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L’oikocrazia come “soluzione” (totalitaria) al problema del rapporto tra élites e masse
di Fabio Armao

Nel mese di gennaio si è svolto, sulle pagine di Repubblica, un ampio e ricco dibattito sul ruolo delle élites (e sul loro sostanziale fallimento) avviato da un articolo di Alessandro Baricco. Tutti gli interventi, tuttavia, hanno di fatto riproposto l’immagine di un mondo diviso in due, tra élites e masse; rimanendo ancorati a quelle categorie novecentesche che lo stesso Baricco, nel libro The Game, dimostra essere state superate dalla rivoluzione digitale.

Il problema, potremmo dire in una battuta, è che oggi non ci sono più le élites tradizionali, ma non ci sono più neanche le masse; e questo perché la rete ha colonizzato anche la società reale oltre che il mondo virtuale. Entrambi questi attori sono sostituiti da network sociali sempre più complessi i cui “vertici” (come ci insegna la teoria dei grafi) sono rappresentati da cricche: sottoinsiemi di individui che si conoscono tra di loro. In altre parole, da clan. Le élites stavano alle classi, come i clan stanno alla società globale.

Come si è arrivati a questa situazione? Il passaggio di millennio, dopo la caduta dei regimi comunisti e la fine della Guerra fredda, ha visto innescarsi un processo di ristrutturazione globale della società che sta investendo ogni dimensione della vita quotidiana degli individui e le istituzioni cui essi hanno finora affidato l’organizzazione dei propri interessi e della propria stessa sopravvivenza. La politica dei partiti di massa, della lotta di classe e della difesa degli interessi collettivi ha lasciato il posto a una congerie molto più ricca e diversificata di attori, capaci di attingere, a seconda delle necessità, alle risorse tipiche delle diverse sfere sociali: politica, economica e civile, producendo di volta in volta delle proprie, originali, configurazioni di potere. Lo stato moderno, che ha incarnato negli ultimi cinque secoli l’istituzione di riferimento delle dinamiche sociali, ancora esiste. Il network che aveva costruito e implementato nel tempo, quella comunità internazionale che, nel corso del Novecento, era arrivata infine a comprendere al proprio interno tutte le terre emerse, è ancora attivo. Ma non è l’unico network; né, oggi, necessariamente il più rilevante.

I nuovi protagonisti di questa grande trasformazione sono gruppi capaci di attingere a mix originali di risorse della più diversa natura proprio grazie alla riscoperta dei vantaggi dei legami di tipo clanico; e che, in breve tempo, si dimostrano in grado di coniugare locale e globale meglio di quanto non riescano a fare le vecchie istituzioni statali, a un costo più basso e senza i vincoli imposti dal rispetto delle regole democratiche. Un esempio ovvio è la criminalità organizzata nelle sue diverse manifestazioni: dalla mafia, al terrorismo, ai signori della guerra. Ma la logica del clan è tornata prepotentemente alla ribalta in politica: basti pensare all’amministrazione “familistica” di Donald Trump negli Usa o di Bolsonaro in Brasile, o ai cerchi e i gigli magici di italiana memoria (per non parlare delle web tribes delle attuali forze di governo). E caratterizza ormai anche le dinamiche apparentemente algide delle élites finanziarie e dei Ceo delle grandi corporation multinazionali. Dall’età dei diritti individuali si è così transitati, senza alcuna soluzione di continuità e senza significative opposizioni, in un’era dominata dalla società globale dei clan che, per esser chiari, costituisce la morte della democrazia novecentesca.

Questa proliferazione dei clan si concretizza in una forma di governo che potremmo definire, con un neologismo, oikocrazia; termine che deriva dall’unione del termine greco kratos, potere, con oikos, che identifica la casa, ma anche la famiglia, il clan (e, per questo, costituisce la radice anche della parola economia). L’oikocrazia, quindi, vuole definire una forma politica caratterizzata da due principali elementi: la riscoperta del clan come struttura di riferimento del sistema sociale e la prevalenza degli interessi economici, privati, su quelli politici, pubblici.

In estrema sintesi, l’oikocrazia rappresenta l’inveramento del World Wide Web, ha i propri programmatori e server in Occidente e, aspetto curioso, pur avendo cominciato a manifestarsi già a partire dalla seconda metà del Novecento, ha conosciuto un’espansione senza precedenti proprio dopo il 1989, considerato anche l’anno di nascita del web su Internet. In un gioco a parti invertite, adesso è la società umana che si adegua ai progressi tecnologici, sforzandosi di emularne la ricchezza di forme e di strutture, e dando vita a modelli di network sociali sempre più complessi.

L’oikocrazia arriva a proporsi come un modello universale che soprassiede alle tradizionali declinazioni della politica, dalla democrazia all’autoritarismo – regimi dei quali, semmai, tenderà a emulare le forme, riducendoli a epifenomeni (prenderne atto, tra l’altro, “risolve” l’attuale dibattito sul carattere fascista o meno di alcuni governi cosiddetti sovranisti). Ed ha due principali corollari: 1) riporta le città al centro dell’universo politico, incrementando un processo che era già stato avviato dalla globalizzazione, trasformandole con sempre maggior frequenza in luoghi di esercizio del potere coercitivo, oltre che di riproduzione continua e inesauribile dell’accumulazione originaria delle risorse; 2) propone una ridefinizione continua degli spazi di legalità che mette di fatto in discussione la certezza stessa del diritto, come dimostra la proliferazione senza precedenti dei delitti dei potenti (corruzione, clientelismo, ecc.) che, non a caso, coinvolgono in maniera sempre più diretta gruppi di criminalità organizzata, avvantaggiati dal fatto di poter fare ricorso alla minaccia o all’uso diretto della violenza.

Visto da questa prospettiva, il “nuovo disordine mondiale” appare più comprensibile; ma questo non può essere di alcuna consolazione. L’oikocrazia, infatti, non segna solo la fine dell’età dei diritti individuali e il conseguente ingresso in un’era nella quale l’autonomia e la libertà del singolo vengono subordinate agli interessi e alla volontà della “famiglia” di riferimento. La logica che ne governa la diffusione nel World Wide Web reale prefigura la nascita di una nuova forma di totalitarismo che potremmo definire “neoliberale”.

Del vecchio progenitore statualistico, che si era incarnato nel nazifascismo e nel comunismo, l’odierno Behemoth – per riprendere il titolo dell’opera di Franz Neumann sul nazismo [1] – sembra essere una riproduzione in millesimo (e, quindi, più difficile da identificare come tale), perché si manifesta a livello micro, in una dimensione locale, in una molteplicità di luoghi differenti allo stesso tempo. Eppure mantiene intatta la propria essenza totalitaria basata su una particolare organizzazione monistica e autoritaria, che sta riducendo ogni dibattito (e la cultura stessa) a mera propaganda e riscopre la violenza come strumento quotidiano e pervasivo di risoluzione dei conflitti.

Il mostro odierno sgorga dal basso, dal territorio, generato da una logica di mercato, da una domanda ormai fuori controllo di denaro, indispensabile alla sopravvivenza stessa del capitalismo finanziario; per poi evolversi attraverso la costruzione di reti transnazionali di oikocrazie che, diversamente dal passato, non hanno più bisogno di complessi apparati istituzionali di propaganda e di sofisticate ideologie centrate sulla supremazia di una nazione, una razza o una particolare dottrina politica, perché sanno avvantaggiarsi del fatto che i moderni social media consentono a chiunque di raggiungere e mobilitare con facilità “porzioni di masse” – si tratti di un politico populista, di un leader di un gruppo terroristico o di un boss del narcotraffico. A questi stessi attori si deve poi anche l’evoluzione della violenza totalitaria, che non ha bisogno di assumere la forma dello scontro militare tra forze armate tradizionali, perché si accontenta di mantenere le popolazioni in una condizione guerra civile globale permanente: conflitti interni allo stato, affidate a piccole unità di “soldati” dotati di armi “leggere”, che si trasformano nella condizione quotidiana di un numero crescente di ignari cittadini, e destinati a riverberare comunque a livello internazionale (basti pensare al fenomeno dei migranti in fuga dalla guerra)[2].

Verrebbe quasi da pensare che, prima di cadere sconfitti, i vecchi totalitarismi novecenteschi abbiano fatto in tempo a disseminare dei geni che, con il tempo, si sono riprodotti in nuove creature mischiandosi con altri fattori “ereditari” storico-culturali specifici del luogo. Ed è come se alcuni di questi geni si fossero inoculati persino all’interno delle trionfanti democrazie, modificandone o sovvertendone, persino, la natura; ma permettendo loro, al contempo, di celare tale mutazione continuando a mostrare all’esterno la propria maschera democratica. Il risultato è che, quasi senza accorgercene, abbiamo imboccato una fase di modernizzazione regressiva che – andando oltre la società del rischio prefigurata da Ulrick Beck [3] – sta già producendo una società autoimmune, incapace persino di riconoscere i propri agenti patogeni e, di conseguenza, destinata ad alimentare i propri mali, invece che a debellarli.

[1] F. Neumann, 1977 [1942], Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo. Milano: Feltrinelli.

[2] F. Armao, 2015, Inside War. Understanding the Evolution of Organised Violence in the Global Era. Warsaw/Berlin: De Gruyter.

[3] U. Beck, 2000, La società del rischio. Verso una seconda modernità. Roma: Carocci.

5 febbraio 2019

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