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La quiete dopo la tempesta
di Martino Ariano

 

 

Viviamo spesso momenti di tensione, di agitazione, molte volte inspiegabili con semplici parole.

Una sensazione, amica della angoscia, amante del nervosismo e sposa della tensione, il cui apice è intenso e critico, divenendo sfogo, pianto, grido, discussione, scontro, rottura, frattura, taglio, ferita.

Passate queste criticità ci ritroviamo, in maniera inaspettata ed improvvisa, in un momento di estasi, di rilassamento, di tranquillità, di quiete. La quiete dopo la tempesta.

Ovviamente modalità e tempistiche sono estremamente soggettive e circoscritte ad un dato momento o situazione. Ma non sto qui a dilungarmi in discorsi di natura psicologica/sociologica.

Anzi vi pongo un quesito: Avete mai provato a rappresentare questa tensione, questa sensazione? Avete mai ritrovato una corrispondenza nell’arte di tale esperienza? Ebbene si, ve ne mostro una!

Ricordando e ribadendo che l’arte nasce da questa necessità di esprimere un’emozione, un’esperienza, uno stato d’animo, un’idea o un concetto, ad essa non sfugge niente. Riesce a “fotografare” qualsiasi momento, anche quello di estrema tensione, restituendocelo in maniera perfetta.

È ciò che si può evincere osservando le opere presenti nellesposizione EKIS dell’artista scultore spagnolo José Pablo Arriaga, nella Galleria Blanca Soto Arte di Madrid.

Opere di raffinato candore, realizzate in pietra acrilica con eccellente maestria artigianale (l’artista discende da una famiglia di artigiani), si presentano all’osservatore, forti, massicce ma eleganti, manifestando tutte le sfumature con cui si può presentare la sensazione di tensione.

Osservando ogni singola opera, sembra che abbia vita propria, generandosi dal fondo bianco su cui è esposta e presentandosi da sola, ognuna con un proprio marcato carattere, senza nessun intervento concettuale da parte dell’artista o di noi divulgatori culturali.

Ovviamente, la genesi di ognuna di esse, come accade nella maggior parte delle manifestazioni artistiche, deriva da un’esperienza personale dell’artista. Infatti, ogni opera di Arriaga, pur presentandosi in maniera oggettiva, funge da diario emotivo ed esperienziale per l’artista.

Ma avviciniamo ad alcune opere (i cui titoli originali sono in lingua basca, essendo l’artista originario dei Paesi Baschi). Ne analizzerò 3 che, a mio parere, sono le più emblematiche per tale discorso.

[Per conoscere altre opere, si consulti il catalogo]

La prima è PARTXE (in spagnolo parche, in italiano toppa, cerotto).

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José Pablo Arriaga, PARTXE (parche), 2018, Pietra acrilica, 112 x 58 x 17 cm

 Già dal titolo si può intuire l’analogia al dato reale: quando ci tagliamo, ci feriamo, o dinanzi ad uno strappo, per istinto o per necessità, la prima cosa che si fa è cercare di tappare in tutti i modi la ferita, il taglio, lo strappo, prima di rimediare con una medicazione, un cerotto o una toppa più opportuna.

Ed ecco che l’opera, presentandosi in verticale e formata da varie fasce bianche disposte disordinatamente e ricoperte a loro volta da una più grande, si presenta elegante e delicata nonostante rappresenti un dato drammatico, come una ferita, un taglio, uno strappo.

La tensione la si riscontra soprattutto nella parte centrale, dove si manifesta una sorta di rigonfiamento, come se l’opera, la ferita, volesse esplodere e gridare il proprio dolore, ma ad attutire questa tensione, questo dramma, interviene un’enorme toppa che delicatamente si posa lungo tutta la ferita/taglio a mo di protezione, di rassicurazione, di cura.

Un’altra opera da un forte impatto è KANDELA (in spagnolo vela, in italiano candela).

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José Pablo Arriaga, KANDELA (vela), 2021, Pietra acrilica e legno, 95 x 79 x 25 cm

 Il titolo in italiano è Candela ed è, in effetti, un’elaborata e solo apparentemente semplice rappresentazione di una candela.

L’immagine di una candela è da sempre associata allo scorrere del tempo, alla vita che scorre, o in generale a qualcosa che si consuma inesorabilmente.

Osservando l’opera cruciforme, si presenta come un incrocio perpendicolare di due assi: uno orizzontale, rettilineo e sottile, in legno; e uno verticale, massiccio e bombato, in pietra acrilica. Quello orizzontale, in legno, si presenta in due stati opposti: a destra, consumato, bruciato, carbonizzato e nero, mentre a sinistra, dopo aver attraversato il pezzo compatto in pietra acrilica, sembra fuoriuscirne rigenerato, integro e bianco.

Ebbene, quest’opera rappresenta perfettamente uno dei momenti di tensione più difficili, pericolosi ed intensi che si possa vivere: una crisi esistenziale, una malattia, un dolore profondo, un fallimento, un trauma, un tradimento, che brucia e lascia una cicatrice. Ma ecco che subentra la speranza, la cura e la rinascita, rappresentate, nell’opera, dal massiccio pezzo bianco in pietra acrilica, che ferma la bruciatura, il trauma, concentrandosi su di essa con tutte le forze per rigenerarla, ripulirla e restituirla rinata.

Un’opera di una potenza drammatica che grida con forza, invita con determinazione alla speranza e invoca all’accettazione della cura.

Ultima opera selezionata è HUSTU (in spagnolo vaciar, in italiano svuotare).

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José Pablo Arriaga, HUSTU (vaciar), 2022, Pietra acrilica, 186 x 46 x 40 cm

 Quest’opera rappresenta in maniera magistrale l’effetto procurato da un’estrema tensione apportata da un agente esterno nella nostra vita.

In particolar modo, essa nasce in concomitanza con lo scoppio della guerra in Ucraina. Infatti, si sa che la guerra è uno degli agenti esterni più estremi e crudeli che possano piombare sulla vita delle persone, procurando una scossa e poi una faglia profonda, che ferisce brutalmente, stradica, stritola, soffoca e distrugge vite, popoli, culture.

Il riferimento figurativo è quello di un cavo elettrico che, privato da un taglio o una pressione della sua guarnizione esterna, presenta i fili scoperti.

Nell’osservare l’opera, infatti, si vedono dei filamenti originarsi dal suolo, una sorta di radici, che ad un certo punto vengono imprigionati in una stretta violenta. Quest’ultima sembra lottare con essi, con l’intenzione di volerli distruggere. Ma alla fine, essi sembrano liberarsi, seppur spossati dalla resistenza e dalla lotta.

Ebbene, è esattamente la rappresentazione della tensione che si crea quando qualcosa o qualcuno afferra, stringe, stritola e cerca di sradicare ed annientare le nostre radici o noi stessi.

Anche in quest’ultima opera, seppur rappresentante un’estrema esperienza di tensione, affine più ad un annientamento, l’artista alimenta un messaggio di speranza, di rinascita.

Arriaga con la sua opera, apparentemente anonima e silente, grida un forte messaggio di speranza e di resistenza dinanzi ad un qualsiasi dramma o tensione.

L’arte può essere in maniera diretta per l’artista valvola di salvataggio, di sfogo, ma lo può essere altrettanto per l’osservatore, seppur in maniera indiretta.

L’arte può essere una cura.
L’arte cura l’anima.

 Madrid, 27 maggio 2022