mar 18 DICEMBRE 2018 ore 22.15
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Il lavoro che vorrei: relazionale, collettivo e partecipativo

di Martina Tafuro

“Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso. Svolgono un’attività pratica, ma il loro lavoro non è semplicemente un mezzo per raggiungere un fine di un altro ordine. Se lavorasse più in fretta, il falegname potrebbe vendere più mobili; la tecnica del laboratorio potrebbe cavarsela demandando il problema al suo capo; il direttore d’orchestra sarebbe forse invitato più spesso dalle orchestre stabili se tenesse d’occhio l’orologio. Nella vita ce la si può cavare benissimo senza dedizione. L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno”.                                                                                           Richard Sennett: L’uomo artigiano

 “E basta! Le cose vanno sempre peggio, è stato oltrepassato ogni limite. Non se ne può più!”. Seguiamo tutte le piste possibili, come uno sciame inquieto vaghiamo nel buio della quotidianità alla continua ricerca di successo e visibilità, siamo come schegge impazzite.

Essere elastici, vivere l’instabilità o essere iperveloci, pensate siano davvero gli elementi fondanti del successo?

Consideriamo il concetto di lavoro, i vetero capitalisti consumati predatori di sciami consumisti, ci appioppano l’idea che la produzione massificata e standardizzata è il rimedio universale capace di sanare tutte le storture sociali. Affermano, con la loro distintiva spocchia, che la conoscenza astratta debba essere disgiunta dai saperi del fare. E finitela!

Nel 2008, siamo all’inizio della crisi economica, Richard Sennett, sociologo americano che si è occupato dei temi della teoria della socialità e del lavoro, dei legami sociali nei contesti urbani, degli effetti sull’individuo della convivenza nel mondo moderno urbanizzato, pubblicava “L’uomo artigiano”.

Lo studioso, con questa pubblicazione, affermava che il lavoro deve essere mezzo e strumento per favorire la nascita di quella forza vitale capace di partorire intensità emotiva del far bene, tale da produrre relazionalità sociale e favorire un cammino di cittadinanza solidale.

Insomma, attraverso Sennet, voglio sottolineare che svolgendo bene un lavoro, si mette in moto quella logica vitale non orientata a trattenere l’accumulo parassitario di capitale, bensì a offrire quel valore aggiunto utile per far rifiorire la cittadinanza solidaristica.

Con il mio lavoro quotidiano di studiosa universitaria voglio, bramo, desidero e vivo il limite non come elemento passivo, ma come l’opportunità che mi viene offerta, dal grande gioco della vita, di essere testimonianza tangibile e non smentibile che solo facendo bene, appunto come un artigiano, combatto e lotto, a muso duro, per un mondo migliore.

I soliti blablaisti da quattro soldi mi ripetono in modo ossessivo: “Attenta Martina le risorse del pianeta sono limitate e destinate irrimediabilmente ad esaurirsi, se non sposi uno stile di vita basato sulla frugalità”.

La stessa cosa si riflette a proposito di come conduco l’esistenza nel dipanarsi della quotidianità dove, è più evidente la competitività sociale nella quale, mio malgrado, mi trovo a combattere, è qui che sono ossessionata dal petulante messaggio che mi invita ad agire in modo economico…a massimizzare i miei sforzi.

E’ questo il tempo in cui, per qualità e quantità, il lavoro è sottoposto a forti pressioni e allora non sarebbe il caso di imparare dagli artigiani?

E’ questa l’archetipo della categoria lavorativa, fatta di persone orgogliose, pazienti e capace di concentrarsi su problemi concreti. Sono sicura che, così facendo, verrebbe fuori una società e soprattutto delle istituzioni capaci di evolvere, di affrontare i problemi e le limitazioni della crisi globale, di ricercare vitalità, qualità sociale ed un diverso senso del tempo.

Artigiani non sono unicamente i membri delle corporazioni medievali, che avevano creato un peculiare sistema, di formazione e apprendimento dei giovani, strutturato e ritualizzato che diventavano maestri dopo svariati anni di apprendistato.

Non sono una malinconica pauperista, ma voglio parlare di cose più sostanziose. In questa società dell’impazzimento convulsivo della comunicazione e dei servizi, c’è bisogno di un forte scatto collettivo.

È possibile essere eminenti costruttori di manufatti, nelle disseminate realtà sociali contemporanee, così come nelle antiche botteghe? Sennett usa il termine organico per descrivere quel senso di riapertura alla vocazione professionale in tutti i luoghi produttivi.

Per troppo tempo il capitale ha appoggiato le forze che hanno ridotto il ruolo vitale e vivificante del lavoro, arrivando infine a dichiarare che la felicità risiede nel non lavoro sociale.

Vi invito a riprogettare, con me, una società bonificata dalla menzogna dove si illudono le masse il  bisogno di arricchirsi è facile da raggiungere e appagante, perché solo così potrò essere sicura e protetta.

Sicura e protetta, a mio giudizio, è svolgere e portare a compimento le attuali attività anche con l’uso di questa supertecnologia diffusa capillarmente, ma usata con talento artigianale, perché deve trionfare la capacità della relazionalità e della conoscenza teorica in abbinamento con la praticità, insomma mettere in contatto la testa con le mani.

Una regola di vita semplice e cioè, saper fare bene le cose per il proprio piacere, perché chi sa governare se stesso non solo saprà costruire un meraviglioso violino, ma sarà anche un cittadino giusto.

Non mi sento parte di una squadra, di un gruppo indifferente e anonimo, sempre a chiedersi come, insensibile al perché, strada che mi condurrebbe di filato alla banalizzazione e a trasformarmi in ingranaggio.

È la dimensione partecipativa che mi interessa, i cittadini attivi governano se stessi direttamente, anche se non a ogni livello e a ogni occasione. Tutti voi, fino ad ora siete vissuti nell’epoca dell’energia a basso costo. La partecipazione degli individui, nelle discussioni sul come costruire la comunità che volevano, non era stata ritenuta necessaria. Gli esperti erano lì per decidere, i consumatori per consumare. Ma nella nuova era della transizione energetica, ci sarà bisogno di nuovo dei cittadini, del loro sapere, della loro partecipazione. Sono pronta!

Ma allora, perché ho scritto queste cose? Perché voglio fare un esempio di artigiani del tempo presente: gli artifex che lavorano alla Voce del Quartiere.

Buon Primo Maggio a tutti voi, amati lettori!

Napoli, 1 maggio 2018