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Memorie di un uomo fragile
di Maria Teresa Luongo.

Stefano Dionisi è un volto noto agli appassionati del cinema intellettuale. Lui è il dolcissimo Monteiro Rossi de “Sostiene Pereira” di Roberto Faenza, in cui fa da spalla al grande Mastroianni; è il partigiano Johnny nel film del 2000 diretto da Guido Chiesa. Ma la sua interpretazione più famosa è legata a “Farinelli” del regista belga Gérard Corbiau, in cui interpreta il celebre cantante Carlo Broschi in arte Farinelli, vincitore del Golden Globe e nominato agli Oscar come miglior film straniero.

Nel 2015 pubblica per Mondadori “La barca dei folli. Viaggio nei vicoli bui della mia mente”, un viaggio intenso e commovente nella sua malattia mentale che lo ha costretto nel corso degli anni a ricoveri forzati.

“Tutti i pazienti vengono prelevati, in un giorno qualsiasi della loro vita, nell’attimo in cui danno in escandescenza. Questo significa che si entra nel TSO senza niente, né mutande, né spazzolino, al massimo un pigiama che qualche parente può consegnare attraverso la porta” scrive l’attore.

L’esperienza in cliniche pubbliche e private; il carnevale (inteso proprio come carrum navalis) di personaggi assurdi che si credono Giovanni il Battista o al centro di intrighi internazionali, che non riescono più a concepire la vita come partecipazione attiva perché caduti nell’abisso della depressione, così umani nella loro fragilità- Dionisi scrive “io ero molto fragile allora e cercavo aiuto dappertutto, non solo da ricevere, ma anche da dare”- così veri da far intravedere al lettore sé stesso oltre la barriera delle loro psicosi; le ossessioni; il logorio della mente afflitta da manie di persecuzione; il dolore del vedersi talvolta sconfitti da questo male troppo grande da gestire da soli. Tutto è stato raccontato come doveva essere raccontato.

Le memorie di Dionisi riescono ad aprirci gli occhi su questo mondo sommerso delle malattie psichiche e di chi ne è affetto e il lettore non può che provare empatia per l’autore, sentirlo quasi come un figlio per ripagarlo di una tenerezza mai soddisfatta fino in fondo (Dionisi ci rende partecipi del difficile rapporto col padre- “scomparve completamente quando avevo cinque anni” – un rapporto che l’autore, con toccante ostinazione, non ha mai rinunciato a ricostruire).

“La barca dei folli” è un libro da leggere, da esporre- la copertina, che riproduce il dipinto “autoritratto con maschere” di James Ensor e dimostra come ogni aspetto sia stato curato nei minimi dettagli, è una gioia per gli occhi- da rileggere e regalare, per ricordare a noi stessi che nella vita, per circostanze inevitabili, si cade, si ricade, ci si sente sconfitti e falliti, ma, la luce continua a splendere anche nel buio di una mente persa.

Napoli, 11 febbraio 2018