gio 14 DICEMBRE 2017 ore 05.13
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COME VOLEVA LA PRASSI…
di Luigi Antonio Gambuti

Come voleva la prassi. Così il titolo del recente sceneggiato prodotto dalla RAI sul testo di Andrea Camilleri. Nessun riferimento alle teorie, né attingimenti filosofici, per risolvere problemi, nella gestione investigativa di Luca Zingaretti.
Così, come voleva la prassi, ha condotto le sue indagini, venendo a capo di un delitto frutto di trame sconvolgenti e crudeli.
Così, per certi versi, si agisce oggi, non su di un testo letterario frutto dell’inventiva di un grande scrittore, bensì su attività di normale quotidianità, che toccano il sociale e in modo particolare la politica e l’amministrazione della cosa pubblica. Così, come vuole la prassi, si giustificano comportamenti e azioni che non si riesce altrimenti a giustificare.
Si dice, incalzati dai perché: si è sempre fatto così, se lo fanno tutti, non capisco perché non posso farlo io. E’ il riferimento alla prassi, appunto.
Talvolta, però, e qui sta il motivo della nostra riflessione, fare riferimento alla prassi non serve per giustificare azioni e comportamenti di normale “gestione” del potere decisionale, quanto per coprire e giustificare comportamenti e azioni disdicevoli, se non proprio azioni da galera.
Come è stato, appunto, evidenziato dal Commissario Montalbano nello sceneggiato trasmesso l’altra sera. Trasferiamo, allora, questa locuzione, con il suo significato, sul piano politico, ammesso che nel panorama del dibattito culturale del paese ci sia ancora qualche traccia della polis, quella vera, aristotelicamente intesa, come cura degli interessi collettivi.
C’è la maledizione della reiterazione del reato, a mio modesto avviso:tutto è sempre uguale, previsto, scontato. Come la prassi vuole, appunto!
Una moda che, assoggettata ai poteri forti che ne determinano la “prassi”- gli strumenti dell’assoggettamento li conosciamo-detta comportamenti e decisioni.
Tanti e di diversa natura sono gli eventi registrati negli ultimi mesi che possono essere richiamati per avvalorare la nostra tesi.
Quasi tutti sono frutto della prassi, delle consuetudini, dalle quali traggono forza e ragioni.
Si è sempre fatto così: è comodo per non fare stancare le meningi ed è utile per garantirsi un paravento nel caso in cui si dovesse inciampare in qualche errore.
Qualche esempio? Proviamo a dare addosso a qualche esponente di un partito politico per le sue contraddizioni, i suoi altalenanti accoppiamenti, gli scambisti di correnti.
Dirà, semplicemente: è la prassi, è il movimento, è l’aggiustamento del tiro per conquistare il potere, manovrando furbescamente per celare lo scopo vero delle sue acrobazie.
Che altro è se non riproporre-ecco, la prassi- gli stessi meccanismi che hanno distrutto il PD nella fase attuale precongressuale, per accaparrarsi il consenso?
Che altro è se non il riproporre lo scandalo del tesseramento farlocco che ha fatto scendere a bassissimo livello la credibilità dei responsabili del partito?
Si dirà: si è sempre fatto così, è la prassi!
Ecco, allora, il voto di sfiducia alla Valente, lo svelamento di rapporti personali a servizio della missione politica dei soggetti chiamati a realizzarla.
Ecco, allora, il grande polverone intorno all’affare CONSIP, messo nel ventilatore per scardinare il potere del cosiddetto “giglio nero” per colpire l’ex presidente del Consiglio e metterlo alle corde in vista del match delle prossime scelte congressuali. Si colpisce il padre per colpire il figlio, anche qui, come di prassi; si tira il sasso in famiglia, tanto qualcuno si farà male. Bisogna per forza ricordare il lupo e l’agnello del vecchio Fedro, tanto inviso ai negati del latino? Non si è fatto sempre così?
Ad ogni momento importante per le scelte di governo del paese si è mosso il meccanismo perverso delle accuse,anche se infondate, per delegittimare l’avversario di turno. Tanto , è la moda, la prassi, si è fatto sempre così e con successo, tanto qualcosa di utile ne proviene.
E chi qualcosa la guadagna non la vive contento, teso come è a difendere la preda.
Ecco, allora, venire fuori reati sinora sconosciuti: il traffico di influenze, della legge Severino; le garanzie offerte a intermittenza a seconda dell’interlocutore di turno, tutto un affannarsi a scannarsi per una seggiola in più e con questa piu’ potere, più privilegi, più entrature.
Non si è forse fatto sempre così?
Non è questa la prassi più consolidata degli ultimi anni vissuti da questa democrazia lacerata, fatta a pezzi dalla magistratura, divorata dagli affamati che sempre si sono affacciati alla mangiatoia bassa di Montecitorio e Palazzo Chigi? E poi, diciamoci la verità: il traffico di influenze!
Cosa ridicola se rapportata alle persone intelligenti.
Chi è senza peccato scagli laprima pietra, fu detto al cospetto di una peccatrice. Non fu traffico di influenza quella frase detta da chi era al di sopra di ogni sospetto e meritava il rispetto assoluto per ciò che rappresentava?
Quale utilità ne raccolse dalla sua raccomandazione?

Così per noi, oggi, a duemila anni di distanza.
Che reato c’è se si tira in gioco, lecitamente e per motivi vari,la stima e la vicinanza di persone perbene?
In chiaro, era ed è forse un delitto conoscere e frequentare una persona titolare di un potere determinato da una parentela o da una vicinanza di quartiere?
O si vuole isolare le persone oneste solo perché sono tali e non possono interferire negli affari loschi dei soliti figuri?
Domande strane, si capisce, calate sul tappeto per offrire al lettore una riflessione più serena sul momento che si sta attraversando.
Come da prassi, chiudiamo questa pagina con un auspicio
Per l’elezione del Segretario del PD si scontrano tre persone perbene.
Tre pensieri “diversi” divisi da un diverso punto di vista.
Si tratta di tre galli a cantare per salutare la fine della notte e aprire la luce del sole agli occhi degli elettori. Come da prassi, auspichiamo che vinca il migliore, perché migliore vogliamo che sia il nostro futuro.

Napoli, 9 marzo 2017