il discorso si fa difficile. Si, difficile, ma il profumo del Vangelo è dolcissimo.

          Poi, largo spazio al popolo di Dio nella sua interezza, nella ricchezza dei doni e dei ministeri. Il giubileo riservato ai soli sacerdoti mi ha messo tristezza. Non saprei dire perché, tuttavia penso che anche il Signore non si sia divertito. Maschilismo e clericalismo non possono andargli a genio. Giubileo dei sacerdoti: una buona occasione di spiritualità individuale, va bene. Ma questo giubileo della misericordia, questo, non i giubilei passati né quelli futuri, questo non può essere consumato alla vecchia maniera come pia pratica individuale. E’ tutto il popolo di Dio che deve sentirsi impegnato a valorizzarlo come potente occasione per entrare finalmente nell’orizzonte del Concilio. Un passo, anche solo un piccolo passo d’amore alla Parola, alla immagine di Chiesa secondo la “Lumen Gentium”, un piccolo passo verso il rapporto Chiesa e mondo in ossequio alla “Gaudium et Spes”. Seimila preti da tutto il mondo, ha detto la TV, lontani dal loro popolo, senza sorelle, un ottuso gregge di maschi. Probabilmente anche il Signore si è stufato di queste parate.

          A seguire, poi, il superamento del vecchio inutile schema delle comunità parrocchiali incentrate sulla figura del parroco, quasi gestore di un negozio privato, con l’accompagnamento di organismi collaborativi più di facciata che altro. Certo i laici hanno molti impegni di famiglia e lavoro che non possono essere dimenticati. Allora bisognerà cominciare a cambiare orari, stili…con coraggio e audacia. Ma Papa Francesco ha già detto quanto serve in proposito. Decidiamoci allora a fare meno appuntamenti cultuali e diamo spazio nuovo ad una più intensa forma di autoeducazione alla vita di comunità. Il Signore susciterà fantasie pastorali all’altezza del momento. Non è lui che ha chiuso con il Concilio la lunga stagione della controriforma? Non è lui che ha messo la parola fine all’inerzia postconciliare suscitando una guida così imprevedibile? Quali timori, allora?

         Per finire, superamento di arcaiche forme di sinodalità, riservate ai soli pastori, peraltro ancora buffamente addobbati. Pastori e laici. Pastori e laici al femminile. Sono sempre più vasti i campi di impegno: mondo familiare, realtà della politica, ricerca scientifica, impegno culturale, mondo del lavoro, pianeta salute, sistema carcerario, mondo adolescenziale e giovanile e così via elencando. A problemi disparati, competenze disparate. Il ruolo dei pastori non ne trarrebbe danno, non subirebbe ridimensionamento, tutt’altro.

       Chissà quante cose ci sarebbe ancora da dire. Nuova catechesi degli adulti, diversi criteri per la scelta dei pastori, nuovi linguaggi per la liturgia, revisione delle conferenze episcopali, la questione del celibato sacerdotale, valorizzazione degli ordini religiosi femminili per nuove povertà, sana gestione del patrimonio immobiliare, organizzazione degli studi teologici. Un fattore, in tutto ciò non dovrà mancare: un po’ di sano ottimismo in compagnia di simpatico umorismo. Coraggio, le stelle ci stanno a guardare, e con loro il Signore. Con i segni ella passione ci aspetta per un abbraccio senza fine.

Napoli, 12 giugno 2016