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L’amor che move il sole e l’altre stelle.

di frate Valentino Parente

 

 

Noi viviamo di vita ricevuta
e poi di vita trasmessa.
La vita spirituale vive quando
alimenta la vita di qualcuno.
Io vivo di vita donata.
“il cristiano del futuro
o sarà un mistico
o non sarà”

(Karl Rahner)

 

 

PasqA6-LAnno A – 17 maggio 2020. Vangelo di Giovanni, cap. 14, versi 15-21

Il brano del vangelo della VI domenica di Pasqua, è il continuo del vangelo della scorsa domenica.

Gesù si appresta a tenere il grande discorso di addio dal mondo, con cui lascia agli apostoli il suo insegnamento e la sua ultima volontà.

Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”.

Ad una comunità, piccola, debole, fragile, che deve muovere i suoi primi passi in un mondo ostile, Gesù apre una strada radicalmente nuova.

Credere nell’Amore di Dio, donato al mondo attraverso la sua passione, morte e risurrezione.

Ancora poche ore e Gesù lascia i suoi amici per ritornare al Padre.
Sul volto degli Apostoli si legge impressa la tristezza infinita di questo addio.

Gesù li rassicura che non li lascerà orfani, anzi, promette un altro consolatore:
Io pregherò il Padre ed egli vi manderà un altro Paràclito”.

Il termine viene dal greco parácletos, consolatore, ovvero chiamo in aiuto, chiamo in difesa.

Il vangelo di oggi, con le altre letture, sposta la nostra attenzione da Cristo allo Spirito, dal Risorto al suo dono.

Comincia una sorta di avvento in preparazione della Pentecoste.

Come la venuta di Cristo fu preparata per secoli dai profeti e la sua presenza fu indicata nel mondo da Giovanni il Battista.

Così la venuta dello Spirito viene preparata e annunciata da Cristo stesso: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito che rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità…”.

Se Gesù promette un altro Paràclito, viene spontaneo domandarci: E chi è il primo paràclito, il primo consolatore?

Ovviamente è Gesù stesso.

Gesù è il primo consolatore.

La sua incarnazione e la sua opera non è altro che la risposta del Padre celeste all’infelicità dell’uomo, in seguito al male terribile del peccato.

Gesù non ha fatto altro che far conoscere la consolazione del Padre nei confronti di tutta l’umanità.

La misericordia del Padre, il suo amore per ogni uomo, il suo perdono senza limiti, la sua preoccupazione per la pecorella smarrita e la sua gioia quando questa rientra all’ovile…

Ma ora, la vita terrena di Gesù sta per volgere al termine.

Per questo motivo il Signore annuncia la venuta di un altro Paràclito.

È lo Spirito della verità, che continuerà l’opera di consolazione iniziata da Gesù.

Mentre Gesù è stato vicino ai discepoli e rimane presso di loro, l’altro paràclito, lo Spirito Santo, sarà dentro i discepoli: Voi lo conoscetecuore paraclito perché egli sarà presso di voi e sarà in voi”.

Lo Spirito Santo è dunque una presenza non più esterna all’uomo, per quanto vicina, ma dentro il cuore stesso dell’uomo.

Nell’uomo, continua l’opera di Gesù.

È il maestro interiore.

È colui che dal di dentro compie l’opera della salvezza iniziata da Gesù.

Dall’esterno, Gesù ha potuto insegnare, ha mostrato la via di Dio, ma non è riuscito a convincere, non ha cambiato il cuore dei suoi discepoli.

L’altro paràclito, lo Spirito Santo, dal di dentro, formerà un cuore nuovo.

Un dono annunciato già dal profeta Ezechiele: Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne (Ez 11,19).

Renderà dunque i discepoli capaci di una nuova comprensione.

Ma se lo Spirito Santo è il nostro maestro interiore, colui che ci consola, colui che ci fa vivere l’amore del Padre, perché ci sentiamo tanto privi di questa consolazione e di conseguenza, scontenti e spesso anche cattivi con gli altri?

P. Raniero Cantalamessa, dà una bella risposta a questa domanda.

Egli ci ricorda che Paràclito indica, sì, colui che consola; ma significa anche, al passivo, colui che è chiamato in difesa, colui dal quale si cerca consolazione.

Evidentemente noi non ricorriamo abbastanza a questa fonte di consolazione.

Ricorriamo ad altre fonti.

Cerchiamo acqua in cisterne screpolate (le ricchezze, lo svago, i piaceri, le distrazioni, il successo, la carriera) e non alle sorgenti di acqua fresca.

Inoltre il salmo 137,6 ci ricorda che eccelso è il Signore e guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano.

Anche la Vergine Maria, nel canto del Magnificat ci ricorda che il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili.

cuore nuovoI superbi sono impermeabili alla sua tenerezza, si sentono autosufficienti, pertanto il Signore li guarda da lontano.

Così spesso anche noi siamo troppo poco umili e troppo poco bambini (non infantili!) per meritare la tenerezza di Dio.

Ecco il motivo per cui non sentiamo la consolazione di Dio.

Non avvertiamo il suo amore, perché non ne sentiamo il bisogno, crediamo di poter fare a meno di Dio.

Dio, da perfetto gentiluomo, si tiene da parte.

Ma Dio non consola alcuni uomini a preferenza di altri – fossero pure umili – se non perché essi divengano, a loro volta, consolatori dei fratelli.

San Paolo in una sua lettere, ci ricorda che: Dio ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui siamo stati consolati noi stessi da Dio” (2Cor 1,4).

Quindi anche noi siamo chiamati ad essere dei paràcliti per i nostri fratelli, gente che sa scorgere dove c’è un’afflizione da alleviare, una tristezza da confortare, una solitudine da rompere, una lacrima da asciugare.

Napoli, 15 maggio 2020