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AMARE LA CITTA’ E’ AMARE SE STESSI
di Luigi Antonio Gambuti

Se la natura, se le opere e i manufatti; se le cose altre e oltre da noi sono il prolungamento di noi stessi , una propaggine della nostra entità fisica e spirituale; se tutto fosse così vero, dovremmo cambiare atteggiamento nei confronti di tutto ciò che è porzione del nostro quotidiano. Sia che si tratti di cose, sia che si tratti di valori. Così vale per il rispetto della natura;così vale per il rispetto di ciò che siamo capaci di fare,da quando abbiamo messo piede sulla terra.

Consideriamo la Città. Cos’è se non un prolungamento dei suoi “cittadini”, una vasta entità materiale di cui cui facciamo parte io, voi, tutti, nessuno escluso?
Senza di noi la città non avrebbe ragione di esistere.

Anzi, non esisterebbe proprio.

Così come noi, senza un contenitore fisico,non avremmo campo di azione dove esercitare la nostra umanità.

Perché questa strana riflessione?

Perché siamo rimasti seriamente colpiti dalle parole del cardinale Sepe, dette in occasione della festa dell’Immacolata,ad una foltissima presenza di abitanti della città di Napoli. Come per dire, ad ognuno di noi.

Rileggiamole, alcune espressioni del Cardinale, specialmente quelle rivolte ai giovani, considerati come protagonisti del nostro futuro.”Napoli è vostra, fatene la ragione dei vostri sogni. Mettetela al centro dei vostri progetti. Non fatele mancare la vitalità, l’entusiasmo, la capacità di pensare in grande.”
E, con enfasi particolare, ha continuato: “voi siete parte di questa bellezza (la Città)perché i giovani, i ragazzi, sono il sorriso di cui ogni città splende e di cui essa non può fare a meno.”

Come si fa a non fermare il passo, con commossa riverenza, sulle parole del Cardinale?

Come, d’ora in poi, non sentire profondo il legame tra l’io e l’altro da me, la Città, le sue risorse umane, il rione, il quartiere, le piazze, i vicoli, i cortili, i fondaci, finanche il cielo, un cielo che d’azzurro si veste come da nessuna altra parte d’orizzonte?

Come non imparare ad assaporarne la bellezza e a goderne i riflessi, visto che tutto è “prolungamento “ di me?

Come, allora, non difenderla dalle malefatte di coloro i quali le fanno male (e si fanno male), e non ne riconoscono il carattere identitario che fa parte del patrimonio individuale, non meno di quello collettivo?

Pensavo ai giovani delle stese e delle movide; agli studenti diseredati del loro patrimonio culturale(ne parleremo); a coloro i quali spendono il loro tempo nelle professioni e nei mestieri; a chi si arrangia per tirare a sera e a chi, per responsabilità affidata dal consenso elettorale, non fa fino in fondo il suo dovere.
Pensavo che tutti, depositari di un grande patrimonio collettivo, debbano cominciare a pensare,valutare ed agire con una consapevolezza del bene che si rappresenta, del bene che si possiede;una consapevolezza che responsabilizzi e che ci porti a pensare,amare ed agire diversamente.

E poi il monito a coloro che dovrebbero “curare”la città.

La politica, la scuola; la famiglia. Organismi interni, patrimonio collettivo, rappresentativo di funzioni vitali per la costituzione stessa della comunità.

Sono tre identità diversamente costituite.

Non diversamente cariche di responsabilità verso la città e verso gli abitanti che da essa si “prolungano”.

Sono tre entità che non possono vivere senza una interazione continua, sì da dare vita ad un organismo vivente, complesso ed articolato, di cui ognuno è parte costituente, perché mai bisogna sentirsi “arrivati”, considerato il dinamismo interno di questo autentico monumento alla bellezza.

Dei tre soggetti, la politica, la scuola e la famiglia cercheremo di dire qualcosa in considerazione della vitale importanza che rivestono per la costruzione stessa della città.

La politica, la nervatura ideologica che organizza la vita sociale della Città, la famiglia, il nucleo di ogni aggregato, il mattone d’angolo per la sua edificazione; la scuola, come struttura portante della crescita e della formazione delle nuove generazioni.

La politica, un incubo per i tempi che corrono.

I partiti, sconvolti da una legge elettorale che di peggio non si poteva fare, s’aggregano e si sciolgono, dando vita ad uno spettacolo che rende difficile l’affidamento di un consenso che sia partecipato,convinto,autonomo.

Il capotreno Renzi, l’ “incartapecorito” sorridente e la maschera funeraria di un giovane aspirante presidente, debordano da ogni schermo e fanno folla ad ogni pifferaio.

Facciamo gli scongiuri per il futuro del paese, mai come questa volta messo un gioco da una partita che mai nessuno avrebbe voluto giocare.

Visto le regole del gioco, da incubo, come abbiamo scritto prima.

La famiglia, valore residuo della tradizione, resiste come luogo degli affetti, della comunione e della tenerezza. Cose di poco conto, sconvolta com’è dai venti della aridità valoriale, del consumismo ad ogni costo e della insoddisfazione perenne.

Cellula vitale della città -che è essa stessa famiglia di famiglie- combatte quotidianamente contro l’indifferenza di coloro i quali dovrebbero preservarne la vita, alimentandone le energie.

Infine, la scuola.

Agenzia educativa;cantiere per l’innovazione, capro espiatorio per tante manovre di partito-le chiamano riforme-costantemente chiamata al cambiamento per assecondare l’interesse di movimenti politici,sindacali,raramente di categoria. La “buona”scuola ha arrecato più danni che benefici per chi la legge dall’esterno. Dei dirigenti sceriffi, oscuri eroi della post-modernità, s’è sfumata l’enfasi iniziale e li si è caricati di funzioni spesso lontane dalla loro formazione.

Scontano la scarsa autonomia nella gestione delle risorse umane e non umane; la solitudine crescente nel percorso professionale che quotidianamente affrontano per organizzare l’agenda di lavoro;si parano dai colpi dell’utenza quasi sempre insoddisfatta, supportata da una facile risibile ideologia della rivendicazione e del confronto. Dei docenti meglio non far cenno. Libertà vigilata; censure a portata di mano da famiglie dal ricorso facile;poca considerazione sociale e , come sempre,scarsa inadeguata remunerazione.

Se questo basta dettato per cenni,chiudiamo la nostra riflessione.

Napoli, 16 dicembre 2017