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Castello Aragonese di Baia

di Pio Gargano

Il castello è situato sull’orlo di una coppia di crateri vulcanici chiamati Fondi di Baia

Il Castello Aragonese si erge a Baia, frazione di Bacoli, ed è situato in una zona di importanza strategica considerevole. Fu edificato su di un promontorio (a 51 m s.l.m.) naturalmente difeso a est da un alto burrone tufaceo a picco sul mare, e a ovest dalla profonda depressione data dalle cavità di due vulcani chiamati “Fondi di Baia”, facenti parte dei Campi Flegrei.

Guarnendolo di mura, fossati e ponti levatoi, il castello risultava decisamente inespugnabile.

Grazie alla sua posizione, dalla quale si dominava tutto il Golfo di Pozzuoli fino a Procida, Ischia e Cuma, permetteva una sorveglianza molto estesa della zona, impedendo sia l’avvicinamento di flotte nemiche, che gli eventuali sbarchi di truppe che avessero voluto colpire Napoli con un’azione di sorpresa alle spalle.

La costruzione del castello fu iniziata dagli Aragonesi, insieme a numerose altre fortificazioni nel Regno di Napoli, nel 1495, poco prima dell’invasione dei francesi di re Carlo VIII.

Per la progettazione del sistema difensivo, il re Alfonso II d’Aragona si servì della consulenza dell’archietto senese Francesco di Giorgio Martini, molto famoso per delle innovative tecniche e delle soluzioni da lui applicate alle difese militari.

Non restano purtroppo, ad oggi, tracce dell’originaria architettura del castello.

In seguito all’eruzione del Monte Nuovo, che avvenne tra il 29 settembre e il 6 ottobre 1538, al fine di difendere le coste dalle incursioni saracene e turche, il viceré spagnolo Pedro Álvarez de Toledo diede inizio ad una radicale ristrutturazione e ampliamento del castello (1538-1550), assumendo così la sua struttura attuale, a forma di stella.

Fu fortezza militare nel periodo del vicereame spagnolo (1503-1707), del dominio austriaco (1707-1734), e infine del regno borbonico (1734-1860).

Duramente danneggiato nella guerra che contrappose gli austriaci ai Borbone (1734), fu in seguito, restaurato e ulteriormente fortificato dal re Carlo III di Borbone.

Dopo l’unità d’Italia, 1861, tristi furono le sorti del castello, vivendo un periodo di lenta decadenza e d’inesorabile abbandono. In seguito, durante la seconda guerra mondiale, fu utilizzato come carcere militare e come dimora per prigionieri di guerra.

Nel 1927 nel Castello di Baia s’insediava l’ente “Orfanotrofio Militare” che ospitava i figli dei caduti della “Grande Guerra”. Negli anni 1927-1930 furono così eseguiti numerosi lavori di ristrutturazione che inevitabilmente comportarono aggiunte e alterazioni alla struttura del castello.

L’orfanotrofio militare rimase attivo fino al 1975, anno in cui l’ente fu sciolto. Passato quindi alla Regione Campania, in occasione del terremoto dell’Irpinia del 1980, esso fu occupato parzialmente da famiglie terremotate per diversi anni.

Nel 1993 il castello di Baia è stato scelto come sede del Museo Archeologico dei Campi Flegrei. Molto suggestiva la progressiva esposizione topografica dei più significativi reperti rinvenuti nei siti archeologici dell’area flegrea.

Tra i numerosi aneddoti sulla storia del Castello, molto simpatico e “gustoso” è il racconto di come il castello fu salvato dai militari tedeschi, nel 1943.

Ecco uno stralcio di un articolo di Luigi Capuano, pubblicato dalla rivista l’Alfiere, a titolo “Il Castello Aragonese di Baia”.

“Il Castello di Baia salvato dai tedeschi grazie al vino del custode”

Siamo nel settembre del 1943 quando il Comando tedesco ordina all’Orfanatrofio Militare del Castello di sgombrare la fortezza e di trasferire i bambini alla scuola Quarati presso il Vomero. I piccoli vengono così allontanati e il giorno stesso in cui salta in aria il Silurificio di Baia, minato dalle truppe tedesche, ecco presentarsi davanti alla fortezza un camion di guastatori tedeschi muniti di candelotti di dinamite. Il camion si ferma davanti all’ingresso principale dove sta, in quel momento, seduto il custode, Francesco Lillini, chiamato dai villici don Ciccio Pagliuccone, il quale sta mangiando delle noci accompagnando di tanto in tanto con un sorso di vino i bocconi che non riesce a mandar giù. Scende dal mezzo un sottoufficiale che si dirige deciso verso don Ciccio che, avendo capito le intenzioni dei tedeschi che erano venuti per distruggere il Castello, cerca di ingraziarseli offrendo loro tutto quello che ha in quel momento a portata di mano cioè vino e noci e racconta che il Castello era il nido per poveri orfani di militari, molti dei quali avevano conosciuto la stessa fine dei padri durante il conflitto in corso. Vededo il tentennamento dei tedeschi, il custode continua ad insistere finché il comandante, dopo un momento di esitazione, ordina di risalire sul camion e don Ciccio col cuore gonfio di gioia e ancora incredulo per l’accaduto prende venti litri di vino dolce e li regala a quegli uomini.

Così il Castello fu salvo con… venti litri di vino.

foto di Pio Gargano

Napoli, 9 maggio 2018

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