EDUCARE AL NON CANONICO PER IMPARARE A GUARDARE OLTRE CIÓ CHE CONSIDERIAMO NORMALE
EDUCARE AL NON CANONICO
PER IMPARARE A GUARDARE OLTRE CIÓ CHE CONSIDERIAMO NORMALE
di Martino Ariano
Ci sono parole che hanno smesso di essere tali per diventare le bandiere di vere e proprie guerre culturali. Tra queste, quelle più sbandierate sono senza dubbio Gender e Woke.
Pronunciarle significa spesso evocare, a seconda di chi le utilizza, una presunta minaccia alle tradizioni, una deriva ideologica, una nuova forma di conformismo culturale oppure, al contrario, il tentativo di riconoscere diritti e sensibilità rimasti a lungo ai margini. Non è più soltanto una questione teorica: è un dibattito che attraversa profondamente la società.
Ma cosa succede quando una parola, invece di aiutarci a comprendere una realtà complessa, diventa un’etichetta attraverso la quale decidiamo immediatamente da che parte stare?
Forse, per capire meglio la complessità di queste questioni, possiamo partire dall’arte, e più precisamente la serie Canon dell’artista contemporaneo spagnolo Mateo Maté.

Venus de Milo Doriforo, 2016, Gesso. © VEGAP
In questa serie di 15 sculture, Maté ci pone una domanda apparentemente semplice:
Chi ha deciso cosa è bello, cosa è normale e cosa deve rappresentare un corpo umano?
E, soprattutto, chi stabilisce cosa dobbiamo considerare normale quando parliamo di corpo, identità e genere?
Maté parte dalle sculture che per secoli hanno rappresentato nell’arte occidentale un ideale di bellezza, equilibrio e proporzione. Non le distrugge e non le sostituisce, le modifica.
Ed è proprio questa la parte più interessante.
Ecco allora che l’artista reinterpreta un Adone con qualche chilo in più, trasforma la Venere de’ Medici in una figura ermafrodita e immagina la Venere dell’Esquilino incinta, mentre il Discobolo assume tratti somatici africani, cosí come ad altre figure le modificati il sesso, l’età o le caratteristiche fisiche.
Mateo Maté, Discobolo nero

Venus del Esquilino (incinta)

Adonis (obeso), 2016, Gesso. ©VEGAP.
Maté, introducendo una variazione, ci invita a guardare oltre il modello che abbiamo imparato a considerare perfetto o normale.
Il canone funziona proprio così. Non è necessariamente una regola scritta, é una norma che si è depositata lentamente nella cultura, diventando un criterio attraverso il quale definiamo quale corpo è bello, qual è desiderabile, qual è maschile, qual è femminile e, più in generale, quale considerare “normale”.
Ed è qui che Canon diventa particolarmente interessante anche per parlare di Gender, Woke ed educazione sessuo-affettiva.
L’educazione sessuo-affettiva, per esempio, non è una lezione di anatomia né una lezione sul sesso. Comprende aspetti biologici, ma anche psicologici e sociali: relazioni, rispetto, consenso, prevenzione, sicurezza, salute sessuale e riproduttiva, stereotipi e violenza di genere.
Naturalmente, questi argomenti non possono essere affrontati nello stesso modo con un bambino di cinque anni e con un ragazzo di sedici. Proprio per questo, questi temi dovrebbero essere affrontati con competenza, proporzione e da figure adeguatamente formate, capaci di mantenere un approccio equilibrato e non ideologico.
Anche la parola Gender merita la stessa attenzione. Il genere riguarda, in ambito sociale e culturale, ruoli, aspettative e comportamenti associati all’essere uomini e donne.
Sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale non sono sinonimi.
Parlare di consenso, rispetto, stereotipi o violenza non equivale ad “insegnare il Gender”.
Lo stesso vale per Woke. Il termine, nato per indicare una particolare attenzione alle ingiustizie e alle discriminazioni, oggi viene utilizzato per descrivere cose molto diverse: dall’inclusione al moralismo, dalla sensibilità sociale alla censura. È diventato un’etichetta talmente elastica da poter significare quasi tutto e spesso ci prta ad allontanarci dal vero nucleo di una situazione o problema.
E proprio come nelle sculture di Maté, il problema nasce quando smettiamo di guardare e comprendere ciò che abbiamo davanti e ci limitiamo a riconoscerlo solo mediante un’etichetta.
Non tutto ciò che riguarda la sessualità è sessualizzazione.
Non tutto ciò che riguarda il genere è ideologia.
Non tutto ciò che promuove l’inclusione è woke.
Non tutto puó essere insegnato neppure tutto ciò che viene presentato come educazione deve essere accettato acriticamente.
È soprattutto quando entrano in gioco bambini e famiglie che questi argomenti diventano terreno privilegiato delle “guerre culturali”. Ma c’è una domanda che dovremmo porci prima ancora di decidere cosa insegnare:
Se la scuola non offre strumenti per comprendere questi fenomeni, chi lo farà?
Un adolescente del XXI secolo cresce immerso nelle immagini. Prima ancora di parlare con un adulto di relazioni, corpo o sessualità, può aver incontrato migliaia di immagini attraverso social network, pubblicità, serie televisive e pornografia. Vede corpi filtrati, modificati, idealizzati. Incontra modelli di bellezza, di comportamento, idee sul maschile e sul femminile. Incontra, insomma, dei canoni. E spesso non sa nemmeno di trovarsi davanti a un canone.
È qui che l’educazione può avere un ruolo fondamentale: non imporre una visione del mondo, ma fornire gli strumenti per riconoscere quelle che già esistono.
È forse proprio questo ciò che rende Canon di Mateo Maté più interessante di una semplice riflessione artistica o estetica.
Maté non intende distruggere il canone classico, né sostituirlo con un altro. Ci invita, piuttosto, a compiere un gesto più complesso e necessario: fare un passo indietro per imparare ad ascoltare, conoscere, accogliere e rispettare la pluralità di canoni, modelli e modi di vivere la realtà che convivono nella nostra società.
Da qui nasce una riflessione anche sul ruolo dell’educazione: il suo compito non dovrebbe essere quello di imporre un unico canone o un solo modello da seguire, ma di offrire gli strumenti necessari per riconoscere la pluralità di canoni. Imparare a conoscerli, comprenderli, interrogarli e, soprattutto, rispettarli. Ma anche imparare a riconoscere ciò che portiamo dentro di noi, per poter scegliere liberamente quale modello, quale linguaggio o quale canone sentiamo più vicino e desideriamo coltivare.
In questo senso, educare non significa stabilire ciò che è giusto o bello, ma aprire uno spazio di possibilità, nel quale ogni individuo possa costruire il proprio sguardo con libertà e consapevolezza. Sempre con empatia, intelligenza culturale e rispetto.
Buon inizio di anno scolastico 2026/2027!
da Madrid, 10 Settembre 2026




