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Fluidità
di Carlo Gimmelli

Fluido. E’ un termine abusato che, come una camicia bianca, va bene un po’ su tutto; negli anni peggiori dal dopoguerra, dopo la dolorosa rinascita dei cinquanta, l’eldorado dei sessanta, la cupezza e il colore dei settanta, l’illusione edonista dei rutilanti ottanta, la decrescita soft dei novanta, l’alba del nuovo millennio ci ha catapultati in timori e depressioni che non conoscevamo o, più semplicemente, non ricordavamo più: il terrorismo, il crollo del concetto, spesso ipocrita, di famiglia, le ricchezze sempre più ricche e le povertà assolute, l’edulcorata lobotomizzazione di massa dei social, la felicità mediatica esibita come un feticcio per nascondere la vergogna della solitudine interiore.

In questo nuovo contesto non ci siamo fatti mancare il nemico invisibile, quello che non ti aspetti quello che ti fa dubitare anche dei genitori, dei figli, dei fratelli o degli amici di cui avevamo sentito parlare solo in qualche film di fantascienza o fantasia: il virus, il nemico che non vedi, che ti sfianca, ti circonda e se non ti uccide…ti deprime.

Il Covid insomma sembra il corollario perfetto della società liquida di Bauman che, complici globalizzazione, omologazione dei comportamenti, amplificati dall’era digitale ha fatto dell’incertezza e della paura il nuovo compagno di viaggio maldestramente mascherato dal diffuso narcisismo fai da te.

E la politica?

La politica attuale è stata capace di farci, in parte, rimpiangere anche i dinosauri della vetero Repubblica in bianco e nero.

Se è vero, come è vero, che la voragine dei conti pubblici che peserà per decenni sulle nuove generazioni è stata impastata e infornata in quella ricca e sciagurata stagione politica, è altrettanto vero che il sottolivello di improvvisazione, pressapochismo e dilettantismo di questa classe dirigente è andato al di là di ogni nefasta previsione.

La politica ha professato e praticato la fluidità intellettuale, anticipando la società civile, contestualmente al terremoto giudiziario-politico di Tangentopoli che spazzò via i partitoni, carrozzoni ormai putrefatti dal malaffare, salvandone però solo uno, forse su commissione, e sostituendo i vecchi funzionari di partito, “mariuoli” vagamente romantici che scaricavano le mazzette nel water, con i nuovi colletti bianchi 2.0 che spostavano miliardi in Africa o alle Antille Francesi in un nanosecondo.

E sempre in nome dell’abusato termine i nuovi inquilini delle Camere, avvocati, starlette in cerca d’autore, rampolli da sistemare e altre grottesche figure, spesso semianalfabete, nominati dalle generose segreterie di partito, si dilettavano nel gioco della poltrona, cambiando spesso casacca e alleanze pur di restare a galla.

Gli stessi partiti e i loro leaders, già fiaccati economicamente dal taglio montiano degli appetitosi contributi pubblici, hanno poi provato l’ebbrezza delle montagne russe dei sondaggi e delle relative elezioni passando in pochi mesi da una esplosione di consensi al crollo immediatamente successivo, insomma “un corpo solido immerso in un liquido” per dirla alla Fabri Fibra…..

E la fluidità politica ha toccato l’acme negativa con il penoso accocolamento sotto le salvifiche braccia di SuperMario che ha riportato a galla cadaveri politici ed ex soubrette con indici di gradimento da prefisso internazionale contrabbandando l’operazione per “salvezza nazionale” e consentendo “capriole fluide” e slalom linguistici a facce di bronzo (sic!) che fino l’altro ieri predicavano l’opposto.

Pensavamo di averli accompagnati all’oblio recitando un compassionevole de profundis, ma la risacca della fluidità spesso riporta le scorie a riva.
Un vecchio ex democristiano che negli ultimi anni, per restare a galla, ha collezionato più cambi di casacca politica che di camicie tempo fa dichiarò: “In politica le parole e le promesse valgono solo nel momento in cui vengono dette”.

Chapeau!

Napoli, 11 marzo 2021

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