mer 28 SETTEMBRE 2022 ore 06.17
Home Politica I Mandatari…. E il Simbolo della Poltrona. Mentre Di Maio punta al...

I Mandatari…. E il Simbolo della Poltrona. Mentre Di Maio punta al Grande Centro, Grillo e Conte alla resa dei conti.
di Carlo Gimmelli

Chissà se Papà (o nonno?) Grillo, ormai settantaquattrenne ex comico, in questi giorni melodrammatici , i peggiori da quando coniò dal nulla l’Utopia Cinquestelle che avrebbe travolto il marciume della vecchia politica corrotta e poltronara, si stia pentendo di aver abbandonato i ricchi palcoscenici da sold out, da dove ridicolizzava e bastonava i potenti, per scendere nell’arena polverosa e sanguinolenta della peggiore politica del nuovo secolo.

Stanco, cupo, invecchiato, alle prese con i guai giudiziari del figlio (il processo per stupro a carico di Luca Grillo, insolitamente lento, si è aperto il 1 giugno e procederà a porte chiuse con una udienza al mese), il garante del MoVimento è sceso in campo pubblicamente al fianco (?) di Peppeniello Appulo, per fermare l’emorragia di consensi che sta facendo precipitare il MoVimento, ormai sotto il 10%., ai minimi storici.

Il fedifrago Giggino Di Maio ha abbondonato la casa paterna ed ha portato con sé, una sessantina di parlamentari, e soprattutto, i fedelissimi che occupano i posti chiave negli Uffici del Palazzo tra cui lo strategico Ufficio di Presidenza, quello dei questori, e già si è scatenata una guerra tra i lealisti e gli scissionisti per l’utilizzo di spazi e segreterie una volta comuni.

Il casus belli del tradimento: la mannaia politica del limite del doppio mandato che avrebbe spedito a casa tutti i leader della prima ora.

La base non ha gradito i tentativi dei “senatori” di restare in campo a tutti i costi e dopo l’ideaccia, abortita sul nascere, di Di Maio di paventare un ipotetico “mandato zero”, Conte, per salvare la faccia, avrebbe ipotizzato una sorta di “gift card”, un ulteriore mandato bonus, solo per i deputati più meritevoli, immaginiamo chi; ma chi avrebbe deciso chi salvare? Insomma una brutta storia di un Movimento intrappolato dai suoi ideali.

Eh già, è proprio questo l’emblema del fallimento pentastellato: i Rivoluzionari, una volta conquistato il Palazzo, si sono innamorati del simbolo del potere marcio che combattevano e ne hanno fatto feticcio dell’investitura popolare.

Quando le poltrone damascate e la bouvette di Montecitorio erano appannaggio delle vecchie mummie del potere, costituivano il simbolo dell’odioso privilegio della casta, una volte ottenute hanno rappresentato la conquista delle casematte del potere.

E quindi via alla conquista di tutti gli anfratti del Palazzo dei bottoni: poltrone, poltroncine, divanetti, commissioni, cariche, colossi di stato, televisione: i Rivoluzionari si sono dimostrati più voraci dei loro nemici applicando con ferocia la doppia morale della rottamazione del vecchio potere per sistemare amici, parenti, fidanzati e sodali.

Naturalmente il più scaltro e talentuoso, Giggino, il leader carismatico delle truppe pentastellate ha riservato per sé quelle più prestigiose e operative, prima pretendendo ipso facto quella di Presidente del Consiglio (sic!) , poi “accontentandosi” di ridimensionarsi a Vice e ottenendo quella di Ministro del lavoro e attività produttive (accorpando due Ministeri) con Conte I e ancora quella di Ministro degli Esteri, con Conte II e Draghi oltre a quella di capo politico del Movimento.

Una bulimia e un culto della persona doveva per inerzia arrivare allo scontro frontale con la base dura e pura, capitanata dall’ex amico Dibba che, pur nell’eterna attesa del salto nell’arena, ha rinunciato nei giorni ruggenti al posto garantito in Parlamento e a alla poltrona di ministro.

Il tradimento dell’ex bibitaro e della sua ciurma che egli chiama ecumenicamente “crescita politica” sembra un percorso pianificato in tempi non sospetti, e l’idea di tornare a fare il cittadino comune, pilastro dell’idea politica di Grillo, non è mai stata nella sua agenda: la questione delle armi in Ucraina pare essere il classico casus belli atteso da mesi, l’obiettivo, bypassare le forche caudine del doppio mandato che pure il nostro eroe sventolava nel 2013 quando varcò da boyscout la soglia di Montecitorio.

Dal 2018 ha cambiato posizione praticamente su tutto, da putiniano ad Atlantista, da No Euro a Si Euro, dai Gilet gialli a Macron, dall’impeachment a Mattarella a draghiano di ferro, dal “governiamo da soli” al “governiamo con tutti”, insomma il novello Mastella si è innamorato del feticcio del potere e di tornare o cominciare a lavorare pare non ne abbia voglia.

Intanto dal 2018 sono già 400 i cambi di casacca dei parlamentari, record assoluto dal 1948, altro che “mercato delle vacche” di dimaiana memoria mentre l’esercito dei peones è in fibrillazione per le imminenti elezioni che quasi dimezzeranno il numero di poltrone disponibili.

Esaurita la carica propulsiva del Vaffa e della pasticciata rendicontazione (a proposito, che fine ha fatto il sito “ti rendiconto” fermo al 2019?), esautorato per scarso appeal il “nuovo francescanesimo” con cuiGrillo esortava i neo deputati.scout a scardinare il Palazzo, Beppe ha chiamato Conte all’improba impresadi trovare una nuova identità politica che richiamasse gli iniziali pilastri ideologici dell’ex MoVimento e, soprattutto, una struttura collegiale non più verticistica legata agli umori del fondatore, ormai  distratto dai guai giudiziari del figliolo.

Ma l’avvocato del popolo pare un vice sovrano senza truppe alle prese con l’invadenza del fondatore.

Grillo, che pare aver perso il ruolo di guida politica dei suoi, è sceso a Roma in questi giorni per incollare i cocci della sua creatura del 33% , tornando all’idea Rivoluzionaria della prima ora e confermando senza eccezioni la regola dei due mandati, ma Conte rivendica la dignità di non essere teleguidato dall’ex comico ed è sorto l’ennesimo incidente con Draghi, accusato di brigare con Beppe Mao per delegittimare Peppiniello Appulo.

Insomma una quasi bega da cortile che rischia in queste ore di far saltare il banco.

In questo clima da bassissimo impero, l’unica soluzione dignitosa parrebbe l’uscita del Movimento dal governo e tornare alle barricate dell’opposizione dove ha dato il meglio di sé; opposizione che ha fatto la fortuna di Giorgia Meloni, ma Conte continua a tentennare e Draghi lo ha messo all’angolo facendo sapere che un minuto dopo l’uscita dei 5 stelle dalla maggioranza presenterà le dimissioni a Mattarella: ma andare ad elezioni anticipate con una crisi economica già in atto e una montagna di debiti sarebbe un suicidio e soprattutto sarebbe l’addio addio alla pensione e al vitalizio per l’esercito dei peones parlamentari.

E cosi Amleto Conte continua a vivacchiare in un Governo che sta andando in direzione opposta all’idea politica dei 5 stelle e gli scontri con Draghi sono quasi giornalieri mentre la base preme per tornare all’opposizione.

Cosa succederà? Alla fine dei giochi la Realpolitik, come sempre, prevarrà, e, probabilmente, si arriverà alla fine di questa sanguinolenta legislatura ma Conte si muove nel Governo come un elefante in una cristalleria, contestando quasi tutte le scelte politiche del Premier e ormai il partito di Draghi ha smantellato quasi tutte le riforme del Movimento, l’unico personaggio credibile appare il Che Guevara Dibba ma per rientrare nei giochi ha posto il diktat dell’uscita dal Governo.

Grillo, invece esclude di abbandonare Draghi per non condannare all’irrilevanza il partito e continuare a sedersi alla tavola imbandita dei fondi PNRR ….ma il sogno grillino pare ormai già preistoria!!!

Napoli, 4 luglio 2022