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Il filantrocapitalismo salverà la Mama Pacha dall’ingiustizia?
di Martina Tafuro

 

 

 Il filantrocapitalismo olia le ruote delle imprese.
Gli emarginati della Terra non vogliono carità,
vogliono giustizia”
.

Nicoletta Dentico

 

ted turner1997: Ted Turner, fondatore della CNN, dona un miliardo di dollari alle Nazioni Unite. 

1998: Ted Turner, dona 360 milioni di dollari all’ONU per il programma: “Salute di donne e bambini”.

2000: Bill e Melinda, attraverso la fondazione“Bill e Melinda Gates Foundation”, con uno stanziamento di 6,2 miliardi di dollari, danno vita al programma: “Salute globale”.

2001: Bill Gates, durante il G8 di Genova, lancia il “Fondo Globale per la lotta all’aids, alla tubercolosi e alla malaria”.

2015 Bill Gates: “Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi”.

2020: nella corsa al vaccino anti-Covid spicca la Bill & Melinda Gates Foundation.

Solo un caso? Non proprio.

Secondo Nicoletta Dentico, questi sono solo, alcuni esempi, dello svuotamento operato da privati, delle più alte istanze internazionali pubbliche.

L’autrice in: “Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo”, mostra come le visioni cosiddette umanitarie delle fondazioni dei super ricconi, da Jeff Bezos a Bill Clinton e 6d584e03-57ab-49ba-861b-ae0f446124eaMark Zuckerberg, sono potenti strumenti di controllo planetario.

A colpi di donazioni i filantrocapitalisti si assicurano che il turbocapitalismo non venga messo in discussione, con ovvi benefici per i loro bilanci.

Primo obiettivo, la salute: “Bill Gates ha puntato a comprarsi un’intera agenzia Onu, l’Oms. La cosa gli sta riuscendo; è grave che la comunità internazionale glielo permetta”.

Altro esempio è l’agricoltura: la Rivoluzione verde in Africa funge da battistrada agli Ogm.

In fondo in fondo, molto in fondo una mano lava l’altra. 

La ricchezza delle aziende permette la filantropia, la filantropia apre nuovi mercati alle aziende. Il filantrocapitalista non ci perde mai. La democrazia, sì.

Vandana Shiva che ha curato di:”Ricchi e buoni?…” la prefazione scrive: “Questo libro sarà una bussola importante per difendere le nostre libertà dalla ricolonizzazione del filantrocapitalismo”

È inutile girarci intorno, la filantropia sta modificando la concezione di come gestire la cosa pubblica.

Possiamo definire il filantrocapitalismo come quella pratica posta in essere dagli “individui con un patrimonio netto estremamente elevato” (ultra high net worth individuals) che si alleano (o fanno comunella?) per devolvere enormi somme di denaro al fine di rendere la filantropia più efficiente in termini di costi e oltremodo remunerativa economicamente.
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FOCUS

csm_Philantropic_Power_01_45c548709fUno studio del 2016 pubblicato dall’osservatorio internazionale Global Policy Forum, dal titolo: “Philanthropic Power and Development. Who shapes the agenda?”, ha sostenuto che influenti fondazioni filantropiche stiano indebolendo i governi e dettando l’agenda di organismi internazionali come le Nazioni Unite. Le 27 maggiori fondazioni possiedono un patrimonio di oltre 360 miliardi di dollari, osserva lo studio firmato da Jens Martens e Karolin Seitz. Diciannove di esse hanno sede negli Stati Uniti e stanno espandendo la loro influenza sul sud del mondo in ogni settore, minando la democrazia e la sovranità locale. In particolare, la loro spesa per lo sviluppo globale si sta impennando, dai 3 miliardi all’anno di più di un decennio fa ai 10 miliardi di oggi. Al primo posto sta la Fondazione Bill e Melinda Gates, con 2,6 miliardi nel 2012, che è anche il maggiore finanziatore non statale della Organizzazione Mondiale della Sanità. Molte fra le persone più ricche del pianeta si stanno tuffando nella mischia, con 137 miliardari di 14 paesi che l’anno scorso hanno stanziato grandi somme per la filantropia. “Se questi e altri ultra ricchi mantengono i loro impegni, molti miliardi di dollari saranno messi a disposizione per fini filantropici”, osservano gli autori. “Si deve notare, tuttavia, che l’aumento delle donazioni è solo l’altra faccia della medaglia del crescente divario tra ricchi e poveri”. I rischi del “filantrocapitalismo” sono molteplici, sostengono i ricercatori e comprendono la “frammentazione e l’indebolimento della governance globale”, “l’instabilità finanziaria” e la “mancanza di meccanismi di monitoraggio e di responsabilizzazione.” “Che impatto ha inquadrare i problemi e definire soluzioni di sviluppo utilizzando per le attività filantropiche la logica di profitto tipica degli enti a scopo di lucro, ad esempio applicando nei settori della sanità e dell’agricoltura la gestione basata sui risultati o l’enfasi su soluzioni tecnologiche di successo a breve termine?” si chiede il rapporto. La Via Campesina, movimento contadino mondiale, ha da sempre denunciato le grandi fondazioni per il loro ruolo internazionale nell’esportare giganteschi modelli agricoli, nel privatizzare le politiche alimentari e nell’espandere il potere di aziende legate alla produzione di OGM.
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La stessa Agenda dello Sviluppo 2030 chiama in causa gli attori privati, spingendoli ad essere protagonisti del cambiamento.

Nella cultura religiosa protestante l’imprenditore di successo sta fra i salvati, secondo l’interpretazione del calvinismo di Max Weber.

Sullo stesso filone analitico si arriva ad accettare il discorso che, la filantropia è la reinterpretazione della solidarietà.

È il cavallo di Troia per poter poi gestire in modo manageriale e di mercato, la ristrutturazione del capitalismo in chiave green e sostenibile.

Già Daniel Bell[1], sociologo americano, nella sua critica alla cultura del capitalismo, aveva evidenziato la contrapposizione fra il profitto personale e le scelte orientate al bene comune.Business_sustainabilityBasti solo citare Le contraddizioni del capitalismo, pubblicato nel 1972, nel quale analizzava la dicotomia tra felicità personale e realizzazione professionale, fattori entrambi teorizzati dai capitalisti.

Il filantrocapitalismo amplifica capacità imprenditoriali, impegno finanziario e impact-oriented verso le attività di beneficienza e al tempo stesso implementa e fagocita le politiche governative.

Ci dobbiamo fidare dei filantrocapitalisti?.

Ci salveranno dall’ingiustizia?

Nola, 25 ottobre 2020

 

 

 

 



[1] Bell, è stato un anticipatore di alcune fondamentali sequenze storiche che hanno segnato l’ultimo quarantennio: previde, infatti, la fine delle ideologie e l’avvento della società post-industriale. Le due opere più famose di Bell – The end of ideology (1960) e The coming of post industrial society (1973) – hanno condizionato in modo indelebile il pensiero contemporaneo perché hanno costruito la nuova immagine del mondo, fornendo la spiegazione della sua radicale trasformazione. Il concetto di società post-industriale deve essere senz’altro fatto risalire a Bell, anche se qualche anno prima era stato il francese Alain Touraine a coniarne il termine. In sostanza la società post-industriale si caratterizza per concentrare sforzi, capitali e forza lavoro nella produzione di servizi immateriali anziché di beni tradizionali. Nasce in tal modo l’economia dell’informazione, la quale non soppianta ma integra quella tradizionale, tanto come la società industriale aveva precedentemente integrato e trasformato il mondo agricolo. Per capire la forza della previsione di Bell, circa l’avvento dell’economia dell’informazione, è sufficiente riportare questa impressionante raffigurazione della realtà, così come egli la formulò nel 1973: «Vedremo probabilmente un sistema nazionale di servizi basati su computer e informazione, con decine di migliaia di terminali nelle case e negli uffici agganciati a giganti computer centrali che forniranno servizi di archivio e d’informazione, permetteranno di ordinare e pagare a livello retail, e così via».

La nuova società dell’informazione fondata sul sapere tecnico-scientifico – vera fonte della ricchezza e dell’impegno produttivo – vede la supremazia dei lavoratori dell’intelletto su quella dei lavoratori manuali e la preminenza della classe dei professionisti e dei tecnici come espansione ineludibile del fenomeno professionale. Finisce, in tal modo, la centralità della classe operaia e dunque il soggetto sociale teorizzato dal marxismo.