ven 17 AGOSTO 2018 ore 20.38
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Smettila di farti picchiare! La Violenza Economica sulle Donne

di Andrea Tafuro

C’era una volta e… c’è ancora un imprenditore/principe azzurro e una collaboratrice, senza contratto, che considera il lavoro come un: “do una mano a mio marito”. Nessuna retribuzione, nessuna capacità decisionale, ma a lei, in fondo, non manca nulla basta chiedere a lui. E’ questa la violenza economica sulle donne! Interrogando il Gender Equality Glossary dell’EIGE (European Institute of Gender Equality), troviamo una dettagliata definizione della nozione di violenza economica: “la violenza economica si riferisce a atti di controllo e monitoraggio del comportamento di un individuo in termini di uso e distribuzione di denaro e la costante minaccia di negare risorse economiche”, è qualcosa di molto simile alla schiavitù.

In Ending Violence Against Women and Girls, documento programmatico di UN Women (l’Entità delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne), vengono identificate le diverse espressioni della violenza sulle donne. In questo documento è stato evidenzato che questo elemento caratterizzi due fasi del ciclo di vita della violenza, quella dell’età riproduttiva di una donna e quella della vecchiaia, in concomitanza con l’aspirazione alla realizzazione economica e professionale e con gli aumentati bisogni in termini di cura e assistenza.

Tale forma di violenza ha radici culturali e sociali ataviche, infatti nel bagaglio educativo primordiale del maschio permane la sensazione che l’uomo sia cacciatore e la donna debba esser dedita a funzioni di cura, relegata ad un ruolo di minore responsabilità all’interno della coppia e condizionata dal partner nella gestione del bilancio familiare. Per una donna è difficile conseguire in giovane età un’autonomia economica, complici spesso relazioni che persuadono la stessa a rinunciare a possibilità di carriera a garanzia del presunto benessere del rapporto. Per non parlare, poi del fatto che in alcune parti del mondo, il diritto ad acquisire proprietà è ancora limitato ai soli uomini e alla violenza economica può essere associata una forte forma di violenza fisica e/o psicologica.

Tutti questi elementi spiegano come mai la violenza economica sia difficile da identificare e contestualizzare, poco denunciata e considerata meno pericolosa di altre. La sottovalutazione si accompagna a carenti strumenti posti a tutela della donna, che il più delle volte deve da sola trovare la forza per rimettersi in piedi dopo mesi o anni di maltrattamenti. Come si può uscire da una relazione dannosa se non si hanno le risorse economiche per scappare? Come si può evitare di essere dipendenti da un uomo se non si hanno ancora le loro stesse opportunità di crescita professionale? Come si può rivendicare il diritto a scegliere come e con chi vivere se le uniche opzione disponibili si rivelano precarie e insoddisfacenti? L’assenza di sicurezza in ambito lavorativo rende inevitabilmente le donne più soggette a forme di dipendenza economica e pertanto di schiavitù. Se il partner centellina il denaro che potrete personalmente gestire come se foste una figlia a cui dare la paghetta, è palese che il partner sta cercando di controllarvi.

Porre, nel tempo attuale, al centro della discussione il tema della violenza economica sulle donne, significa anche spostare l’ attenzione dai singoli autori della violenza economica, datori di lavoro o compagni di vita, al sistema economico, sociale e politico che tale violenza finisce per determinare e proteggere. Le donne sono sole anche per la mancanza di una dimensione collettiva di riconoscimento e solidarietà fra donne. Sul piano della sensibilizzazione collettiva è quanto meno urgente potenziare la capacità delle istituzioni di identificare gli ambiti dove si crea violenza di genere, dando potere di controllo alle donne stesse, nella loro libertà di autodeterminarsi.

Napoli, 7 marzo 2018