mar 18 GIUGNO 2019 ore 09.41
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Anatomia del consumatore: è il Capitalismo della Sorveglianza bellezza!

di Martina Tafuro

Yuval Noah Harari studioso israeliano,
ha parlato di una trasformazione del capitalismo
in Dataismo, cioè in un modello di controllo dei
mezzi di produzione e delle risorse basato sulla
raccolta, elaborazione e utilizzo dei dati, la nuova
materia prima dello sviluppo umano.

La mia supertecnologica voiture, mentre mi porta in giro per le strade del mondo registra i miei itinerari e li vende al miglior offerente.

Si vocifera, addirittura, che esistano materassi in grado di analizzare il nostro sonno e vendono le informazioni a chi è disposto ad investire notevoli risorse in questo campo.

I capitalisti si identificano nell’assioma che il fine unico dell’impresa è la creazione di valore per i suoi azionisti. Tuttavia, l’imperativo del profitto ad ogni costo, si sta rivelando pericoloso per il consumatore.

Oggi le aziende sono misurate in base alla loro capacità di analizzare e standardizzare i comportamenti degli individui e per questo motivo, molti padroni hanno imboccato la strada dove la merce più preziosa sono le nostre abitudini, i nostri gusti anche quelli più privati.

In sociologia, l’agire economico fa parte di un’assiologia, teoria che studia quali siano i valori sociali nel mondo distinguendoli dalle mere realtà di fatto e di una serie di norme che definiscono i comportamenti sociali e i parametri di giudizio delle azioni, delle persone, delle cose e in particolare dei beni di consumo.

Shoshana Zuboff, docente dell’Harvard Business School, parla di capitalismo della sorveglianza: “Inizia tutto nel 2001, l’anno dopo la bolla delle dot-com, [In economia e informatica con dot-com si definiscono tutte quelle società di servizi che sviluppano la maggior parte del proprio business attraverso un sito web e Internet. Il nome deriva dall’utilizzo da parte di queste, di siti appartenenti al dominio di primo livello .com, dot è il nome inglese del punto]. Con gli investitori che assillavano le aziende dell’online perché dimostrassero le loro capacità di ottenere profitti. Fu allora che Google iniziò a capire che i dati raccolti attraverso le attività degli utenti, se ben organizzati, avevano un grande potere predittivo sul tipo di inserzioni pubblicitarie che gli utenti stessi avrebbero cliccato di più. Così si sarebbero potute mostrare pubblicità sempre più personalizzate. Gli altri colossi del Web hanno seguito Google su questa strada, in una competizione crescente e con dinamiche nuove”.

Insomma, fiutata la preda è partita la caccia: “…Le aziende hanno capito che per effettuare predizioni accurate era importante anche la varietà dei dati. E così la vorace raccolta si è estesa al mondo reale: i nostri itinerari e il nostro passo quando corriamo, tracciati da smartwatch e braccialetti fitness; i nostri itinerari in auto, registrati dal navigatore satellitare; ciò che consumiamo, tracciato dal frigo smart; le nostre conversazioni, ascoltate dagli assistenti vocali…”.

Siamo diventati materiali da cui estrarre la materia prima, proprio come un pozzo petrolifero da cui estrarre i preziosi minerali.
Mentre il capitalismo tradizionale prende cose che hanno vita al di fuori delle dinamiche del mercato e le trasforma in merci, le stesse attività dell’uomo sono diventate merci da comprare e vendere.

Nel capitalismo della sorveglianza è stato seguito lo stesso schema, ma con una originale novità, ad essere mercificate sono le nostre esperienze private.

“…Questo spezza la reciprocità che ha sempre caratterizzato il rapporto tra il capitalismo e le persone. Il capitalismo ha sempre avuto bisogno del popolo, in quanto platea di consumatori e di lavoratori. Ma al capitalismo della sorveglianza gli esseri umani non servono, né come consumatori, né come lavoratori. E nemmeno come prodotti, per richiamare ciò che si dice delle audience televisive, dove lo spettatore è il “prodotto” che le emittenti vendono ai pubblicitari”.

Shoshana Zuboff, espone questa sua teoria in: “The Age af SurveiUance Capitalism” e conclude dicendo che: “ Discettare solo di proprietà dei dati significa trascurare, a monte, il furto delle nostre esperienze private. Vanno studiate nuove difese, ma solo dopo aver compreso a fondo la novità radicale del capitalismo della sorveglianza “.

Bisogna che ognuno ridiventi proprietario dei propri dati?

Shoshana Zuboff scarta questa soluzione: “Che interesse c’è ad avere dati che innanzitutto non dovrebbero esistere? Tutto ciò non fa che istituzionalizzare e legittimare di più la raccolta dei dati. È come negoziare il numero di ore al giorno che un bambino di sette anni potrebbe lavorare, piuttosto che contestare la legittimità del lavoro minorile.”

Napoli, 27 maggio 2019