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Confusi, ambigui, flessibili. Ma più di ogni altra cosa liquidi.
di Matteo Tafuro

 

 

Sempre più confusi, più ambigui che mai, flessibili a seconda delle necessità, ma più di ogni altra cosa liquidi.

È questo il mondo dell’Homo Numericus, che galleggia, in uno stato di crisi perenne, nel mare dell’aumento delle povertà e delle disuguaglianze.

poesia matteo2Gli incessanti e ininterrotti flussi di capitali, merci e esseri umani mettono in crisi il vostro piccolo mondo antico, che vi vizia dalla culla alla tomba.

La soluzione per risolvere è stata scelta: costruiamo muri per proteggerci.

In verità l’idea non è nuova. La storia è piena di queste miserevoli intuizioni.

Nel III secolo A.C. l’ imperatore Qin Shi Huangdi decise di costruire la Grande Muraglia Cinese. Nel II secolo d.C. l’imperatore romano Adriano fece erigere mura fortificate tra Inghilterra e Scozia.

Nel XX secolo d.C., il 12 agosto 1961, servirono meno di diciotto ore per dare vita all’erezione del muro di Berlino, ci sarebbero voluti ventotto anni per abbatterlo.

Nel 2002, è stata costruita una barriera di separazione israeliana in Cisgiordania, allo scopo di impedire l ‘accesso di terroristi palestinesi nel territorio nazionale.7

Nel 2006 la buddhista Thailandia ha innalzato un muro nel tratto di frontiera più accessibile con la musulmana Malesia, per limitare l’influenza del fondamentalismo islamico sul suo governo.

In Europa la barriera più celebre ancora esistente è quella che divide in due Cipro, da quando la Turchia rivendicò e occupò una parte dell’isola, che da allora costituisce la Repubblica autonoma di Cipro Nord.

Non poteva certo mancare l’Italia dove fino al 2004 un muro ha diviso Gorizia dalla parte jugoslava, ora slovena, della città di Nova Gorica.

Ma, allora, perché è schifoso parlare di accoglienza, quando in tutto il mondo si ergono o si sono eretti sempre muri?

Muri reali e muri mentali, altrettanto invalicabili tra un loro, i migranti, i rifugiati, i profughi e un noi: i sotto assedio.

Zygmunt Bauman, ha descritto la storia dell’umanità come un processo di espansione della parola noi. Per il sociologo e filosofo polacco, il primo noi non poteva includere più di 150 persone:

“Erano cacciatori e raccoglitori. Non avevano autobus, supermercati…
era un numero limitato a quelli che poteva essere alimentato e muoversi.
Il resto era altro dal noi. Col tempo questa cifra è aumentata
e si è giunti alle tribù, alle comunità, e poi gli imperi e gli stati nazione”.

Si è giunti adesso, per il sociologo, ad un punto senza precedenti:

“Tutte le tappe e i balzi che ci sono stati avevano una dato in comune: erano tappe caratterizzate da inclusione e esclusione. C’era un noi che si ampliava, ma anche una identificazione dell’Altro escluso dal noi. E questo ha portato a grandi spargimenti di sangue. Ora c’è la necessità ineludibile dell’espansione del noi come prossima tappa dell’umanità. Questo salto successivo è rappresentato dalla soppressione del pronome loro”.

Bauman ha ricordato che i nostri avi avevano un nemico, identificato da un loro.

”Ma oggi, nella società globale dove lo troviamo un nemico?
Non ci è stato chiesto da nessuno,

ma ci troviamo nella dimensione cosmopolita
in cui ogni cosa ha un impatto sul pianeta,
sul futuro e sui nipoti dei nostri nipoti.

Siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri”.

2Ma secondo Bauman il rovescio della medaglia è che “non abbiamo neppure iniziato a sviluppare una consapevolezza cosmopolita. E gestiamo questo momento con gli strumenti dei nostri antenati…ed è una trappola, una sfida da affrontare”.

Voglio fare mie le parole dello scrittore marocchino, Fouad Laroui, invitandoci a non inasprire lo scontro di ignoranze in atto evidenziando con mestizia che noi “non capiamo nemmeno chi è l’altro, non cerchiamo nemmeno di capire chi è di fronte a noi”.

Ancora una volta esiste un noi ed esiste un loro, ma non si capisce dove e perché inizia l’uno e finisce l’altro.

Smettetela nel cercare soluzioni fantasmagoriche!

Voglio città aperte, porose e dinamiche per realizzare cittadini migliori, come nelle parole di Richard Sennet:

Molti migranti oggi non sono più immigrati: gente che va in un posto, ci lavora per 10 anni, poi torna indietro, come hanno fatto nel diciannovesimo secolo gli italiani e i polacchi. Oggi, al contrario, i flussi migratori globali richiedono una nuova nozione di identità.

Migrando non si perde più la propria identità, ma la si integra in qualcos’altro. 5

È un’v idea diversa, che rimanda al movimento, alla capacità di muovere di città in città, di paese in paese competenze e capacità professionali e di acquisirne di nuove.

I migranti possono “sopravvivere” soltanto acquisendo competenze diventando cosmopoliti competenti, esercitando l’abilità di comunicare con gli estranei, di trascendere i confini materiali degli spazi urbani: di orientarsi e “navigare” in città.

Pensare che i rifugiati siano dei parassiti e che rappresentino l’unico esempio del modo in cui le persone migrano nel mondo è di una ignoranza fatale.”

Nola, 6 febbraio 2023