mar 24 APRILE 2018 ore 17.20
Home Cultura Dalla culla alla culla:orientarsi in un mondo che cambia

Dalla culla alla culla:orientarsi in un mondo che cambia

di Martina Tafuro

Le formiche hanno colonizzato quasi ogni massa terrestre, prosperano nella maggior parte degli ecosistemi e sono arrivate a costituire fra il 15 e il 25% della biomassa animale terrestre.

Le formiche sono la prova provata che il problema non è il boom demografico: “Tutte le formiche di questo pianeta, messe insieme, creano una biomassa ben maggiore di quella di noi umani. Le formiche sono state incredibilmente industriose per milioni d’anni, eppure la loro produttività ha nutrito le piante, gli animali, il suolo. Non si può dire la stessa cosa dell’industria umana. L’industria umana è in attività da poco più di un secolo, ma ha causato il degrado di quasi ogni ecosistema del pianeta. La natura non ha un problema di progettazione. L’umanità sì”. (Michael Braungart, William McDonough).

Ricostruire il modo in cui costruiamo le cose

“Eliminare il concetto di rifiuto, non riducendo, minimizzando o evitando i rifiuti, ma eliminando proprio il concetto con la progettazione”. Queste sono le provocatorie parole del chimico tedesco Michael Braungart.

Lo scienziato, già attivista di Greenpeace, partendo dall’analisi su come proteggere gli ecosistemi dall’aggressione dell’uomo e su come arginare il rapido esaurimento delle risorse naturali, rileva che la scontata risposta ambientalista è di limitare la voracità dei processi produttivi, riciclare i rifiuti prodotti e frenare i consumi.

Braungart partendo dall’osservazione di alcuni decisivi elementi naturali, come un albero che produce migliaia di semi per garantirsi la riproduzione, mostra che l’eccedenza, la sovrabbondanza non è spreco ma opportunità, evidenziando così che si rendono disponibili, materia e energia, per una grande quantità di altri organismi viventi.

L’evoluzione della natura, il processo competitivo tra le specie e gli individui hanno progettato l’albero in modo tale che ogni porzione dei suoi tessuti e ogni suo organo, trovassero sempre una collocazione efficace nel contesto dell’ecosistema al quale appartiene.

Lo scienziato propone un’alternativa al semplicistico dualismo crescita/salvaguardia degli equilibri ambientali, via che si concretizza nel concetto di eco-efficacia, imperniato su tre  concetti:

a) la progettazione di filiere di produzione che prevedano, a monte, il reinserimento dei materiali in successivi cicli produttivi;

b) la netta separazione tra metabolismo biologico e metabolismo tecnologico, dove il secondo apprende dal primo;

c) il passaggio dal concetto di vendita di prodotti al concetto di vendita di servizi: acquistiamo solo la funzione, la proprietà dello strumento rimane a chi lo ha prodotto e vende il servizio.

Al termine del ciclo vitale il bene sarà restituito a chi lo ha prodotto, che avrà il compito di riciclarlo. In questo modo avrà tutto l’interesse a costruirlo nel migliore dei modi, essendo responsabile della manutenzione e della sostituzione dei pezzi, ovvero del suo intero ciclo di vita.

Tale modello è denominato Cradle to cradle (dalla culla alla culla) e Braungart quando lo descrive pensa al design rigenerativo e al leasing ecologico per creare un’industria differente, che sia in grado di produrre manufatti utili alle persone e al pianeta, usando energie rinnovabili e materie prime non tossiche, mettendo al centro la responsabilità sociale e assicurandosi prestazioni elevate.

È appunto il metodo Cradle to cradle, di cui Braungart è il massimo alfiere dal 1992, al quale moltissime aziende si stanno già affidando per produrre oggetti come la moquette che assorbe le polveri sottili e pulisce l’aria, le vernice che mangia lo smog, gli abiti completamente biodegradabili, i mattoni fatti di sabbia, le sedie da ufficio che bloccano la diffusione di batteri.

In pratica, Braungart e gli altri progettisti del modello “C2C” considerano tutto il ciclo dei vita di un prodotto, partendo dalla creazione con materiali sostenibili, rispettando l’ambiente e le stesse persone coinvolte nel processo di produzione. L’aspirazione finale è l’eliminazione del concetto di rifiuto, che si renderà obsoleto.

Tutto questo però implica un portentoso e generale cambio di mentalità.

Napoli, 17 aprile 2018