ven 17 AGOSTO 2018 ore 20.37
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I poveri: è tempo di aiutarli concretamente

di Martina Tafuro

Se l’intera popolazione del pianeta, vivesse solo nel territorio della provincia di Napoli, forse staremmo tutti comodi nella regione Campania.

Il resto del pianeta, di contro, sarebbe vuoto, pieno di verde e riserve naturali, si vivrebbe in un’economia con meno lavoro e più tempo libero, ricca di creatività e relazioni umane, si riscoprirebbero i bisogni affettivi.

Queste sono le aspirazioni dei ricchi e dei benestanti, che soddisfatti i bisogni primari, si sono ritirati in una sorta di isola precapitalistica autosufficiente.

Ho studiato a fondo la situazione e vi assicuro che esisteva un mondo fino alla metà del XX secolo scorso, nel quale le società occidentali riuscirono a ridurre la distanza tra i ricchi e i lavoratori.

E allora, cosa è successo?

La famiglia italiana è diventata sempre più povera. Per raggiungere questo invidiabile traguardo, non si è fatta mancare nulla: figli da crescere, mancanza di lavoro e/o di una casa, preoccupazione nel fronteggiare le responsabilità genitoriali.

Quando consideriamo la povertà di casa nostra, la rappresentiamo attraverso l’immagine di una vedova con le calze sdrucite e il cappottino allo stremo, senza pensione, la bolletta della luce stretta in mano, che si presenta in parrocchia.

E’, questo, il povero classico, scontato, gestibile, è un povero in pianta stabile, diciamo.

Invece, nel mese di giugno 2018, c’è il povero con il cellulare, la tivù e l’auto. Non sembrano poveri. Non sono i poveri a cui eravamo abituati.

E’ una nuova categoria di cittadini, ossia quelli che non guadagnano abbastanza e sono a rischio povertà, nonostante percepiscano uno stipendio.

Gli inglesi li hanno soprannominati working poor, lavoratori poveri.

Secondo i dati Eurostat sono l’11,7% della forza lavoro, ben sopra la media Ue del 9,6%.

Ma quello che allarma di più è l’aumento record registrato tra il 2015 e il 2016 nel nostro paese: oltre il 23%. A cui aggiungere le prospettive di vita: stando ai dati attuali, secondo il Censis, ben 5,7 milioni di giovani rischiano di avere nel 2050 pensioni sotto la soglia di povertà.

Il parrocchiano radical/chic e perfettino entra in crisi, non è il povero a cui donava il suo santo tempo libero, non è malato, non è sofferente, non è emarginato …è il vicino di casa.

Andate a leggere il Rapporto 2017 su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia della Caritas, dal titolo: “Futuro anteriore”, incentrato  sul tema della povertà giovanile in Italia e in Europa.

I dati parlano chiaro, i giovani sono sempre più a rischio esclusione sociale. Nel dettaglio, nella fascia di età 18-34 anni è povero 1 su 10 e il rischio povertà ed esclusione sociale tocca il 37% dei giovani italiani. Complessivamente, in dieci anni la situazione è andata peggiorando visto che il numero complessivo di poveri è aumentato del 165,2% in un decennio: nel 2016 le persone in grave povertà sono risultate 4 milioni e 742mila.

 “un giovane italiano su dieci vive in uno stato di povertà assoluta. Nell’ultimo decennio l’incidenza della povertà tra i giovani (18-34 anni) è passata dall’1,9% al 10,4%”. A diminuire è la percentuale tra gli over 65, passata dal 4,8% del 2007 al 3,9%. “Rispetto al passato, ad essere maggiormente penalizzati dalla povertà economica e dall’esclusione sociale non sono più gli anziani o i pensionati, ma i giovani – registra il rapporto -. Se negli anni antecedenti la crisi economica la categoria più svantaggiata era quella degli anziani, da circa un lustro sono invece i giovani e giovanissimi (under 34) a vivere la situazione più critica, decisamente più allarmante di quella vissuta un decennio fa dagli ultra-sessantacinquenni”.

Preoccupa la situazione dei minori: in Italia, 1 milione 292mila sono nella povertà assoluta (il 12,5% del totale). Particolarmente drammatica la condizione delle famiglie dove sono presenti tre o più figli minori per le quali l’incidenza della povertà sale al 26,8%, coinvolgendo quasi 138mila famiglie e oltre 814mila individui. Risulta ampio il divario relativo all’incidenza della povertà tra i nuclei di soli stranieri (25,7%) e misti (27,4%) rispetto a quella di soli italiani (4,4%)

La povertà giovanile coinvolge nel vecchio continente più di 15 milioni di ragazzi tra i 16 e i 24 anni (il 27,3% del totale). In questo contesto si registra in Italia un forte aumento della povertà giovanile: i ragazzi a rischio di povertà ed esclusione sociale in Italia sono passati da 1 milione e 732mila del 2010 a 1 milione e 995mila del 2015 (223mila giovani poveri in più, pari ad un incremento del 12,9%). Secondo il Rapporto, il rischio di povertà ed esclusione sociale riguarda il 33,7% dei giovani italiani (il 6,4% in più rispetto a quanto accade nel resto d’Europa).

La diffusa situazione di vulnerabilità dei giovani, emerge anche dal Cares Report, il rapporto sulla povertà di Caritas Europa.

Faccio mia la tesi di Diane Coyle, esposta in: “L’economia dell’Abbastanza, ovvero gestire le nostre società come se il futuro contasse davvero”, che ci propone di riflettere e confrontarci su cinque provocazioni: Felicità, Natura, Posterità, Equità, Fiducia.

Diane ci invita ad aprire un cantiere per la ricostruzione della Fiducia Collettiva, riducendo le diseguaglianze mettiamo il mattone dell’Equità.

Sulle fondamenta della Fiducia piantiamo i pilastri nuovi del benessere per pesare la Felicità, rinforziamo quello dello sviluppo che risparmia risorse in favore della Natura.

Insomma, bisogna riprendere a credere negli altri e lasciare così un futuro alle prossime generazioni.

La responsabilità è nostra e nostra soltanto la possibilità di azione. Rimbocchiamoci le maniche!

Napoli, 5 giugno 2018