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A Cesare quello che è di Cesare e a Dio… tutto voi stessi

di frate Valentino Parente

 

 

 

Dio si lascia raggiungere da chi vuole perdersi
nel suo amore, non da chi vuole possederne la conoscenza.
Dio trasforma la vita di chi si mette in gioco senza misura,
non senza paura, ma resta sulla soglia della vita
in chi ha solo bisogno di interrogare, capire, sapere.

 

XXIX domenica del tempo ordinario – anno A – 18 ottobre 2020

visualizza Isaia 45, 1.4-6  Matteo 22, 15-21

1Dopo le tre parabole dette ‘del rifiuto’, in cui veniva sottolineato il rifiuto dell’insegnamento di Cristo da parte di Israele, esposte nelle domeniche precedenti, le guide civili e i capi religiosi, si ritirarono e “tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi”. Decidono di affrontarlo, ponendogli domande difficili e capziose in modo tale da farlo cadere in qualche tranello, così da poterlo accusare.

Il brano evangelico che ci è proposto in questa domenica, XXIX del tempo ordinario, è l’esempio di questo atteggiamento capzioso che i farisei hanno nei confronti di Gesù.

E così i farisei “mandarono da lui i propri discepoli con gli erodiani”.

Farisei ed erodiani, due partiti diversi; i farisei sono molto religiosi, sono attaccati alle tradizioni e di conseguenza, ritengono assolutamente necessario osservare la legge in ogni dettaglio.

Inoltre ritengono proibito usare le monete romane, la legge proibisce le immagini, le monete romane hanno la figura dell’imperatore impressa e quindi sono proibite in quanto oggetti idolatrici.

Invece gli erodiani sono quelli del partito di Erode, sono collaborazionisti con l’impero romano e maneggiano tranquillamente queste monete, anzi ritengono pericoloso che si oppone a Roma.

Due partiti diversi, in alcuni casi opposti, ma quando si tratta di contrastare Gesù si mettono tranquillamente insieme.

E così formano questa strana combriccola e vanno da Gesù.

Con malizia si complimentano con Gesù per la sua rettitudine, e senza rendersene conto, ci offrono una delle descrizioni più belle dell’uomo Gesù.

Gli dicono: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità”.

Lo hanno riconosciuto come un uomo autentico che dice cose giuste, che insegna la via di Dio con il coraggio della verità, perché la verità fa male.

Dire la verità in faccia, molte volte dà fastidio, procura dei guai, crea inimicizie.

Loro gli fanno i complimenti, dicendo: sei uno coraggioso, hai il coraggio di dire le tue idee, di dire la verità.

E aggiungono: “Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”.  Questo è un bel tratto della personalità di Gesù: non8 ha soggezione di nessuno.

Storicamente parlando, Gesù era un uomo semplice, un privato cittadino, senza nessun ruolo, nessun potere, non aveva alle spalle nessuna garanzia umana, non era un potente, né un ricco.

Era un uomo semplice, e ha il coraggio di dire chiaramente ai capi del popolo quello che egli pensa.

Non ha soggezione di nessuno.

Non guarda in faccia ad alcuno, non si lascia intimidire.

È un uomo che ama la verità e la dice anche se gli costa. E a Gesù, dire la verità, gli è costata la vita! Gliela hanno fatta pagare.

Ed ecco la domanda cruciale: “È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?

La domanda, che sembra apparentemente innocua, in realtà nasconde una pericolosa insidia.

È stata architettata in modo tale da far cadere Gesù in trappola.

Infatti se Gesù dice che è lecito si mette contro i farisei, se dice che non è lecito si mette contro gli erodiani. Sono convinti che comunque risponda, avranno di che accusarlo. 

Gesù non cade nella trappola, anzi smaschera senza indugio le vere intenzioni dei suoi interlocutori: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?”.

Ciò nonostante, non si tira indietro. Si fa dare una moneta poi, come se non la conoscesse, la guarda e domanda: “Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?”.

Sentendosi rispondere: “Di Cesare”, (Cesare è il nome generico per indicare l’imperatore romano), conclude con una sentenza divenuta celebre: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Di solito quando si cita questo versetto lo si applica senza alcuna mediazione alla separazione tra Stato e Chiesa: Cesare e Dio come due dirimpettai antagonisti, stabilendo una forma di idolatria perché pone Cesare sullo stesso piano di Dio.

2Gli studiosi ci dicono che qui la congiunzione ‘e’ ha valore oppositivo: non «a Cesare quello che è di Cesare e (= allo stesso modo) a Dio quello che è Dio», ma «a Cesare quello che è di Cesare e (= ma al contrario) a Dio quello che è Dio».

Quello che appartiene a Cesare, deve essere restituito a Cesare, ma quello che appartiene a Dio, deve essere restituito a Dio.

Non si parla affatto di separazione di poteri. Dio non ha una parte di potere, così come Cesare ne ha un’altra.

Chiarito questo, cosa significa: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”?

Secondo le Scritture, il potere esercitato sulla terra viene sempre da Dio.

Nella prima lettura c’è l’esempio di Ciro, il re dei persiani che ha sconfitto Babilonia.

Egli era un “prescelto” di Dio, il quale, pur senza conoscere il Dio di Israele e senza credere in lui, aveva compiuto azioni volute da Dio stesso, diventando strumento nelle sue mani, attraverso di lui, Dio esercita indirettamente la sua sovranità nella storia.

Da parte sua, l’Apostolo Paolo esorta a prestare obbedienza leale alle autorità dello stato (cf. Rm 13,1-7; Tt 3,1-2).

Ciò significa che l’autorità politica è necessaria per la vita sociale.

La società necessita di ordine, di legalità, di giustizia, e dunque l’autorità non può essere ignorata. Dare a Cesare ciò che è di Cesare, allora, significa riconoscerne l’autorità, restarvi sottomessi e tenere conto di essa lealmente.

Il cristiano non può essere un anarchico che si schiera contro lo stato, contro l’autorità politica.

Ma il cristiano, obbediente alle leggi dello stato, deve tuttavia anche riconoscere sempre “ciò che è di Dio”.

E di Dio è la persona umana, perché l’uomo è stato creato “a immagine e somiglianza” di Dio (Gen 1,26-27).

Così il potere umano è riconosciuto, ma non in modo assoluto, senza limiti: ad esso bisogna obbedire fino a che non va contro la propria dignità, la propria coscienza, la propria libertà.

Da Dio stesso rispettate!

Quando il potere umano prevarica nei confronti di Dio e si erge a potere assoluto, quando non permette più all’uomo di «dare a Dio ciò che è di Dio», allora in quel caso il discepolo di Cristo può e deve difendere la propria libertà.

Pensiamo ai tanti casi in cui la Chiesa è ridotta al silenzio dai regimi dittatoriali…9

Ma c’è anche un altro caso: quello in cui lo Stato prevarica nei confronti dell’uomo, tollerando o commettendo ingiustizie e sopraffazioni, perché, pur non negando Dio, offende la sua immagine che è l’uomo. 

Anche qui, il tributo che il cristiano deve dare a Cesare dev’essere un tributo critico, un impegno attivo per la trasformazione della società.

A Cesare, dunque, va pagato il tributo, ciò che deriva dal suo potere; ma ciò che appartiene a Dio, la vita umana, va data a Dio.  

Restituire a Dio ciò che è di Dio, significa restituirgli tutto! Perché Dio è signore di tutto, tutto appartiene a lui.

Tutto quello che siamo e abbiamo, viene da Dio.

E quando le due autorità entrano in conflitto, non dimentichiamo la risposta di Pietro al sommo sacerdote: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).

 

Nola, 17 ottobre 2020

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