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Empowerment Generation, la sostenibilità climatica si illumina grazie alle donne e alle loro battaglie contro le disuguaglianze di genere.

di Martina Tafuro

L’ONU, con l’attivazione di Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, ha ulteriormente investito in modo significativo in azioni tese a superare il divario di genere, consolidando le istituzioni a supporto della parità di genere e l’empowerment delle donne. Agenda 2030 è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Il programma ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, Sustainable Development Goals (SDGs), in un grande programma d’azione per un totale di 169 target o traguardi.

L’avvio ufficiale degli Obiettivi ha coinciso con l’inizio del 2016, guidando il mondo sulla strada da percorrere nell’arco dei successivi 15 anni: i Paesi, infatti, si sono impegnati a raggiungerli entro il 2030. Nel 2016, l’Alleanza globale per il genere e il clima (GGCA), ha pubblicato il documento: “Genere e cambiamenti climatici: uno sguardo più attento all’evidenza”, con dati concreti sulla relazione tra genere e cambiamenti climatici, tale documento è stato strumento per la formulazione di politiche pubbliche e supporto teorico per progetti che si avvicinano al tema.

Precedentemente, nel 2005, l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) e l’Organizzazione per l’ambiente e lo sviluppo delle donne (WEDO) aveva deciso che era necessaria una strategia globale coordinata sulla questione della parità di genere e dei cambiamenti climatici. Insieme a United NationsDP e UNEP, lanciarono ufficialmente il GGCA alle Nazioni UniteFCCCCOP-13 a Bali (2007).

Nello stesso anno, è stata creata: The Global Gender and Climate Alliance, all’interno della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Bali. Per fare del Gender Action Plan una risorsa veramente efficace nella lotta contro la disuguaglianza di genere, le organizzazioni coinvolte hanno raccomandato che l’UNFCCC realizzi, tra l’altro, delle politiche climatiche sensibili al genere, fornendo dati e analisi su sesso e genere in modo disaggregato, oltre che finanziare il piano d’azione.

Nonostante ciò, però, è palese che l’attuale modello di sviluppo è portatore di un forte paradosso: le popolazioni che subiscono in maggior misura le conseguenze del riscaldamento globale sono quelle che meno hanno contribuito a creare il fenomeno. Dallo sviluppo del consequenziale dibattito è emerso il concetto di giustizia climatica introducendo, in ambito ambientale, la questione morale come mezzo di diritto collettivo dell’umanità a pretendere un ambiente sano, tutelato e accessibile alle popolazioni locali.

Se nelle varie Conferenze sui cambiamenti climatici il tema della giustizia climatica è stato fatto risaltare solo come un auspicio, è in occasione della conferenza organizzata a Parigi nel 2015, COP21, che tale principio è diventato parte centrale del dibattito.

Il termine giustizia climatica compare per la prima volta nel 1999 nell’articolo Greenhouse Gangsters vs Climate Justice, pubblicato da CorpWatch, gruppo di ricerca californiano, dove vengono definiti banditi quei paesi responsabili della maggior parte dell’inquinamento da combustibili fossili, a danno di quelle nazioni che ne subiscono le conseguenze climatiche. La vasta eco che raggiunse il tema influenzò il dibattito internazionale tanto che nel 2002, in parallelo alla COP6 dell’Aia in Olanda, si svolse il Climate Justice Summit. In questa conferenza si sottolineò la mancanza di diritti di tutte quelle popolazioni esposte agli effetti del riscaldamento globale, di come essi non avessero voce nel processo negoziale e soprattutto di come il cambiamento climatico fosse un problema socio/economico e politico, con particolare riferimento alla condizione femminile e dell’infanzia. A distanza di 15 anni, la rivendicazione della centralità femminile sembra aver trovato il giusto spazio.

La giustizia climatica, per tutte le donne è un forte catalizzatore nella lotta alla disuguaglianza di genere, poiché è portatore di maggiore coscienza sulla necessità di avviare una prospettiva di genere in qualsivoglia azione ambientale. E’ quanto meno opportuno riconoscere il legame tra questo fenomeno e i diritti umani, poiché le donne in alcune nazioni subiscono discriminazioni e limitazioni che, combinate con gli effetti del cambiamento climatico, sono così gravi da mettere a rischio la loro stessa sopravvivenza. Nonostante le buone intenzioni, però, nella Conferenza di Parigi del 2015 al tema della parità di genere è stato dato spazio solo nel preambolo e nella parte vincolante del testo, ma in termini così generici da renderlo improduttivo. Ma, l’ambizioso cammino di riconoscimento delle organizzazioni femministe non si è fermato, poiché le donne sanno lottare sempre per indicare il cammino necessario per portare il mondo sulla strada della sostenibilità.

Napoli, 29 marzo 2018