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La Pedagogia della Crisi
di Luigi Antonio Gambuti

Se una cosa si è realizzata in questi ultimi anni, dalla crisi globale del 2008 ad oggi, è stato il processo di socializzazione della politica,inverato in una temperie culturale che si è sempre nutrita di piccole incursioni nel campo delle rappresentazioni,in occasione delle competizioni elettorali o nella estenuante pecoreccia vicenda berlusconiana,là dove si è toccato il fondo di ogni dignità.
In effetti, specialmente dalla caduta dell’ultimo governo Berlusconi e con l’avvento dei tecnici del governo Monti, la politica e tutto ciò che la sostanzia-economia, rapporti istituzionali, rappresentanza e individuazione-soluzione dei problemi-si è fatta più vicina agli interessi della gente, prioritariamente perché ha messo-o, è stata costretta a farlo-in piazza i suoi intrecci con la realtà viva del paese, con i suoi inganni, spesso con le sue frustrazioni.
O con le sue miserie,per incapacità o malcostume dei suoi protagonisti.
Si è scoperto il vaso di Pandora e le figure elitarie,i cosiddetti quadri dirigenti, quasi sempre “onorevoli” di diverse carature, sono apparse deboli, disvelate nelle loro criticità e quanto mai fallibili nelle loro traiettorie esistenziali.
Dal bunga bunga in poi,ancor più che dalla stagione di tangentopoli che decretò la fine della prima repubblica,niente è stato più come prima.
Si sono volgarizzati ruoli e personaggi, desacralizzati funzioni e cadreghini, reso popolare ciò che prima era tenuto separato dalla percezione comune,come cosa riservata alla casta, lontana dalla realtà viva del paese.
Sono, di conseguenza,venute fuori le fragilità di personaggi caricati di responsabilità maldestramente affidate; sono emerse figure prive dei necessari requisiti per governare, ancor più le piccole realtà di periferia;sono emersi vizi (tanti) e virtù(poche) di una categoria che per decenni si era trincerata nel suo status autoreferenziale, autodiretto e autogarantito.
Diremmo che si è denudato il re e sono venuti alla luce fatti e misfatti della sua roboante “sovranità”.
E noi si è stati, pur colpevoli per scelte elettorali poco avvedute, testimoni sempre più incazzati,poco sbalorditi in verità,dello sfascio che questi personaggi hanno prodotto nella realtà del paese.
Testimoni finalmente indotti a valutare, non solo a subire ed accettare;indotti a domandare,messi alla pari, ai rappresentanti dei loro interessi collettivi, nel dibattito che si fa sempre più aperto,proiettato com’è verso i confini extraeuropei.Finalmente, si ripete, perché non se può più.
Da Monti a Letta e ora con Renzi, si è stati obbligati a rendersi conto delle difficoltà determinate dalla crisi economica globale, a pagare le conseguenze degli errori e delle scelte ricadenti sulla responsabilità dei politici nostrani;si è stati chiamati a sacrifici insopportabili,talvolta inspiegabili,per far fronte ai fallimenti di una classe politica e di una struttura dirigenziale che non ha saputo o non ha voluto operare per il bene comune,arroccata a mantenere i suoi privilegi di casta,lontana e distante dai veri problemi della gente.
Siamo stati costretti, nostro malgrado, a imparare elementi di economia e di finanza; a fare i conti con lo spread e il job act; con la spending rewiew e il patto di stabilità, tanto per dirne alcuni; a coscientizzare manovre e provvedimenti e a seguire situazioni una volta materia di esperti di settore.
E nel denudare il re, abbiamo imparato,nostro malgrado,delle ruberie di stato,del malcostume diffuso come colonna sonora dei comportamenti osceni e illeciti dei nostri rappresentanti delle istituzioni;dei malfattori che lucrano sulle miserie di tutti;degli sciacalli e dei venditori di fumo;dei traditori e degli incapaci che hanno ridotto lo stato di diritto ad un cortile immondo dove godere dei propri ingiusti privilegi.
Non ci facciamo tentare, ancora una volta,dall’elencare le solite sconcezze da addebitare ai nostri eletti.
Delle pene barzellette o delle chiavi reali poco ci importa, perché ne abbiamo pieno il carniere e ogni giorno che passa, esso diventa sempre più pesante.
Ci importa una cosa, solamente una cosa.
Che si faccia tesoro di quanto la scuola berlusconiana prima e le spesso maldestre operazioni dopo ci hanno insegnato.
Si guardi al Renzi, che corre come un treno; si ascolti Grillo con le sue invettive e le sue proposizioni; si valuti quanto sta accadendo nel cortile ormai sfasciato del centrodestra cosiddetto moderato,là dove sta succedendo la diaspora per li rami pur di restare in gioco;ci si guardi attorno e ci si fermi ad osservare ,riflettere e valutare.
Non basta più ascoltare e operare in forza di quanto si è ascoltato.
Sforzandoci di capire, potremmo metter in campo operazioni di contrasto con quanto non conviene; ci porremmo tra coloro che ambiscono a cambiare verso,non solo per l’Italia, quand’anche per l’Europa;potremmo riappropriarci del diritto di scelta del nostro avvenire,se ben esercitato nella libertà e nella convinzione di fare la scelta migliore.
Nell’imminente campagna elettorale poniamoci da protagonisti nello scegliere a chi affidare i nostri destini, come cittadini italiani ed europei.
Ne va di mezzo l’avvenire dei figli e nel lungo termine,quello dei nipoti.
Cosa fare,prima del voto?
Ripassare la lezione alla luce delle esperienze maturate in questi ultimi anni.
Riportare alla memoria i fatti e i misfatti di una casta delegittimata dalla storia; ripassare le biografie dei personaggi che hanno segnato in negativo il corso degli ultimi anni, portandoci al ludibrio della gente e alla fame più nera che sia mai esistita.
Dopo questi esercizi, prepariamoci al voto.
Se qualcosa avremo imparato dalle vicende sin qui narrate, non avremo dubbi nello scegliere.
Se no, avremo perso del tempo e non avremo tratto vantaggio dalla presa di coscienza del nostro tasso di libertà nell’esercitare uno dei diritti fondamentali del cittadino di uno stato democratico.
Diversamente, saremo rimasti, ancora una volta, a far parte del cosiddetto popolo bue, intruppati nel recinto, nella piena disponibilità dei bovari di turno.

Napoli, 27 aprile 2014