ven 24 GENNAIO 2020 ore 18.48
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In questi tempi tristi ho bisogno di una sola cosa: la fantasia
di Martina Tafuro

“In tutti i casi la ricetta economica che ne discende è brutale: per avere crescita occorre più disuguaglianza, perché solo più disuguaglianza è in grado di imprimere il necessario dinamismo alla società (…) Tutto ciò spiega perché la parola eguaglianza – che pure figura, insieme a libertà e a fraternità tra le categorie chiave della modernità – sia caduta così in disuso nel lessico contemporaneo, ….”
Laura Pennacchi

 

Al centro, in mezzo e sul lato, c’è sempre lei: la crescita!

Tutta l’umanità l’attende, con il cuore colmo di ansia, come il Messia salvatore.

La terra promessa sarà ricoperta con ogni genere di prodotti e di profitti per gli azionisti, non è più il tempo in cui scorreranno fiumi di latte e miele e il sol dell’avvenire non sarà più in grado di illuminare il nostro cammino.

Resteranno indietro i riottosi e i pigri, figli di un mondo antico e obsoleto che aspettano e vogliono garanzie prima di dare.

Gli orgogliosi, figli del nuovo profitto, saranno affidabili perché protettori di se stessi e del loro mondo, custodi di muri sempre più alti.

È la crescita bellezza!

Non ti permettere di invocare la decrescita felice è triste.

In questi tempi mesti e malinconici, ho nostalgia di una sola cosa: la fantasia.

Se esiste davvero, è lontana anni luce dalla realtà di questo mondo, fagocitata da qualche buco nero lassù nella galassia della speranza.

A volte mi sembra di vivere secondo uno schema di vita, figlio di uno sterile nichilismo, costruito a tavolino, attraverso una verginità ricostruita sul lettino del chirurgo estetico.

È dicembre, è il mese della nascita del mio Gesù.

Spesso ho fantastico se, nell’universo mondo, esistesse una fabbrica per produrre bambini.

Una bella fabbrichetta che sforni bimbi, belli e in buona salute. Sarebbe sufficiente presentarsi allo spaccio aziendale, pagare e ritirare la merce.

Naturalmente il costo dei vari pezzi varierà sensibilmente, tra i vari optional proposti a catalogo conteranno di più la bianchezza e la mediterraneità, che peseranno sul prezzo qualcosa in più.

In fin dei conti le bianche disposte a mettere in vendita l’articolo custodito e protetto nove mesi nella loro pancia si contano sulle dita di una mano.

Ho capito, vi serve un libretto delle istruzioni per sapere come funziona davvero una moderna fabbrichetta di produzione bambini, tralasciando, ovviamente, il passaggio della maternità.

Leggete The Farm di Joanne Ramos, l’autrice, vi porta a Golden Oaks, un sontuoso rifugio che vanta tutti i comfort in cui le donne, spesso immigrate, cercano disperatamente di migliorare la propria vita e dove l’upper class bianca, ha la facoltà di ordinare su misura, il proprio bambino.

E’ semplice, basta che espongano i loro desideri, firmino un contratto e dopo aver atteso i canonici nove mesi, viene loro consegnato il prodotto come da accordo firmato e sottoscritto.

Le ospiti (host), per nove mesi, appartengono alla Fattoria. Non possono lasciare il terreno, ogni loro mossa è monitorata.

La loro vita precedente sembrerà lontana dal mondo mentre si dedicano all’incredibile compito di produrre il bambino perfetto per i clienti ricchi di benessere.

Chi è la fornitrice del bambino? Perché l’ha fatto? Che cosa prova dopo il parto?

The Farm racconta delle donne che hanno custodito per nove mesi il prodotto ordinato.

Donne che generano carne della loro carne, ma che non saranno madri.

In clinica, in questi nove mesi sono state curate si, ma anche controllate e sorvegliate, in fondo dovevano funzionare a massimo regime per ottenere merce altamente efficiente e perfetta.

In The Farm, possiamo leggere il potere che ancora possiede una donna sul proprio corpo e evidenziare i compromessi che le donne hanno fatto, fanno e faranno per rafforzare il loro futuro di libertà.

La libertà non è un pacco dono o una strenna natalizia già confezionata, non la si vince alla lotteria.

Nasce dentro di te, attraverso un impegnativo processo di maturazione. Anche per questo c’è chi reagisce con la frustrazione, costretto com’è a dover scendere a patti con i propri desideri.

In fondo, nessuno sarà mai del tutto originale.

“Andiamo fino a Betlemme, come i pastori.

L’importante è muoversi.

E se invece di un Dio glorioso,

ci imbattiamo nella fragilità di un bambino,

non ci venga il dubbio di aver sbagliato il percorso.

Il volto spaurito degli oppressi,

la solitudine degli infelici,

l’amarezza di tutti gli uomini della Terra,

sono il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità.

A noi il compito di cercarlo.

Mettiamoci in cammino senza paura”.

Don Tonino Bello

Napoli, 11 dicembre 2019