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Il perdono del Padre è garantito sempre ed è illimitato.

di frate valentino Parente

 

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XXIV domenica del tempo ordinario. Anno A. 13 settembre 2020

visualizza Sir 27,33-28,9
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Domenica scorsa la parola di Dio ci ha fatto riflettere sulla necessità di correggere il fratello che sbaglia, oggi ci propone una bella riflessione sulla necessità di perdonare.

Un tema ampiamente conosciuto dagli ebrei, come ci conferma la prima lettura che raccoglie una serie di riflessioni sapienziali contro il rancore e l’ira:

Rancore e odio sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore. (…) Perdona l’offesa al tuo prossimo e, per la tua preghiera ti saranno perdonati i peccati (…) Un uomo che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?”.

A24wQuesta convinzione morale, che aveva permesso il superamento della legge del taglione (“occhio per occhio, dente per denteLev. 24,19-20), era pienamente condivisa nel mondo antico degli ebrei.

A maggior ragione, il grande dono di grazia, il condono, offerto da Gesù, abilita il cristiano a vivere in modo straordinario, perché non vive con le proprie forze ma con la grazia di Dio.

Il criterio non è più: “Quello che l’altro ha fatto a te, tu fallo a lui”; ma è: “Quello che Dio ha fatto a te, tu fallo all’altro”.

Coltivare rancore nell’intimo, conservare l’offesa, non riuscire a perdonare, è una realtà che ci fa solo del male, ci appesantisce il cuore.

Abbiamo quindi bisogno di guarigione.

Abbiamo bisogno del Signore che ci purifichi il cuore.

Per tutte le volte che non abbiamo perdonato, per tutto l’amaro che abbiamo conservato dentro. Abbiamo bisogno, anzitutto noi, di chiedere al Signore perdono, che ci alleggerisca il cuore, che ci liberi da tutto il male che ci portiamo dentro.

La pagina del vangelo di questa domenica, XXIV del tempo ordinario, ci parla dunque del perdono.

Essa è la continuazione del vangelo di domenica scorsa, in cui Gesù chiedeva di correggere il fratello che sbaglia.

Davanti a questa esigenza, Pietro, uomo pratico, vuole una regola precisa, un limite oltre il quale possa sentirsi esentato dal concedere il perdono.

Pertanto chiede a Gesù: “Signore, se mio fratello commette una colpa contro di me, quante volte dovrò perdonare?”.

E dimostrando di avere capito l’invito di Gesù ad amare, spinge la sua generosità ben oltre i limiti che imponeva la legge ebraica: “fino a sette volte?” (difatti la legislazione rabbinica imponeva il dovere del perdono massimo fino alla terza volta).

La risposta di Gesù è lapidaria, senza possibilità di appello: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.cuore

Espressione che significa: sempre, all’infinito! Senza se e senza ma

Poi racconta la storia di un re, il quale ha un servo che gli deve una somma enorme: diecimila talenti.

Il servo, pur sapendo di non riuscire mai a saldare il debito, chiede una dilazione.

Allora il re “ebbe compassione di quel servo e gli condonò tutto il debito”.

Quello stesso servo, uscendo, incontra un servo come lui che gli deve cento denari.

Anche lui, con le stesse parole, chiede che gli venga dilazionato il debito, ma il collega, perdonato dal padrone, non vuole perdonare; lo fa mettere in prigione affinché non avesse pagato tutto il debito.

La cosa viene riferita al re, il quale revoca il condono.

Convoca il servo e gli rinfaccia il suo comportamento: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”.

Ecco rivelato il fondamento di perdono: perdonare perché siamo stati perdonati.

Anzitutto, per capire meglio l’enormità del debito condonato, dobbiamo considerare che un talento era l’equivalente di sessanta mine e ogni mina equivaleva a 600 gr di argento; quindi ogni talento aveva un valore di 36 kg di argento; moltiplicato per 10.000, si ha idea di quanto fosse enorme il debito del servo verso il suo padrone.

Nel secondo caso, un denaro era il prezzo di una giornata di lavoro, quindi sono cento giornate di lavoro, grosso modo, lo stipendio di tre mesi; una cifra che si riesce a pagare tranquillamente.

Consideriamo inoltre la valenza di un gesto che acquista valore diverso a seconda del destinatario.

art-2092445_960_720Per esempio, se un ragazzo fa un’offesa ad un amico, certo è da biasimare, ma se la stessa offesa viene rivolta ad un genitore, l’offesa è considerata più grave; se poi, la stessa offesa viene rivolta ad una persona importante, quale può essere ad esempio un capo di Stato, si potrebbe addirittura ipotizzare il caso di lesa maestà

Ciò significa che quanto più “in alto” è il destinatario dell’offesa, tanto più grave essa è considerata.

Se ora consideriamo le offese che arrechiamo a Dio, anche le più piccole, sono considerate enormi perché il destinatario è appunto… Dio stesso!

La parabola sottolinea fortemente la sproporzione oggettiva tra i due debiti.

Il contrasto è in riferimento alla somma che il secondo servo deve al primo: cento denari, niente a confronto dei 10.000 talenti che il primo ha avuto condonati, eppure il primo servo non vuole sentire ragioni e agisce… con giustizia.

Sembra strano, eppure dalla parabola si deduce che il primo nemico del perdono è la giustizia. Il servo perdonato tratta il suo simile con giustizia, anche se alla fine lo strangola.

Si può essere perfetti osservanti della legge ma al contempo malvagi.

Esiste una giustizia che corrisponde alla legalità, ma vi è anche una giustizia che oltrepassa la legge e questa si chiama perdono, il quale non dà a ciascuno ciò che merita, ma dona ciò che l’altro necessita.

Dio è giusto, non perché ci dà ciò che meritiamo, ma ci dona ciò di cui abbiamo bisogno.

Per trasformare il mondo non sono sufficienti diritto e giustizia, occorre vivere ‘da Dio’, cioè usando misericordia!

Attraverso il racconto della parabola, il Signore ci parla della grandezza e necessità del perdono: esso non è l’eroico sforzo del discepolo, ma la conseguenza di chi prende coscienza di 21a754a08d7a4f5816e8666e74cf957cquanto perdono, lui per primo, ha ricevuto dal Signore…

Perciò siamo chiamati a perdonare non perché siamo più buoni, ma perché siamo stati perdonati. Non perdono per dimostrare di essere più bravo, ma perché io ne ho bisogno, perché il rancore fa male a me, prima che a te!

Perché ho bisogno di abbandonare la rabbia che avvelena la mia vita… Il perdono guarisce soprattutto chi lo esercita, non tanto colui a cui viene destinato.

Con le nostre sole forze ci è difficile, se non impossibile, a volte, superare la offese e perdonare chi ci ha trattato male.

Ma essendo stati noi perdonati dal Signore, abbiamo ricevuto quella misericordia che ci rende capaci di purificare il cuore.

Anche perché il perdono di Dio è gratuito: non si merita e non si conquista. È un dono.

Quindi non è la mia capacità umana, che perdona, che concede misericordia, ma è la grazia che mi è stata data; attraverso di me viene concessa agli altri.

Un po’ di anni addietro, un confratello diceva: il perdono deve essere come il panettone di Natale: non viene mai consumato nella prima casa in cui entra, ma spesso, passa di casa in casa… Così il perdono: deve passare da cuore a cuore…

Inoltre, se consideriamo la parola perdono, essa è formata da per e dono, quasi a dire che è un dono per… è un dono per il fratello!

Quel dono che io ho ricevuto, non è solo mio, ma ne deve poter gioire anche il fratello; il perdono è un dono-per l’altro.

Nola, 12 settembre 2020

 

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