lun 6 FEBBRAIO 2023 ore 16.43
Home Cultura Che Fare?

Che Fare?

di don Giulio Cirignano biblista

              Man mano che il tempo passa sembra manifestarsi sempre più larga la distanza tra quanto Papa Francesco ha già detto e indicato e la reale situazione della vita ecclesiale. Il Papa ha già detto quanto serve per poter effettuare un benefico esodo dalla stagione della controriforma. Il Concilio ne aveva preso solenne congedo aprendo una nuova fase. Aveva inaugurato preziosi percorsi che avrebbero dovuto proseguire: quello incentrato sulla Parola di Dio, quello su una nuova geografia interna del popolo di Dio basato sulla pari dignità di ogni battezzato e quindi sul ruolo del laicato, quello del difficile rapporto con la modernità secondo i dettami della “Gaudium et Spes”, quello di una nuova modalità di partecipazione alla azione liturgica. Purtroppo, il lungo periodo che ne è seguito, ben cinquanta anni, poco ha accolto di quelle consegne. Si è fatta frequente menzione del Concilio ma senza che tutto ciò approdasse ad un significativo cambiamento. Ma sia chiaro: questa denunzia non è fatta con animo triste e sconsolato. E’ formulata con la forte consapevolezza di vivere appieno dentro la carezza del gaudio evangelico. Ma c’è un tempo per denunziare e un tempo per liberare il canto della letizia. Anche queste note ne conservano traccia. I ritardi che possiamo denunziare e la lentezza non ci possederanno mai. Il Signore stesso ci invita a lasciare che i morti seppelliscano i morti.

            Papa Francesco, infatti, ha coraggiosamente riaperto i giochi. Lo Spirito del Signore l’ha gettato in mezzo ad una situazione che, almeno per quanto riguarda l’Italia, è poco definire scoraggiante. In vasti settori si avverte una incomprensibile difficoltà a mettersi al passo. Anzi, pur con lodevoli eccezioni si ha quasi la sensazione di una pervicace tendenza a sostare nel passato, nel “si è sempre fatto così”, nel più totale disinteresse per le sollecitazioni conciliari, in una allarmante ignoranza della Parola. Si vive di culto con scarso collegamento con la vita. L’esperienza cristiana organizzata come una stazione di servizi cultuali, dimenticando che siamo la religione del Dio fatto carne, premura per la vita. Premura che coinvolge e invita.

              Non è difficile immaginare la sofferenza di Papa Francesco nel toccare con mano tale situazione: come nei riguardi del Concilio, si è costatato talvolta la stessa indifferenza verso quella fantastica ripartenza proposta nell’ ”Evangelii gaudium”. Certo non si può generalizzare. Il popolo di Dio ha compreso e ha intravisto nella figura di Papa Francesco il futuro. Tuttavia non è stato e non è aiutato a mettersi decisamente in marcia. Se per ben due volte il papa ha dovuto ricordare alla Chiesa italiana che la sua prima fondamentale esortazione non era e non voleva essere una pia esortazione ma un progetto per il cammino dei prossimi anni, vuol dire che chi doveva accompagnare il popolo di Dio in questo entusiasmante esodo ha preferito pensare a mantenerlo ancorato ad una stagione che non c’è più. Dispiace affermarlo ma siamo certi che verrà un giorno in cui la comunità del Signore si getterà fra le sue braccia, con coraggiosa gratitudine.

             Anche il sinodo sulla famiglia è stata una esperienza che ha mostrato ancora una volta Papa Francesco molto avanti rispetto a una parte dell’episcopato. Il cardinale Martini parlava di una arretratezza della Chiesa di almeno due secoli. Il Sinodo ha mostrato che parte dei nostri pastori è ferma almeno tre secoli indietro rispetto a Francesco. La esortazione post-sinodale sull’amore sponsale indica chiaramente questo dato. Inutile girarci intorno. Molti avranno pensato di essere riusciti a bloccare la mente illuminata del Papa. Dobbiamo dire con gioia che non ci sono riusciti. Il cuore grande di questo sorprendente dono dello Spirito è riuscito a disincagliarsi dalle rigidità che volevano mortificarlo. Il Papa ha doverosamente riportato, con fedeltà, la riproposizione tradizionale del valore evangelico del matrimonio, così come è emerso dalla discussione e fissata nella relazione finale, ma senza rinunciare ad affiancarvi lo sguardo della misericordia. Sguardo ricco di sano realismo che non rinuncia in nulla ad annunciare la bellezza dell’ideale sponsale, ma, consapevole della condizione antropologica attuale, ha preso atto delle evidenti ferite che attraversano il pianeta famiglia.

           In questa situazione che fare, allora? Osiamo sperare e, per questo preghiamo, che Papa Francesco si convinca che bontà e intelligenza talvolta non sono sufficienti a cambiare la situazione. Si poteva pensare che dopo la appassionata “lezione” nel duomo di Firenze in occasione del convegno della Chiesa italiana qualche cenno di conversione si potesse vedere. La conversione, ovviamente, è problema che riguarda tutti. Qui parliamo di conversione “ecclesiale”, conversione da vecchi e superati schemi, da vecchi linguaggi, da inutili orpelli. Conversione alle attese del Concilio. Riguarda tutti ma alcuni un po’ di più. Ma se bontà e intelligenza non bastano, qualcosa di concreto dovrà pur essere inventato. Che cosa? Proviamo a formulare con umiltà qualche proposta convinti nondimeno che lo Spirito segue i suoi tempi.

              In vista dell’appuntamento con il mondo luterano nell’anniversario della riforma in programma per il prossimo autunno si potrebbe cominciare a pensare ad abolire tutti i titoli ed i segni del potere ecclesiastico. Più volte abbiamo picchiato su questo tasto. Continuare questa musica può essere utile. La variopinta, leggiadra moda ecclesiastica messa in scena dall’indimenticabile Fellini, può cominciare a riposare in pace. Questo tanto per iniziare ad abbassare il livello di maschilismo e clericalismo ancora troppo in salute in una comunità che intende presentarsi come trasparenza del Signore del servizio. Il clericalismo è il peggior nemico della fraternità.

            Si potrebbe, poi, pensare a dotare gli uffici C.E.I, nel ruolo direttivo, di personale laico o reclutato nel meglio degli istituti religiosi femminili. Si eliminerebbe un concreto ambiente di coltura delle ambizioni. Le diocesi di origine potrebbero così tornare ad avvalersi dell’opera di valenti sacerdoti. Se questo metodo potesse poi estendersi a vescovi e cardinali che stazionano in Vaticano, probabilmente le diocesi di origine recupererebbero energie fresche. Fresche, si fa per dire, comunque energie.

           La C.E.I, poi, non avrebbe bisogno di una rilucidatura per ritrovare una più accattivante fisionomia? Ci sia lecito pensarlo, senza presunzione. Certamente il Papa dorme sonni tranquilli. D’altra parte ha scritto che la comunità evangelizzatrice si preoccupa del grano senza perdere la pace per la zizzania. Quindi, la notte dorme. Ma il su sonno sarebbe ancora più rilassato in presenza di quella rilucidaturina di cui si diceva. Forse anche un po’ di sano umorismo non farebbe male. Certo la bellezza non salverà il mondo, tanto meno l’umorismo. Solo la grazia potrà salvarlo. Ma un po’ di umorismo gli spianerebbe la strada. Papa Francesco ne ha da vendere: con il sorriso che gli è congeniale, non tema di ripetere, alla schiera dei suoi venerati confratelli che non servono “né facce da funerali né volti da quaresima senza pasqua”.

             Si potrebbe, poi, iniziare a pensare ai seminari come luoghi di vera formazione. Talvolta sono ambienti “sformativi” se non educano alla mentalità del lavoro. Per un prete il lavoro è non smettere mai di pensare, studiare, pregare, di esercitare un sano giudizio critico. Poi, viene il resto.

             Per finire, sarebbe bellissima una comunità ecclesiale che si alza all’altezza del tempo che stiamo vivendo. Che si sporca con il fango della strada, come dice Papa Francesco. Che considera il tempo più importante dello spazio e la realtà più importante dell’idea. Che si fa madre premurosa verso le molte sofferenze dei suoi figli. Che li esorta a farsi promotori di un rinnovamento culturale profondo e di una azione politica capace di giustizia ed equità. Che sa difendere i diritti di tutti, soprattutto dei più sfortunati. Una madre che non dimentica i figli che hanno sbagliato ma che non meritano una detenzione disumana. Non è, poi, possibile, tacere davanti alle scene strazianti dei migranti che annegano con i loro sogni disperati. Non è possibile che una nazione cosiddetta cattolica non senta rivolarsi lo stomaco davanti ad esternazioni spietate da parte di politici che per una manciata di voti continuano a sporcare la nostra difficile convivenza. Quelle scene gridano vendetta al cospetto di Dio. Formuliamo una cura un po’ fantasiosa. Come mai non è mai venuto in mente a nessuno la necessità di un digiuno eucaristico in presenza di così sconcertanti fenomeni? Un anno di digiuno eucaristico. In subordine, digiuno una domenica al mese. Davanti a tanti fratelli che muoiono spinti dalla fame e dalla guerra, l’indifferenza non è tollerabile. San Paolo direbbe: “ll vostro non è più un mangiare la cena del Signore”. E’ proprio il caso di dirlo: ad estremi mali stremi rimedi. La cura è drastica, certamente, ma il digiuno eucaristico sarebbe funzionale solo ad una nuova, radicale, rieducazione cristiana . Con il Vangelo al centro, gioia nell’animo, le braccia colme di solidarietà.

Napoli, 15 giugno 2016