gio 12 DICEMBRE 2019 ore 02.15
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Sono alla ricerca di ritmi vitali. Ho bisogno di gioia.

di Andrea Tafuro

Più vi riunite per condividere gioia,
più sarete d’aiuto nella creazione
della Nuova Terra che nasce

Questo nostro tempo dalla socialità rarefatta, ostaggio dell’afa e della calura chiede insistentemente di lasciare l’asfalto delle città per raggiungere luoghi dove assaporare la gioia di vivere in simbiosi con la natura.

L’homo consumens, stretto fra la Scilla dell’utilitarismo e la Cariddi dell’elogio dell’inutile, sa molto bene cosa sia la gioia, perché vive molto spesso momenti di gioia.

La gioia è quel qualcosa che è andato smarrito e verso cui tutti anelano, è quel profondo desiderio che alimenta una profonda e intima nostalgia: la sete di infinito. La gioia potrebbe definirsi come lo statu nascenti della felicità, che potremmo identificare con la meraviglia, è quella sensazione a cui tendiamo nel nostro stare al mondo, è il prolungamento della gioia, che non si conclude.

Voglio perennemente educarmi alla gioia, perché sono un tifoso innamorato delle inesauribili sfumature che la vita mi dona quotidianamente.

Nel grande gioco delle relazioni umane, l’ho conosciuta e sono andato oltre: ho assaporato la letizia.

La parola letizia nasconde una simpatica curiosità etimologica, deriva dal latino laetus, cioè fertile, parola che ha dato i natali sia a lieto sia a letame, ciò che si usa per fertilizzare. A parte la voluta allusione, la parola lieto descrive un intimo essere contento, poichè il lieto è forte di un’allegria pacifica e appagante emotivamente.

Ecco svelato il legame con l’uomo fertile, egli è l’essere umano vigoroso e tranquillo che trasmette gioia, vitalità e che dà vita a frutti senza prepotenza e senza strepitii.

Così è lieto il compagno sorridente che non incontravamo da tempo e che ci abbraccia forte e ci racconta di quanto ha amato la festa fatta con noi.

Se è vero, come è vero, che sempre più di frequente nella realtà della ostentata testimonianza manageriale della francescanità da una parte si alza all’inverosimile il livello ormonale delle soddisfazioni personali che dovrebbero riempirvi di gioia, dall’altra non siete più in grado di vivere le relazioni fraterne, di accogliere l’altro da voi con tutto quello che porta in sé.

È, forse, in questo lo smarrimento della portata rivoluzionaria della concezione francescana della gioia, che non solo non esclude la sofferenza e l’alterità, ma ripetutamente se ne nutre.

Zygmunt Bauman ha affermato che nella cultura occidentale, durante le diverse epoche storiche, la felicità è stata vista come ricompensa (cristianesimo), diritto (illuminismo), dovere (post-modernità).

L’era moderna iniziò con la proclamazione del diritto universale dell’uomo alla ricerca della felicità e con la promessa di rendere tale ricerca agevole, facile e al tempo stesso più efficace, attestando così la supremazia del nostro modo di vivere rispetto a quello precedente.

In questa epoca storica, strana e inconcludente, d’altra parte la parola attendere è diventata un vocabolo scostumato, poiché abbiamo disinserito dalla nostra anima digitalizzata la necessità dell’attesa e il correttore automatico ci impone di sostituirla con l’aggettivo istantaneo.

Felicità, riuscita, popolarità, vigore, compiacimento, dominio sono avvertiti come anelli di un’unica catena, se se ne spezza uno tutto si riduce in frantumi. In questo modo, ci si impedisce di vivere la vita nella sua completezza e in tutto il suo confine esteso fra cielo, terra e mare, comprendente anche ciò che sommariamente viene annoverato e rubricato come negativo: sofferenza, conflitto, insuccesso, dolore, fallimento…

Che cos’è dunque questo dovere di ricercare la felicità che perseguita, invece di fare insorgere l’uomo globalizzato?

Per cercare una risposta a questo famelico e bulimico bisogno di desideri, mi rifugio nella modernità del pensiero di San Francesco d’Assisi.

In un passo dei Fioretti, florilegio sulla vita del figlio di Pietro di Bernardone e dei suoi discepoli, Francesco spiega a frate Leone il concetto della vera e perfetta letizia. Per il santo di Assisi la letizia è il risultato di un’esistenza che si sente preservata dalla delicatezza di Dio.

In quest’ottica il momento della crisi diventa opportunità per fermarsi, è l’inizio della trasformazione che ti cambia nel profondo dell’anima. La testimonianza di chi ha attraversato la crisi e ora mette a disposizione la sua esperienza è una ricchezza.

L’incontro con chi, pur nel dolore, si mantiene lieto è un segno di speranza, poiché la presenza di qualcuno che non ci lascia soli e attraversa con noi il tempo della prova è una forza e ha una potenzialità davvero significativa.

La relazione, il riconoscimento del valore assoluto dell’altro, che parte dall’esperienza della solidarietà come modalità di cura reciproca possono offrire ago e filo per ricucire gli strappi che lacerano il nostro tessuto sociale.

Sono le uniche ragioni per ricominciare a sperare, c’è una vita che nasce dalla letizia, che non teme il domani e questa vita è affidata alla libertà di ciascuno di noi.

L’uomo cresce  e matura nella misura in cui passa dalla logica dell’Io alla logica del Tu, dal principio di piacere al principio di realtà.

Dall’Io al Tu, dal Tu al Noi, dal Noi al reale, dal reale ai valori, dai valori all’Altro assoluto, sono tutti passaggi che si fondano sul superamento della legge fisica del baricentro.

E allora voglio riassaporare la felicità e la perfetta letizia… dove sono Padre Eugenio e Fra Giovanni?

Napoli, 29 luglio 2019