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8 marzo 2019: Donna riprenditi la tua bellezza. Condividila!

di Martina Tafuro

Non mi piace parlare di fratellanza, quando si intende quella umana, perché il termine ha la sua radice in fratello, cioè maschio e così viene ignorata la pregnanza delle sorelle: ‘e Femmene.

La storia della mimosa e dell’8 marzo italiano.

Nel settembre 1944 a Roma nacque l’UDI (Unione Donne in Italia), per iniziativa di donne appartenenti a varie formazioni politiche.  L’UDI decise di celebrare l’8 marzo 1945 la prima Giornata della donna nelle zone dell’Italia libera, mentre a Londra veniva approvata e inviata all’ONU una Carta della donna, contenente richieste di parità di diritti e lavoro.

Con la fine della guerra, l’8 marzo 1946 fu celebrato in tutta Italia e il simbolo scelto fu la mimosa, perché :”…era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette”, sono queste le parole di Teresa Mattei, ex partigiana e fautrice dei diritti delle donne.

Siamo quello che siamo grazie alle nostre donne, da sempre e per sempre di lotta e di governo.

La stesura del progetto della nostra Carta Costituzione fu affidata a una commissione composta da 75 membri. Tra questi vi erano cinque donne: Maria Federici, democristiana, Lina Merlin, socialista, Teresa Noce e Nilde Iotti, comuniste, Ottavia Penna qualunquista e la democristiana Angela Gotelli.

La commissione si articolò in tre sottocommissioni. Nilde Iotti, entrò a far parte della prima commissione che doveva disciplinare i principi fondamentali e la dichiarazione dei diritti. Federici, Merlin e Noce furono chiamate alla terza, che ebbe il compito di regolamentare i rapporti economici. Nessuna donna entrerà nella seconda, cui competeva tutta l’organizzazione dello Stato.

Le donne saranno assenti anche dal comitato di redazione, a cui fu affidata la stesura definitiva del progetto di Costituzione.

Le sottocommissioni, superando aspre divergenze, trasmisero il progetto di Costituzione all’assemblea a fine gennaio 1947, dando così inizio alla discussione in aula.

Le nostre Costituenti, si batterono con forza sull’articolo 3, comma 1: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

La sua genesi è paradigmatica della grande forza delle donne italiane.

La formulazione frutto del lavoro della prima sottocommissione non conteneva nessun riferimento a distinzioni sessuali, Lina Merlin propose di aggiungere “di sesso”, alcuni colleghi osservarono che con le parole “tutti i cittadini”, si indicavano già uomini e donne, per questo motivo, dunque,  il suo emendamento era superfluo.“Onorevoli colleghi – dirà Merlin – molti di voi sono insigni giuristi e io no, però conosco la storia. Nel 1789 furono solennemente proclamati in Francia i diritti dell’uomo e del cittadino, e le costituzioni degli altri paesi si uniformarono a quella proclamazione che, in pratica, fu solamente platonica, perché cittadino è considerato solo l’uomo con i calzoni, e non le donne, anche se oggi la moda consente loro di portare i calzoni. Insisto sul mio emendamento anche in vista degli sviluppi d’ordine legislativo che ne seguiranno”.

L’emendamento passò! La passione politica femminile, non conosce ostacoli!

E poi… quando si trattò di votare l’articolo 11 della Costituzione relativo al ripudio della guerra, le nostre amate Costituenti scesero al centro dell’aula e si unirono formando una catena.

La Giustizia delle donne fatta per gli uomini.

Mio padre mi racconta spesso che a Genova molti anni fa ebbe modo di conoscere alcune donne che vivevano chiedendo l’elemosina davanti ai supermercati. Ad un certo punto arrivo il Servizio Sociale del comune e iniziò un progetto di sviluppo con loro, nacquero cosi delle cooperative per produrre dei manufatti ricamati.

Arrivò il giorno che queste donne tornarono a vendere i fazzoletti frutto del loro lavoro, proprio di fronte a quei supermercati dove avevano chiesto l’elemosina. Nei primi giorni il mio papino si ostinava a dare ancora soldi, ma non voleva prendere il fazzoletto, finché una di quelle donne gli disse: “Se non vuoi il fazzoletto, noi non vogliamo i soldi è una questione di giustizia”.

Giustizia a chi? Consulto il vocabolario e leggo: virtù, principio etico per il quale si giudica rettamente e si dà a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e per la legge.

Gli esseri umani, maschi e femmine, vivono sulla stessa terra avendo in comune un profondo senso di giustizia… Più o meno!

Eppure, la realtà è impregnata d’ingiustizia declinata al femminile e non passa giorno in cui non possiamo fare a meno d’indignarci per gli abusi e per le disuguaglianze, dove è spesso l’ingiusta giustizia, che passando attraverso sconnessioni incredibili, porta e lascia, sofferenza in chi la subisce.

Questo male sublimato, riesce a produrre i suoi effetti benefici e a essere raccolto, non proprio nell’immediato, ma solo dopo che è passato del tempo.

Non è dato sapere quanto… può trattarsi di giorni, di anni, di secoli. Ma, lavorando con costanza sulla formazione delle coscienze, si potranno creare le condizioni per un mondo un pò più giusto.

La mondializzazione ci fa vivere in una comunità di destino dove  maschi e femmine, hanno gli stessi problemi e subiscono le stesse minacce.

La donna protagonista della giustizia sociale, della dignità, della custodia del creato, è un faro indispensabile nel cammino verso un altro mondo possibile.

Femmina riprenditi la tua bellezza. Condividila!

Napoli, 8 marzo 2019