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dal Corriere del Mezzogiorno 06/11/2022

«Reddito» e autonomia, Sud a rischio

di Mario Rusciano

Al M5S, premiato alle ultime elezioni rispetto ai sondaggi (soprattutto al Sud), non basta difendere il “reddito di cittadinanza” per arrogarsi la rappresentanza primogenita della sinistra. Forse può dargli ora una mano l’opposizione al folle “decreto anti-rave”, prima bandierina identitaria del Governo Meloni. Rimane comunque un Movimento con poco credibile storia di sinistra. Dovrebbe almeno rinnegare parte del suo ambiguo passato populistico. Dall’anarchica equidistanza tra destra e sinistra all’idea stravagante dell’enigmatica democrazia diretta e tecnologica. Dalla scelta di governare con Salvini nel Conte1 alla complicità nei decreti sicurezza. Dalla diffidenza del parlamentarismo al taglio di deputati e senatori con effetti negativi sul funzionamento delle Camere. Insomma, finora sono ancora poco chiari i suoi “ideali di posizionamento a sinistra”, chiamiamoli così. Tanto da suscitare il sospetto, avanzato da qualcuno, di tentate un’Opa ostile sul sonnolento Pd senza però averne le carte in regola.

Prendiamo il suo cavallo di battaglia, il “reddito di cittadinanza”. Nella struttura elementare esso è l’ampliamento dell’antecedente “reddito d’inclusione”. È giusto l’ampliamento, non la contemporanea previsione d’un “avviamento al lavoro”, ipotetico e poco praticabile in mancanza di posti di lavoro e di mezzi organizzativi appropriati. Per esempio: quei “navigator” inventati per avviare al lavoro i percettori del reddito non hanno potuto fare molto, non verranno assunti e si sono ridotti — ironia della sorte — a esserne anch’essi percettori. Velleitario il progetto iniziale, del reddito di cittadinanza rimane soltanto il sacrosanto “sostegno della povertà”. Messo ora in discussione da Salvini che nel Governo Conte1 l’aveva approvato in cambio del suo fallimentare progetto di “quota100”. Che, col pensionamento anticipato dei dipendenti, ha svuotato gli uffici pubblici senza il promesso rimpiazzo con nuove leve. Quando si dice la coerenza.

Spiega Paolo Grassi (Corriere del Mezzogiorno, mercoledì scorso) come il Governo Meloni vuole ora riformare il reddito di cittadinanza. Fingendo d’ignorare che povertà e bisogni sono permanenti, vuole darlo “a intermittenza”. Sospenderlo per sei mesi — risparmiando un miliardo da destinare a pensioni “quota-41”, su cui insiste Salvini — riattivarlo se necessario per poi sospenderlo nuovamente e via di questo passo. Vuole inoltre distinguere, tra percettori del reddito, “soggetti inabili” effettivamente al lavoro e “soggetti occupabili”. Distinzione a prima vista ragionevole se non fosse aleatoria l’“occupabilità”. “Dove”, “come”, “quando”, a “quali condizioni” sono occupabili le persone? Specie nel Mezzogiorno la disoccupazione permane preoccupante: chiudono fabbriche importanti (tipo Whirlpool) e piccole imprese (per pandemia, guerra, insopportabili costi energetici). Se manca il lavoro vero, nella migliore delle ipotesi, l’occupabilità si risolve nel “lavoro povero” oppure (ed è lo stesso) nel “lavoro di pubblica utilità”. Se si ha presente l’attuale domanda di lavoro, sono altrettanto aleatori i percorsi formativi per allargare un’occupabilità che non sia di sfruttamento. Le grandi aziende tecnologicamente avanzate (non molte al Sud) richiedono nuovi profili professionali — raffinati e d’elevata specializzazione — per i quali occorre una formazione all’altezza della domanda, che non s’improvvisa ed è comunque incapace d’assorbire disoccupazione di massa. Sicché il reddito di cittadinanza, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra come indispensabile “sussidio di povertà”. La verità è che, mitigato ma non tramontato il neo-liberismo, di fronte alla difficile situazione eco nomico-finanziaria in cui versano l’Europa e l’Italia — e qui soprattutto il Mezzogiorno — va in crisi persino l’idea di Stato sociale, fondato sull’impianto della Costituzione con le tante sue disposizioni, specie l’art. 38. Il Governo di destra allora farebbe bene a impegnarsi in una seria riflessione sul Welfare State.

Può partire dal servizio «Il passato… e il futuro del… Welfare», apparso su La Lettura, il supplemento del Corriere della Sera di domenica scorsa. Dove c’è lo spunto per studiare la materia grazie a un anniversario quasi dimenticato ma importante: gli ottant’anni della pubblicazione nel 1942, in Gran Bretagna, del Rapporto Beveridge. Da rileggere integralmente perché sta all’origine d’una vera e propria “rivoluzione pacifica”: l’avvento appunto dello Stato sociale. Ne “La Lettura” sono istruttivi gli scritti di due autorevoli studiosi (lo storico Giovanni Bernardini e lo scienziato della politica Maurizio Ferrera). Lord William Henry Beveridge — va sottolineato — non era di sinistra, era un conservatore liberale. Eppure intendeva sconfiggere “cinque giganti”: il bisogno; l’ignoranza; la malattia; lo squallore; l’ozio. Per tanto teorizzò il dovere dello Stato di garantire a tutti i cittadini le condizioni per una “esistenza dignitosa”. Cioè un lavoro dignitoso o, in sostituzione, un sussidio dignitoso. Bernardini ricorda come, secondo Beveridge, «accanto ai diritti civili e politici, ciascun cittadino senza distinzioni fosse titolare anche di diritti sociali, del cui pieno godimento lo Stato doveva farsi garante dalla culla alla tomba». Non lo dimentichi il Governo Meloni: sia nel rivedere il Pnrr – creato apposta per sollevare le Regioni deboli dell’Europa: come il nostro Sud —sia nell’insistere sull’“autonomia differenziata”. Checché ne dica Calderoli, il disegno della Lega Nord, nelle mani sue e di Salvini, mortifica e discrimina i cittadini del Mezzogiorno e, guarda caso, proprio nei cinque giganti che il conservatore Beveridge voleva sconfiggere.

6 novembre 2022