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Il circuito della reciprocità pone ogni singolo individuo al centro della scena. Uno vale uno!

di Martina Tafuro

Alle aride logiche di mercato,
contrapponiamo una logica di distribuzione di beni
che si basa sullo scambio fondato sull’aspettativa
di ricevere altri beni in modi stabiliti.

Lo smartphone si illumina, vibra, è il segnale che aspettavo: “Martina qualcuno ti sta pensando”. Parte una raffica di messaggi su whatsapp… come è funzionante questo mondo… posso starmene tranquilla senza neppure il bisogno di alzarmi dal mio comodo divano, davanti alla televisione e al camino e avere tutto ciò di cui ho bisogno a portata di mano.

Il progresso onnivoro, mi fa sentire importante, potente! Soprafatta dall’entusiasmo, ho bisogno di parlare con qualcuno per condividere, questa mia infinita soddisfazione.

Sull’onda del mio stare bene, rifletto sul fatto che la voce della natura è la prima rivelazione divina. Nel corso del tempo l’homo scemens ha perso la capacità di udire e allora Dio, per pietà, gli ha dato una seconda possibilità: la Bibbia.

Quando Francisco Pizarro nel 1532 giunse a Cajamarca, con un tranello imprigionò il capo inca Atahualpa, ordinò al frate domenicano Vicente Valverde attraverso il suo interprete Felipillo di leggergli un’ordinanza, in latino, nella quale lo si invitava a lasciarsi battezzare e sottomettersi ai sovrani spagnoli, secondo le disposizioni del Papa.

In caso di rifiuto poteva toccargli di essere schiavizzato per disobbedienza. Il vecchio capo Inca chiese da dove venisse questa autorità. Valverde, allora, gli diede in dono una copia della Bibbia.

Atahualpa la prese, la avvicinò all’orecchio e come se non avesse sentito niente la gettò a terra. Fu il segnale che scatenò Pizarro, il nobile e cristiano condottiero massacrò tutta la guardia reale e imprigionò il sovrano Inca.

L’ascolto era tutto per Atahualpa e il libro della Bibbia non gli disse niente.

La storia di Atahualpa mi offre lo spunto per parlare di un tema desueto nella nostra società narcocapitalista: il dono.

Dono non inteso come regalo, ma come riconoscimento dell’altro in una relazione di reciprocità e di ricerca dell’uguaglianza.

Il dono in questa mia narrazione ha origine dalla parola latina munus. L’aggettivo derivato è communis e indica chi condivide dei munia, cioè dei doni da scambiarsi.

Communis significa quindi: essere legati insieme, collegati dall’avere comuni doveri, dal condividere comuni sorti cioè il dono che obbliga a uno scambio, è quindi la comunità.

Il continuo scambiarsi crea un sistema di compensazione, che quando gioca all’interno di uno stesso ambiente determina una comunità, cioè un insieme di uomini uniti da questo legame di reciprocità. Quindi la categoria fondativa del circuito del dono non è la gratuità, ma la reciprocità.

Nelle dotte azioni dei professori, che ci curano per uscire dalla crisi economica, non è compreso il messaggio che la reciprocità del dono è una caratteristica dello scambio economico, è il simbolo laico dell’equità dei rapporti tra simili nelle società contemporanee.

Anzi, essendo tecnici, ci dicono che il prodotto, sia esso economico o sociale assume sempre più il volto ambiguo di un dono che la società dei consumi fa all’individuo, in cambio dei suoi servigi.

Il circuito della reciprocità, di contro,  pone ogni individuo al centro della scena, è la forza dell’uno vale uno, poiché nelle relazioni che si dipanano nel nostro agire quotidiano la coerenza e l’onestà sono entità vive che elargiscono doni, pretendendo che ci si assuma verso di loro certe responsabilità.

Uno vale uno vuol dire che non ha importanza chi viene candidato o eletto se quella persona fa parte di un gruppo, della comunità, del movimento, perché l’elezione non è l’obiettivo ma un mezzo.

L’individualismo, il personalismo, l’egoismo esasperato, producono solo cattive relazioni e ci si ritrova davanti al dilemma: battersi, oppure venire a patti.

Qui entra in gioco la redistribuzione. Nella relazione di reciprocità c’è l’accettazione del rischio, che si può dare e non ricevere quando si chiede. Ma è un rischio che si può annullare solo con la fiducia nell’altro.

Alle aride logiche di mercato, contrapponiamo una logica di distribuzione di beni che si basa sullo scambio fondato sull’aspettativa di ricevere altri beni in modi stabiliti.

Mi rendo conto che parlare di dono oggi suona come qualcosa di anacronistico. Nella società della rapacità consumista l’homo consumens si è autoproclamato sovrano e quindi può comprare tutto, compresi i suoi sogni e i suoi desideri.

Il suo immaginario, per dirla con Serge Latouche, è stato colonizzato. Il dono ha un ruolo marginale nella sua vita. I regali, nelle società ricche trovano posto in occasioni ben precise: il compleanno, Natale, un matrimonio, e cosi via.

Ma il valore del dono va al di là di quello che comunemente la gente pensa. Ha una funzione sociale importantissima che è quella di creare legami.

Siamo figli della cultura di origine greca, che si fonda sul vedere, infatti la categoria principale di tale sistema di conoscenza è l’idea (eidos in greco) che significa visione.

La tele-visione è la sua espressione maggiore.

Siamo in grado di vedere le galassie più distanti, nelle profondità dell’universo. Abbiamo scoperto la particella di Dio, particella elementare e custode del mistero intimo della vita.

Guardare, guardare e guardare è tutto per noi.

Non consideriamo per niente che ogni essere possiede valore sostanziale separato dall’uso razionale che ne fanno gli umani e che è portatore di diritti di esistere all’interno dello stesso habitat comune, il pianeta Terra.

Questa sconsiderata idea/visione, ha aperto il cammino alla mentalità che la natura poteva essere trattata come un puro oggetto da sfruttare…buchiamo pure tutto il territorio fino all’esaurimento!

Vediamo gli alberi ma non percepiamo il giardino.

Afferriamo le cose fuori dall’insieme delle relazioni, la parola è solo nostra. Abbiamo costruito il nostro linguaggio, sul formalismo e sulla freddezza.

In questo percorso malato, abbiamo sistematizzato le nostre filosofie, teologie, dottrine, scienze e dogmi.

Ecco qual è la vostra disposizione a sentire il mondo, con il vostro arrogante universalismo!

Napoli, 26 marzo 2019